Capitolo 3

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Nel giro di pochi secondi mi ritrovai schiacciato contro il muro di un vicolo. Era una delle classiche stradine dimenticate da tutto e tutti, dove era facile incappare in delinquenti e assassini.
Ignoravo chi mi avesse trascinato lì dentro, perché non ero riuscito a vedere in faccia il mio aggressore.
Fatto sta, che ero completamente schiacciato, il muro freddo contro il viso e le mani bloccate dietro la schiena.
Ad un tratto sentii una voce che mi sussurrava all'orecchio.
???: "Hey ballerina, come mai tutta sola oggi?" Chiese.
E allora capii. Quel timbro. Quel tono imperioso e allo stesso tempo beffardo. Il modo in cui pronunciava la parola "ballerina". Tutto mi riconduceva a una sola persona. E speravo vivamente di sbagliarmi.
Girai la testa quel poco che potevo. Ed ebbi una breve visione del suo viso.
Gli occhi castani carichi d'odio. Il piercing al labbro inferiore. I capelli tagliati corti.
Dominik.
Non sapevo perché, ma non ero per niente sorpreso che fosse lui. Me lo aspettavo, dopo tutte le prese in giro di quella settimana.
Dominik mi fece girare, in modo che avessi la schiena contro il muro. Fissò il suo sguardo nel mio, gli occhi che gli ardevano di rabbia.
Dominik: "Bene bene, Penniman. Finalmente soli. Finalmente posso darti una bella lezione" sogghignò.
Michael: "No, Dominik... ti prego" supplicai.
Gli posai una mano sul polso destro, cercando di allontanarlo da me... e un'ondata di energia mi attraversò il corpo.
Mi guardai le mani. Poi guardai Dominik.
Nel giro di un decimo di secondo si era accasciato a terra, dal lato opposto del vicolo.
Mi guardò, sul viso un'espressione di puro stupore... che fu subito sostituita da uno sguardo carico d'odio represso.
Dominik si alzò e si avvicinò a me come una furia.
Mi spinse nuovamente contro il muro e mi afferrò per il bavero della felpa. Iniziò a darmi del pugni su tutto l'addome. Prima nello stomaco, poi sotto le costole... e infine in pieno petto. Quando la sua mano piombò al centro esatto del mio petto mi mancò il respiro. Era come un missile sparato a distanza ravvicinata. Faceva talmente male che non sentivo più nemmeno il dolore che provocavano gli altri pugni.
Continuò a pestarmi per più di cinque minuti, che mi parvero interminabili. Avrei voluto urlare, ma sentivo talmente tanto dolore che mi era quasi impossibile anche solo respirare.
Poi Dominik smise di picchiarmi.
Lasciò la mia felpa e si allontanò di un passo. Mi guardò da capo a piedi e sogghignò guardando lo stato in cui ero adesso.
Dominik: "Per oggi può bastare. Ciao ciao ballerina" disse.
Poi scoppiò a ridere, uscendo dal vicolo come se nulla fosse.
Rimasto solo, mi accasciai a terra. Mi faceva male tutto. E non solo a livello fisico. Mi faceva stare male il fatto che tutti mi prendessero in giro solo perché ero omosessuale. Non capivo da dove provenisse l'avversione della gente per chi era "diverso".
Ancora seduto per terra, cercai di raggiungere la manica del mio zainetto con una mano. Dentro c'era dell'acqua, e io avevo bisogno di bere.
Quando riuscii a tirare a me lo zaino, dopo molti tentativi, aprii la cerniera con mani tremanti.
Tirai fuori la bottiglietta e svitai il tappo. Me la portai alle labbra e bevvi un piccolo sorso. Poi un altro.
Quando la mia sete fu soddisfatta, cercai di alzarmi in piedi... ma non ci riuscii, perché una fitta di dolore mi percorse tutto il corpo, costringendomi a sedermi di nuovo per terra.
