Myrea Santamaria è una ragazza ambiziosa e intraprendente che lavora da più di un anno come articolista per una casa editrice di nicchia proprio come aveva sempre sognato.Tutto però si sgretola, il giorno in cui il suo capo muore lasciando la redazi...
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Non dormii per tutta la notte. Mi rigirai tra le lenzuola, con gli occhi spalancati verso il buio che mi circondava, mentre i miei pensieri correvano veloci. Ogni volta che chiudevo le palpebre, quel silenzio che mi avvolgeva, si riempiva di Immagini, ma soprattutto di occhi. Occhi azzurri come il cielo limpido e occhi ambrati che ricordavano il miele caldo. Mi osservavano entrambi con intensità e passione ricordandomi quando fossero differenti ma così uguali. C'era dolcezza in uno sguardo, tormento nell'altro.
E io?
Me ne stavo lì, ferma e immobile, mentre le mie emozioni si accavallavano una sull'altra creando un muro. Quasi prigioniera, di quei sentimenti indecifrabili verso i fratelli LaCroix.
Allungai la mano verso il comodino girando verso di me la sveglia, accorgendomi che erano appena le sei del mattino. Un nuovo giorno. Un giorno in cui il ricordo di Étienne si sarebbe concretizzato e quello di Julien si sarebbe messo da parte. Mi sentivo elettrizzata per quello che avrei trovato a lavoro, ma anche infastidita dal silenzio di Étienne. Era passato solo un giorno da quando non avevo più sue notizie, eppure mi era sembrata un'eternità.
Mi alzai, scalza, con i piedi sul pavimento freddo. La cucina, appena illuminata dalla finestra al suo interno, rendeva tutto ancora più deprimente. La luce dell'alba, che stava facendo capolino tra le nuvole grigie, ricadeva sui mobili come se fosse un velo sottile, come se quella casa fosse disabitata da anni. Mi avvicinai alla macchinetta del caffè, azionandola di riflesso. Il suo rumore insieme al profumo che ne scaturì subito dopo,mi riportò ancora una volta tra i miei pensieri.
Non avevo voglia di pensarlo, ma non riuscivo a fare altro. A lui, ai suoi occhi, e quel silenzio che mi stava tormentando. Voleva davvero finirla così? Voleva la guerra da parte mia?
Bene. L'avrebbe avuta.
Tolsi la tazzina dalla macchinetta spostandomi verso il tavolo. Soffiai leggermente su di esso, pensando allo stupore nei suoi occhi.
Gli avrei fatto rimpiangere ogni minuto di silenzio. Avrei giocato al suo stesso gioco, ricambiano con l'indifferenza cucita sulla mia pelle. Avrebbe sofferto, forse, anche più di me.
Scelsi un vestito grigio fumo che metteva in risalto le mie forme e quel rossetto rosso che usavo solo quando avevo voglia di fargli girare la testa. Ogni dettaglio era pensato per dimostrargli che senza di lui non solo vivevo la mia vita, ma brillavo. Guardai verso le specchio, e finalmente, vidi una scintilla nei miei occhi.
Non l'avrebbe dimenticata. Era sicuro.
Uscii di casa come una freccia. Avevo proprio voglia di distruggerlo. Ogni distrazione sulla strada fu bypassata con cura fissando il mio obiettivo. Non aveva scampo.
Appena entrai in ufficio, l'odore familiare, della carta stampata e dell'inchiostro, mi accolsero come un vecchio amico. Alcuni miei colleghi erano già seduti alle loro postazioni, trovando in loro un sorriso e un cenno con la mano ricambiato dalla sottoscritta. Nonostante tutto ero felice di essere lì, felice tra le cose che amavo.