Myrea Santamaria è una ragazza ambiziosa e intraprendente che lavora da più di un anno come articolista per una casa editrice di nicchia proprio come aveva sempre sognato.Tutto però si sgretola, il giorno in cui il suo capo muore lasciando la redazi...
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Ero già pronta per la serata un ora prima. Non dieci minuti, non mezz'ora ma un'ora intera.Mi sentivo elettrizzata per quell'invito improvviso e per l'esperienza che stavo per fare. Il teatro, palcoscenico di mille tragedie e concerti, mi aveva sempre affascinato. Guardavo le luci soffuse che illuminano il corridoio e il raso del sipario che scivolava leggero, quasi a proteggere quel piccolo mondo pieno d'arte come se fosse una magia. Una magia che avevo conosciuto in passato e che non avevo mai avuto l'opportunità di sperimentare. Mia madre amava quel mondo fatto di storie descritte tra la bravura degli attori e la loro voce forte e decisa. Quando ero bambina lei mi raccontava sempre come quel posto fosse il suo rifugio dal caos della vita di tutti i giorni quando era ancora una matricola all'università. Anche solo passeggiare davanti all'entrata, le dava quella forza e la grinta per spingersi sempre oltre i suoi limiti. Limiti che non era mai riuscita a superare a causa della sua morte prematura lasciando un vuoto incolmabile dentro di me.
Da quel momento non ero più passata volontariamente davanti al teatro. Non c'ero tornata dall’ora, fino a quella sera, la sera dell'invito di Julien.
L'avevo visto come un segno del destino. Come se quella sera fossero le risposte alle mille domande che affollavano la mia mente. Mettere un punto a quell'esilio emotivo e godermi la serata in compagnia dell'uomo più dolce e comprensivo del pianeta. Julien era arrivato in un momento in cui pensavo di non avere più bisogno di nessuno. Era arrivato quando Etienne con la sua arroganza aveva deciso per me e per il nostro rapporto. Non aveva mai chiesto il mio parere, come se la visione che aveva, era l'unica che potesse andare. L'unica che costasse. Avevo cercato di adattarmi, di assecondare il suo piacere perché era anche il mio, portandomi però diverse volte sul ciglio di un precipizio. Eppure, nonostante tutto quello che mi aveva detto e che aveva fatto, non riuscivo a non pensare a lui.
Ogni volta che provavo a portare la mente lontana da Etienne, qualcosa mi riportava indietro.
Immersa nei ricordi cercavo di razionalizzare, di autoconvincermi che ormai tra noi fosse finita lì. Che quel suo ultimatum era vero come la sua partenza subito dopo per Parigi. Non si era degnato di contattarmi né di sapere come stavo una volta tornata a Firenze. Il suo silenzio era diventato un muro inespugnabile creando sempre più distanza tra di noi. Cercai di convincermi che forse non era stato un male allontanarmi da lui, nonostante gli interrogativi che fluttuavano nella mia testa. Quelle domande senza risposta ne facevano emergere una in particolare: Cosa sarebbe successo se invece di pretendere come se fosse il padrone assoluto, lo avesse chiesto con garbo e gentilezza?
Forse la risposta sarebbe stata più semplice della domanda in sé. Forse era così che doveva andare, o forse, il nostro tempo era davvero finito.
Guardai il piccolo orologio da polso placcato oro, con le lacrime agli occhi, ma con una rabbia nascosta che venne fuori a mia insaputa. Tamponai le lacrime che stavano per ricadere sul mio viso, cacciando via quella frustrazione che mi stava soffocando. Andai verso lo specchio che si trovava all'entrata, ritrovando quella Myrea che si era preparata per la serata, e che non voleva più pensare ad Étienne. Il vestito nero con gonna in organza e corpetto con fiori trappeggiati, era uno di quei vestiti che si mettono per capodanno e che dimentichi nell'armadio in attesa di un occasione speciale che non arriva mai. Occasione che si era presentata sotto forma di Julien e di cui ne avevo accettato la proposta.