Imprecai. Non ce la facevo più. Non ne potevo più di essere picchiato e non riuscire a difendermi. Non ne potevo più di sentirmi debole. Non ne potevo più e basta.
Mi portai le mani sul viso, iniziando a piangere. Ero distrutto. Mi sentivo come se, dentro di me, qualcosa si fosse definitivamente spezzato.
Mi portai le ginocchia al petto e posai la testa su di esse.
Dopo un po' decisi di averne abbastanza. Provai ad alzarmi di nuovo, e di nuovo una fitta di dolore mi percorse tutto il corpo. Ma stavolta la ignorai. Mi feci forza e mi misi in piedi. Raccolsi lo zaino da terra e, con passo incerto, mi avviai verso l'uscita del vicolo.
Rischiai di cadere più di una volta, ma alla fine riuscii a tornare su Hight Street Kensington.
Mi fermai un attimo per riprendere fiato. Poi ripresi ad andare verso la metro. Nel lasso di tempo che impiegai per raggiungere la stazione, non potei fare a meno di pensare alla strana ondata di energia che mi aveva percorso quando avevo toccato il polso di Dominik, e a come questa lo avesse fatto finire a gambe all'aria. Mi pareva surreale, non ero mai stato abbastanza forte da tenere testa a Dominik.
Il punto era che, quando quell'energia se ne era andata, mi ero sentito prosciugato, come se, con essa, fosse andata via anche parte della mia forza vitale.
"Oh Michael, smettila di fare questi pensieri. È impossibile che sia successo sul serio. Te lo sarai immaginato, eri spavento e la paura ti ha fatto un brutto scherzo. Tutto qua. Non c'era nessuna forza misteriosa" mi dissi.
Eppure non ne ero convinto. In cuor mio sapevo che era successo qualcosa di strano in quel vicolo, anche se non sapevo cosa.
Finalmente arrivai alla metro. Feci un biglietto e mi diressi verso il sottolivello.
Aspettai un po', poi sentii il rumore di un treno che arrivava in stazione. Salii nell'esatto istante in cui si fermò.
Dato che erano le 13:08, la metro era pressappoco vuota. Tutti quanti erano andati a casa a mangiare o erano rimasti in ufficio.
Mi sedetti in un posto vuoto.
Aspettai che il treno arrivasse a Holborn con la testa appoggiata al finestrino.
Quando si fermò, scesi dalla carrozza e mi avviai verso il punto di scambio tra la Piccadilly Line e la Central Line.
Stavo per arrivare sul binario, quando un ragazzo,che avrà avuto pressappoco la mia età, senza volerlo, mi urtò.
Improvvisamente sentii di nuovo quella strana ondata di energia. Ma non proveniva solo da me. Veniva anche dall'altro ragazzo.
Nel momento in cui ci eravamo toccati, il cappello che portava calato sugli occhi era volato via, lasciandomi scorgere il suo viso.
Era biondo e con gli occhi azzurro-verdi. Vestiva completamente di nero.
Mi guardò, e per un attimo mi sembrò di scorgere un'espressione sgomenta sul suo viso. Poi il ragazzo scosse la testa e raccolse il cappello, andando via.
Ancora intontito, non sapevo se per le botte o l'improvvisa scarica di energia, salii in carrozza.
Durante il viaggio verso Queensway non potei fare a meno di pensare a quel ragazzo.
Aveva un viso stupendo, sembrava quasi un angelo. Ma, quando i nostri occhi si erano incontrati, avevo percepito che in lui c'era qualcosa di potente. Potente e pericoloso. Molto pericoloso.
Fui scosso da un brivido, e mi resi conto di quanto mi facesse male l'addome. Fu come se tutti i pugni di Dominik si fossero abbattuti su di me una seconda volta.
Sospirai.
Dopo pochi attimi, il treno arrivò in stazione.
Presi la mia borsa e scesi. Imboccai le scale che conducevano in superficie e, lentamente, le salii.
Quando arrivai all'uscita della metro, il dolore all'addome era aumentato, e molto.
