Quel Maledetto Sorriso

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Dicono che il tempo guarisce ogni cosa

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Dicono che il tempo guarisce ogni cosa. Che più tempo passa e più il dolore si affievolisce. Lo aveva detto mio padre guardandomi negli occhi, lo avevano detto amici e parenti che ci facevano visita durante la tragedia più grande della mia vita.

E io li ascoltavo senza emettere suoni. In silenzio. Con il cuore in frantumi e le lacrime che mi rigavano le guance di bambina. Una bambina che aveva visto la sua vita sgretolarsi da un giorno all'altro, senza sapere bene il perché. Una morte improvvisa e che aveva dilaniato l'anima di mio padre e la mia.

Il tempo non guarisce, ma ti insegna a vivere con quella ferita che sanguina sempre. Lo avevo capito a mie spese. Avevo capito che il dolore si evolve, che si trasforma, in qualcosa di diverso. Impari a gestire tutto trasformando quel vuoto in momenti costruttivi. In forza.

E così avevo fatto anche quando Étienne era sparito senza dare risposte. Come se fosse stato risucchiato in un modo dove io non avevo accesso. Un accesso che a tratti non volevo neanche io e che avevo tentato di cancellare dalla mia mente dopo aver ricevuto quelle rose rosse. Un dono dolce ma anche enigmatico che non venne mai rivendicato da Julien né tanto meno da Étienne, lasciandomi in balia dei miei dubbi. Non avevo chiesto in giro o fatto ricerche, volevo che l'autore si palesasse da solo in cerca della mia reazione. Cosa che non avvenne e che alimentò la mia curiosità e quella di Sandra.

Nelle due settimane che si erano susseguite con una velocità disarmante, mi aggrappai all'unica cosa che mi dava sollievo e una ragione per non sprofondare: la scrittura.

Così scrivevo.
Con rabbia, con rancore e amore.
Scrivevo con trasporto, lunghi silenzi e il sorriso di Julien che mi accompagnava.
Lui era rimasto. Lui aveva guidato le mie mani sulla tastiera seguendo ogni mio movimento. In silenzio e con la pacatezza che lo contraddistingueva. Senza chiedere nulla, senza forzare i nostri incontri serali, senza essere invasivo. Ed io lo aspettavo. Aspettavo Julien ogni sera per il nostro rituale: caffè amaro, luci basse e i nostri dialoghi pacati. Le mie mani si muovevano sulla tastiera mentre il suo sguardo vigile seguiva passo dopo passo, quello che il mio cuore aveva da sempre cercando di far uscire ma non aveva trovato il coraggio di esprimere.

«Qui potresti rallentare con il ritmo. » affermò sorseggiando quel caffè lungo che ormai si era freddato. Il suo sguardo si era fermato su una frase più lunga e articolata del solito, mentre sedeva accanto a me con il suo gilet blu e il suo profumo alla menta. «Fai respirare il lettore. Non tutto deve essere per forza spiegato. Creiamo suspense e domande.»

«E se il lettore si annoia? Non è meglio specificare?»

Julien appoggiò la tazza sulla scrivania spingendola lontana da se. «Diamo un po di fiducia ai lettori. Sono loro che devono immaginare, tu devi solo aiutarli e non specificare.»

«Fai sembrare tutto così facile.» mi addossai allo schienale passandomi le mani tra i capelli, esasperata.

Julien sorrise appena, con quella calma prestigiosa che aveva solo lui. «Lo so che sembra tutto difficile, Myrea. Ma tu hai talento e sarebbe uno spreco non usarlo.»

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