Myrea Santamaria è una ragazza ambiziosa e intraprendente che lavora da più di un anno come articolista per una casa editrice di nicchia proprio come aveva sempre sognato.Tutto però si sgretola, il giorno in cui il suo capo muore lasciando la redazi...
Oops! Questa immagine non segue le nostre linee guida sui contenuti. Per continuare la pubblicazione, provare a rimuoverlo o caricare un altro.
L'unico suono che riempiva la stanza, e che rimbombava nel silenzio assordante della mia cucina, era il ticchettio della tastiera sotto le mie dita. Lo sguardo fisso sullo schermo, il cursore che lampeggiava impaziente sull'ultima parola digitata. Era come se non riuscissi più ad andare avanti. O forse era quel pensiero martellante che aveva svuotato completamente la mia mente.
Étienne era tornato nei miei pensieri senza preavviso, come faceva spesso ormai.
L'ultima volta che ci eravamo visti era stata così... brutale nella sua semplicità. Nessuna scenata, nessun urlo. Solo quella specie di calma apparente. E il nostro "accordo". L'ennesimo.
Era successo tutto molto in fretta. Non so nemmeno bene cosa sia accaduto quella sera.
Lui aveva annuito. O almeno, credo sia quello che ha fatto, con quel suo francese perfetto. Ricordo ancora il modo in cui aveva ripreso in mano la situazione, fingendo interesse per tutt'altro. Una risoluzione comoda, che poteva andar bene per lui, ma non per me.
Con lui avevo oltrepassato dei limiti. Limiti che avevo fatto sudare a uomini interessanti e sedicenti amatori. Nessuno era mai riuscito a spingersi così oltre. Nessuno, tranne lui. E i suoi occhi color caramello. Quegli occhi mi erano entrati dentro, in un modo viscerale.
Lo amavo.
Non c'erano altre parole. Lo amavo come non avevo mai amato nessuno.
Non nel modo in cui si ama qualcuno che si è scelto. Non con quella calma rassicurante, fatta di abitudini e promesse.
No.
Lo amavo come si ama qualcosa che ti travolge, che ti scappa via dalle mani e ti fa credere che qualsiasi cosa sia possibile.
Con lui non c'erano vie di mezzo. Era tutto o niente. Ed io, ogni volta, sceglievo tutto. Ogni sua parola, ogni suo silenzio, ogni sguardo che durava un secondo di troppo o un secondo di meno. Mi nutrivo di lui, in un modo che non era sano, ma era vero. E totale.
C'erano momenti in cui pensavo che bastasse solo quello, il sentimento. Che un amore così forte non potesse che vincere, prima o poi. Ma l'amore, quello vero, quello che ti prende alla gola e non ti lascia respirare.
Ma non è sempre abbastanza.
Ero diventata trasparente, piegata al suo modo di fare, che era fatto di distanze e ritorni, di parole accennate e verità mai dette davvero. Ma io le capivo lo stesso, le sue verità. Le leggevo nei gesti piccoli, nei suoi silenzi studiati, in quel modo in cui pretendeva le cose. E mi incazzavo per questo. Andavo fuori di testa.
Ma, nonostante tutto, lo amavo.
Lo amavo in ogni piega storta del nostro rapporto. Lo amavo perché con lui ero vera. Sbagliata, forse. Ma viva.
E proprio quel senso di vita vissuta a trecentosessanta gradi, mi aveva dato quella consapevolezza che prendere la pillola non era solo una questione Étienne. Era anche mia. Soprattutto mia.