Mi feci forza e mi costrinsi a muovere un passo. Poi un altro. E un altro ancora... finché non arrivai davanti casa mia.
Guardai l'orologio digitale. Le 13:36.
Bussai alla porta.
???: "Chi è?" Chiese una voce femminile da dietro la porta.
Michael: "Sono io, Michael" risposi.
La porta si aprì... e sulla soglia comparve mia sorella Jasmine.
Indossava un vestito azzurro e aveva i capelli raccolti in uno chignon.
Jasmine: "Ciao Michael" disse.
Michael: "Ciao Jasmine. Che ci fai qui?" Chiesi.
Jasmine: "Io e la mamma dobbiamo uscire. Papà è già tornato al lavoro. Ti stavamo aspettando. E... Michael... sembri... strano. È successo qualcosa?" Chiese.
Michael: "No" mentii.
Poi sorrisi.
Jasmine si scostò e io entrai in casa.
Michael: "Ciao mamma" dissi entrando in cucina.
Mamma: "Ciao tesoro. Hai mangiato?" Chiese.
Michael: "Si" mentii ancora.
Le feci un sorriso, ma era chiaro che non fu un granché, perché mia mamma chiese
Mamma: "Michael... è successo qualcosa?"
Feci cenno di no con la testa.
Mia mamma annuì, ma non sembrava troppo convinta.
Mamma: "Michael, io e tua sorella usciamo a fare delle spese. Ci vediamo più tardi" disse dandomi un bacio sulla guancia.
Io annuì e le salutai con una mano.
Aspettai che la porta si chiudesse alle loro spalle, poi andai verso il congelatore.
Aprii la porta e presi del ghiaccio. Afferrai anche un asciugamano e salii in camera mia.
Posato lo zainetto per terra, mi diressi in bagno.
Mi tolsi la felpa e la posai sul lavandino. Feci lo stesso con la maglietta.
Ciò che vidi mi fece sbiancare.
Avevo il torace coperto di lividi viola scuro. Si capiva benissimo cosa me li avesse provocati. Pugni. Speravo solo che mia mamma non nutrisse sospetti. Non volevo che sapesse cosa mi facevano a scuola per non farla preoccupare.
Presi del ghiaccio e lo avvolsi nell'asciugamano. Me lo posai sul petto, e una sensazione di freddo mi pervase.
Rabbrividii, ma tenni comunque il ghiaccio dove si trovava. Mi sedetti sul pavimento di fronte al lavandino e iniziai a scostare il ghiaccio nei punti in cui mi faceva più male.
Michael: "Cazzo..." Imprecai.
Mi faceva male tutto. Il ghiaccio non stava avendo un grande effetto, ma era pur sempre meglio di niente.
Chiusi gli occhi... e mi ritrovai a pensare al ragazzo che avevo incontrato nelle metro. Era davvero bellissimo, il suo viso avrebbe fatto impazzire chiunque... me compreso. Mi immaginai come sarebbe stato averlo al mio fianco in quel momento, come sarebbe stato sentire le sue mani che mi accarezzavano i riccioli... ma mi riscossi da quel pensiero.
Sicuramente era etero. Sicuramente non gli interessavo perché maschio. E poi lo avevo visto solo una volta. L'indomani lui non si sarebbe neppure ricordato di me.
Mentre ero assorto nelle mie fantasticherie, sentii qualcosa di freddo e umido sulla pelle.
Aprii gli occhi. Era il ghiaccio che si stava sciogliendo al contatto con la mia pelle.
Mi alzai, seppur a fatica, e buttai quello che restava del ghiaccio nel lavandino. Strizzai l'asciugamano e lo buttai nel cesto dei panni sporchi.
Presi la felpa e la maglietta e aprii la porta del bagno.
Uscii e andai in camera mia.
Posai i vestiti sulla sedia di forte alla scrivania e mi tolsi anche jeans e scarpe.
Indossai il pigiama e mi infilai sotto le coperte. Avevo bisogno di dormire. Magari il sonno mi avrebbe aiutato a dimenticare gli avvenimenti di quella giornata. E anche il ragazzo biondo. Quel bellissimo ragazzo dagli occhi azzurro-verdi.
Chiusi gli occhi e posai la testa sul cuscino.
Dopo poco mi addormentai. E iniziai a sognare.
"Ero nella stazione di Queensway. Avevo lo zainetto della scuola in spalla. L'orologio segnava le 8:01, ma nella metro c'erano un silenzio e una quiete sovrannaturali. Mi guardai intorno, improvvisamente a disagio.
E fu allora che lo vidi.
Il ragazzo biondo era appoggiato alla parete e mi stava studiando con quegli occhi azzurri.
Indossava un trench nero, sotto il quale portava un pantalone e una camicia, anch'essi neri.
Aveva le braccia incrociate al petto e sorrideva leggermente.
Wow, era davvero bellissimo... e letale.
Lo capii ancor prima che tirasse fuori il coltello.
Era una lama raffinata, con il manico lavorato a mano. Sulla punta erano incise delle strane rune che non avevo mai visto prima.
Il ragazzo iniziò ad avvicinarsi a me.
Quando tra noi rimasero solo dieci centimetri, alzò il coltello. Fece per abbassarlo e..."
Mi svegliai di soprassalto. Ero coperto di sudore freddo. Stavo ansimando e il torace aveva ripreso a farmi male... solo che adesso, con esso, mi duoleva anche la mascella, soprattutto la parte anteriore.
Mi tastai il viso, credendo che Dominik mi avesse rotto qualcosa... poi ricordai che non mi aveva nemmeno sfiorato il viso.
Eppure sentivo un dolore sordo, che lentamente stava scemando.
Strano. Molto strano.
Decisi di non farci caso, di tutte le cose che mi erano capitate quel giorno era di sicuro la meno strana.
Girai la testa verso il comodino. L'orologio segnava le 18:53.
Cavolo, avevo dormito per ore. Eppure mi sembrava che fossero passati solo pochi minuti da quando avevo chiuso gli occhi.
Mi misi a sedere al centro del letto.
Feci scivolare le gambe oltre il bordo e mi alzai in piedi.
Andai in bagno.
Chiusi la porta e mi misi di fronte allo specchio.
Mi alzai la maglietta, sicuro di vedere quei terribili lividi viola... e così fu. Solo che, adesso, oltre a essere scurissimi, erano anche gonfi.
Sbuffai. Tre volte. Ero seccato di vedere quelle "cicatrici" nere sul petto, dato che erano lì perché non ero stato capace di difendermi. Perché ero debole.
E questa consapevolezza faceva più male di qualunque pugno Dominik avesse mai potuto darmi.
Aprii la porta del bagno. Imboccai il corridoio e lo percorsi fino a quando arrivai alle scale che conducevano al piano inferiore.
Le imboccai.
Arrivato laggiù, andai in cucina, dove trovai mia mamma intenta a cucinare qualcosa.
Michael: "Ciao mamma" salutai appoggiandomi allo stipite della porta.
Mamma: "Ciao tesoro, dormito bene?" Chiese.
Io annuii.
Mamma: "Hai fame, tesoro? Ti ho fatto la ratatuille, uno dei tuoi piatti preferiti" disse ancora.
Michael: "Si" ammisi. Era da quella mattina che non toccavo cibo, ma questo, ovviamente, lei non lo sapeva.
Mamma: "Vai a sederti a tavola, ti porto da mangiare" disse. n Michael: "E papà? Non lo aspettiamo?" Chiesi.
Mamma: "Tuo padre farà tardi stasera. Siamo solo io e te" rispose.
Michael: "Okay" dissi.
Andai a sedermi al tavolo, già apparecchiato con una tovaglia viola e dei piatti verde chiaro. Era classico di mia mamma, apparecchiare la tavola con colori contrastanti tra loro, ma sempre ben abbinati.
Dopo pochi attimi, mia madre arrivò con due piatti fumanti.
Me ne posò uno davanti, poi si sedette al posto di fronte al mio.
Presi la forchetta e iniziai a mangiare. Oddio, quel piatto era buonissimo.
Mamma: "Ti piace?" Chiese.
Io annuii. Avevo la bocca piena di verdure.
Rimanemmo in silenzio per un po', poi mia mamma chiese
Mamma: Micheal? Cosa è successo veramente stamattina?"
Smisi di masticare per un attimo. Poi ripresi a mangiare.
Michael: "Niente" dissi.
Lei mi fece un sorriso tirato.
Mamma: "Io... ti credo, tesoro. Ma se vuoi parlare, ricorda che io ci sono sempre" disse.
Michael: "Nel caso so dove trovarti" scherzai.
Lei sorrise. Questa volta era un sorriso di sollievo.
Finii di mangiare e posai il piatto nella vasca. Lo sciacquai e lo misi in lavastoviglie.
Michael: "Mamma? Io vado a fare una doccia... poi devo studiare, quindi non so se dopo scenderò di nuovo" dissi.
Lei mi fece un sorriso e annuì.
Io andai verso le scale.
Salii al piano di sopra e andai in camera mia. Presi dei boxer e un pigiama pulito. Quello che avevo addosso era zuppo di sudore.
Uscii dalla mia stanza e andai in bagno.
Entrai e chiusi la porta a chiave.
Non volevo che qualcuno entrasse mentre mi lavavo. Anzi, non volevo che qualcuno vedesse i lividi che avevo sull'addome.
Mi spogliai, buttando il pigiama e le mutande nel cesto dei panni sporchi e mi infilai sotto la doccia.
Aprii l'acqua e lasciai che il getto caldo mi bagnasse. Era una sensazione bellissima, era come se l'acqua stesse lavando via tutta la preoccupazione è il dolore di quel giorno.
Dopo un po' presi un bagnoschiuma e iniziai a insaponarmi, cercando di essere il più delicato possibile quando strofinavo sull'addome. Purtroppo, a ogni minimo tocco, una scarica di dolore mi percorreva tutto il corpo.
Stanco, mi sciacquai e uscii dalla doccia.
Mi infilai l'accappatoio e iniziai a tamponare delicatamente la pelle.
Tolsi l'accappatoio e lo appesi al gancio d'ottone accanto alla doccia.
Mi infilai il boxer, che era verde chiaro con dei puntini neri. Li tirai su e andai verso il mobiletto dove si trovavano tutte le creme.
Aprii la porticina bianca e feci vagare lo sguardo al suo interno. Poi vidi quello che mi serviva. Una crema per contusioni ed ematomi.
Presi il tubetto e chiusi la porta.
Mi girai verso lo specchio e mi fermai davanti a esso.
Tolsi il tappo alla crema e me ne spremetti un po' sulla punta delle dita. Iniziai a massaggiare lentamente tutti i lividi, cercando di essere il più delicato possibile.
Spalmai la pomata alla meglio, poi mi sciacquai le mani e riposi il tubetto nel mobile.
Infilai il pigiama e aprii la porta del bagno.
Uscii e tornai in camera mia.
Chiusi la porta con un calcio leggero e andai a sedermi alla scrivania. Almeno su quello non avevo mentito. Avevo da studiare. E anche molto.
In realtà dovevo iniziare il disegno per il concorso indetto da Mr Anderson. Avevo scelto il secondo tema, la rivisitazione di un quadro impressionista.
Avevo scelto di disegnare una mia versione della "Dama con il parasole" di Monet. Era uno dei miei quadri preferiti.
Presi un foglio da disegno, una riga e una matita e iniziai a dividere il foglio in quadretti di tre centimetri per lato.
Finii di disegnare la griglia e posai il righello.
Iniziai a disegnare la sagoma della donna.
Dopo mezz'ora avevo finito di fare lo schizzo e iniziai a colorare.
Decisi di usare dei colori chiari.
Per il vestito scelsi un rosa chiaro e per il parasole un arancione pastello.
Avrei dipinto il cielo di una tinta dorata, come se fosse prossimo all'alba.
Iniziai a colorare il parasole, facendo dei movimenti rapidi e leggeri, in modo da rievocare il tessuto di cui era realizzato.
Ad un tratto sentii bussare alla porta.
Michael: "Avanti" dissi senza staccare lo sguardo dal disegno.
La porta si aprì e mia madre entrò nella stanza. Avevo un piatto in mano. Dentro c'era del croccante alle noci.
Mamma: Mamma"Ho pensato che avresti voluto un po' di dolce..." disse mia mamma posando il piatto sulla scrivania.
Michael: "Grazie, mamma" dissi.
Mamma: "Che stai facendo?" Chiese.
Io le porsi il disegno.
Michael: "È per un concorso di disegno... ti piace?" Spiegai.
Mamma: "È bellissimo!" Disse guardandolo.
Io le feci un mezzo sorriso.
Mamma: "Okay, ti lascio al tuo lavoro. Non fare troppo tardi" disse con un sorriso.
Io annuii e lei uscì dalla stanza, chiudendo delicatamente la porta.
Io tirai un sospiro. Mia mamma sembrava... preoccupata. E mi dispiaceva, ma se le avessi detto qualcosa si sarebbe preoccupata ancora di più.
Scossi la testa e spostai la mia attenzione sul croccante che avevo davanti.
Avvicinai il piatto e presi un pezzetto di dolce in mano. Me lo portai alle labbra e Provai a dare un morso... ma non ci riuscii, perché la mandibola riprese a farmi male.
Lasciai cadere il torrone nel piatto e sbuffai. Ancora non capivo come mai mi facessero male i denti. Dominik non mi aveva picchiato sul viso, o almeno così mi sembrava.
Sbuffai di nuovo, poi mi alzai dalla sedia e andai a mettermi a letto.
Mi infilai sotto le coperte e provai ad addormentarmi, ma con scarsi risultati.
Non riuscivo a smettere di pensare a quel ragazzo biondo che avevo visto nella metro. Mi aveva colpito, in tutti i sensi.
E, come se non bastasse, il dolore ai denti stava diventando insopportabile. E ciò che mi infastidiva era che non ne conoscevo la causa.
Mi girai a pancia all'aria e intrecciai le mani dietro la nuca.
Non so per quanto rimasi in quella posizione, ma, ad un tratto, sentii il suono del campanello.
Sentii mia madre che andava ad aprire, poi la voce di mio padre che la salutava.
Udii i passi di mio padre che si dirigeva in cucina, seguito da mia madre.
Poi silenzio.
Ad un tratto mi giunse all'orecchio la voce di mia madre. Era velata di preoccupazione.
Mamma: "... non so cosa sia successo oggi, Michael non vuole dirmelo... ma si comporta in modo strano. È schivo e non vuole parlare" spiegò a mia padre.
Papà: "Non so..." disse mio padre.
Poi scese di nuovo il silenzio.
Non so come ne quando, ma le palpebre mi si fecero pesanti. Chiusi gli occhi, ripromettendomi di riposare solo qualche minuto... e caddi in un sonno profondo, nella mente ancora l'immagine del viso di quel ragazzo dai capelli biondi e gli occhi azzurro-verdi.

~ Spazioautrice ~
Hey! Ragazze volevo dirvi che non farò molti spaziautrice, quindi non vi preoccupate.
Ad ogni modo, volevo comunicarvi che, da oggi, aggiornerò due, massimo tre volte a settimana, perché:
- i capitoli, come potete vedere, sono molto lunghi;
- a settembre comincio il liceo, quindi devo ripetere un po' le regole di matematica (andando allo scientifico ed essendo al primo anno voglio dare una buona prima impressione);
- non voglio che la storia finisca troppo presto.
Spero capirete!
Baci
♡Marta♡


Coming In A Dark World||MikandyLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora