Capitolo 20

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Erano passate due settimane. Due lunghissime settimane dal litigio con Andreas, due lunghissime settimane dal momento in cui il mondo mi era precipitato addosso per l'ennesima volta.
Due settimane infernali.
Due settimane in cui avevo capito che nulla è per sempre, che siamo come candele lasciate al vento: basta un soffio per spegnerci.
Nel frattempo, ero stato dimesso dall'ospedale, ed ero potuto tornare a casa.
I medici dicevano che mi stavo riprendendo abbastanza bene, ma che per ora era meglio evitassi di affaticarmi troppo.
E, difatti, io stavo evitando qualsiasi tipo di sforzo, limitandomi a rimanere steso sul letto per molte ore al giorno, con il viso affondato nel cuscino bagnato dalle mie stesse lacrime.
In quel momento, ero seduto sul davanzale interno della finestra della mia stanza e stavo scrutando il tramonto che, lentamente, scendeva su Londra, tingendo il cielo di arancio e rosso, come i petali di una rosa.
Il sole era un'enorme sfera di fuoco, sfavillante sulla linea dell'orizzonte, come una torcia inestinguibile.
Spostai lo sguardo sugli alti edifici che si scorgevano in lontananza, ancorati sulle rive del Tamigi. La luce tracciava i loro profili, rendendoli morbidi e sinuosi.
Chiusi per un attimo gli occhi, che bruciavano come se fossero stati toccati da una fiamma.
Mi portai una mano dietro la nuca, appoggiandomi alla parete.
Dischiusi le labbra, lasciando uscire un piccolo sussurro.
Per un attimo, desiderai che le labbra di Andreas si posassero sulle mie, dando vita a quella danza spettacolare. Desiderai le sue braccia attorno alla vita, che mi sussurrasse qualcosa all'orecchio mentre mi accarezzava il viso.
Desiderai il contatto del mio corpo con il suo. Desiderai la sua bocca sul mio collo, mentre baciava ogni centimetro di pelle scoperta, facendomi rabbrividire e avvampare violentemente.
Sospirai nuovamente, aprendo poco gli occhi.
Quando guardai fuori dalla finestra, mi accorsi che il sole era quasi del tutto tramontato, nascosto dietro le curve degli alti palazzi di vetro.
Sbattei un paio di volte le palpebre per permettere agli occhi di abituarsi all'improvviso cambio di illuminazione.
Appoggiai la testa al vetro, continuando a guardare fuori dalla finestra.
Sotto di me, un via vai di passanti che si susseguivano colorava la strada, rendendola simile alla tavolozza di un'artista.
Sospirai.
"Perché sono stato così cieco? Perché ho creduto che potesse esistere la felicità, per uno come me?" Mi chiesi, per l'ennesima volta in quei giorni.
Avevo creduto che potesse esserci qualcosa di migliore, oltre le mie solite e monotone giornate, qualcosa di più bello, che riuscisse a farmi sentire libero, amato, felice.
Evidentemente, quel qualcosa non esisteva, perché, pur avendo avuto milioni di occasioni, non si era mai palesato.
Ogni volta mi ero ritrovato a dover raccogliere i vetri di un futuro mai vissuto, perché irraggiungibile per uno come me.
Ma, in fondo, chi era uno come me, per pretendere qualcosa dalla vita?
Io ero solo una nullità, un puntino in un mondo di colori, come una stella solitaria situata ai margini di una galassia lontana.
Alzai di poco lo sguardo, quel tanto che bastava perché i miei occhi potessero vedere il mio riflesso sul vetro della finestra.
Il mio viso era una maschera di tristezza.
Gli occhi erano contornati da borse scure, quasi viola, mentre la bocca era una linea dura, inespressiva.
Gli occhi erano due pozze scure, arrossate dalle lacrime.
I capelli erano una selva disordinata, mentre la barba era incolta. Erano quattro giorni che non mi radevo, ma non me ne preoccupavo più di tanto.
Inoltre, sul torace si potevano intravedere lo costole, dato il mio dimagrimento improvviso. L'anoressia nervosa si stava risvegliando.
Le braccia, invece, erano un intrico di tagli rossi. Alcuni ancora sanguinavano, altri avevano iniziato a cicatrizzarsi. Ma sarebbe servito a poco, dato che li avrei riaperti.
Faceva parte del gioco, ed era giusto così.
Ogni giorno mi infliggevo dolore da solo, cercando di dimenticare Andreas, i suoi bellissimi occhi blu, le sue mani sul mio corpo... ma senza risultati. Il ragazzo biondo continuava ad essere il mio pensiero fisso, il suo viso era impresso nella mia mente, come un tatuaggio dentro le palpebre.
Per questo avevo iniziato a tagliarmi di nuovo, per affogare i ricordi nel mio stesso sangue.
Una volta, pochi giorni prima, miei genitori mi avevano visto sporco di quel fluido rosso, con la lametta in mano, ma non si erano nemmeno arrabbiati.
Mia madre era scoppiata a piangere, mentre mio padre mi aveva scoccato un'occhiataccia, ma non aveva detto nulla.
Dal canto mio, non avrei di certo smesso, non finché Andreas fosse rimasto parte della mia memoria.
Ma che senso ha apparire felici se poi, sotto sotto, si è spezzati?
Inspirai.
Abbassai lo sguardo sul mio corpo, studiandolo.
Ero simile a un cadavere, con una differenza: malauguratamente, il mio cuore batteva ancora, continuando a pompare vita nelle mie vene.
Chiusi gli occhi, e una piccola lacrima scese sulla mia guancia, accarezzandomi la pelle lentamente.
Me la asciugai col dorso della mano, infastidito.
Poi decisi di averne abbastanza. Non ne potevo più di starmene rinchiuso tra le quattro mura della mia stanza.
Così, spinsi le gambe oltre il davanzale, mettendomi in piedi.
Ebbi un giramento di testa, che mi costrinse a sedermi nuovamente. Me lo sarei dovuto aspettare, visto lo stato pietoso in cui mi trovavo.
Provai ad alzarmi nuovamente, riuscendo a conquistare la posizione eretta.
Con passo incerto, mi diressi verso la cassettiera.
Aprii un cassetto e presi un boxer pulito, dei calzini e una cannottiera.
Andai verso l'armadio, dove presi una camicia verde pastello ed un completo di giacca e pantalone skinny nero.
Afferrai un paio di converse, anch'esse nere, e mi diressi in bagno.
Mi infilai nella stanza e chiusi la porta alle mie spalle, posando i vestiti sul piccolo sgabello accanto al lavandino.
Poi mi guardai allo specchio.
Non rimasi affatto colpito dalla mia immagine. Sembravo uno spettro, una tela che ha perso i suoi colori.
Facendomi forza, aprii il mobiletto bianco, prendendo della schiuma da barba e un rasoio.
Riempii il lavandino con acqua fredda, poi mi sfilai la maglietta insanguinata, gettando nel cesto dei panni sporchi.
Presi la bomboletta della schiuma da barba e me la stesi sul viso, lentamente.
Presi il rasoio, iniziando a rimuoverla con movimenti leggeri, ma distratti.
La mia testa era altrove, con Andreas, assieme ad un pezzo del mio cuore e alla mia anima.
Finii di radermi e sciacquai il rasoio nella acqua del lavandino, che nel frattempo era diventata torbida a causa della schiuma che vi avevo lasciato cadere dentro.
Tolsi il tappo al lavandino, lasciando che l'acqua scendesse giù, condensandosi in un piccolo mulinello.
Riposi rasoio e schiuma, quando mi sfilai pantaloni e boxer.
Gettai una fugace seconda occhiata al mio riflesso.
Anche se mi ero fatto la barba, il mio aspetto non era migliorato quasi per niente.
Sospirai.
Andai verso la doccia, entrando.
Aprii il getto d'acqua calda, lasciando che scorresse sul mio corpo martoriato.
Ogni volta che le gocce toccavano la pelle coperta di tagli, sussultavo, reprimendo le urla che mi nascevano in gola.
Presi un sapone a caso e iniziai ad insaponarmi, massaggiando la pelle.
Mi risciacquai.
Chiusi l'acqua, aprendo le porte della doccia, facendo uscire molto fumo.
Afferrai l'accappatoio e mi ci avvolsi dentro, godendo della sensazione del tessuto morbido sulla pelle.
Mi asciugai per bene, poi appesi l'accappatoio al gancio d'ottone.
Mi infilai i boxer e pantaloni, quindi fu il turno di camicia e giacca. In ultimo, infilai scarpe e calzini.
Le mie mani ebbero qualche difficoltà con i lacci, perché le dita erano impacciate, come se fossero fatte di burro.
Quando fui pronto, aprii la porta del bagno, uscendo.
Con passo lento e misurato, tornai in camera mia, presi il cellulare e il portafogli e infilai al dito il mio anello con la pietra rossa.
Uscii di nuovo in corridoio, andando verso le scale, che scesi fino in fondo.
Quando arrivai al piano inferiore, mi affacciai in salotto, dove mia madre stava ricamando un centrotavola.
Michael: "Io esco. Non aspettatemi" dissi secco.
Mamma: "Michael non so se è una buona idea... è sera..." provò a ribattere lei.
Non le diedi ascolto, dirigendomi all'ingresso.
Presi il mio cappotto nero e lo infilai.
Aprii la porta ed uscii, ritrovandomi su Queensway.
L'aria fredda mi colpì come una frusta, schiaffeggiandomi il viso.
Scesi i tre scalini che mi separavano dal marciapiede e iniziai a camminare in direzione della metro.
Sarei andato a Knightsbridge. Lì c'era un locale dove era possibile ubriacarsi. Ed era proprio quello di cui avevo bisogno: annegare i miei dispiaceri nell'alcol, oltre che nel sangue che mi sgorgava dai polsi ogni volta che, con la lametta, li incidevo a fondo.
Continuai a camminare a passo svelto, schivando gli altri passanti.
Dopo dieci minuti, mi ritrovai all'ingresso della metro.
Obliterai un biglietto e scesi nel sottolivello, affacciandomi sul binario.
Appoggiai la schiena alla parete, aspettando pazientemente che un treno si degnasse di arrivare in stazione.
Dopo qualche istante, iniziai a sentire il rombo dei motori, sempre più vicino.
Poi il treno si fermò in stazione, i pistoni sbuffarono e le porte si aprirono.
Molti passeggeri cominciarono a riversarsi fuori dalle carrozze, lasciando il treno mezzo vuoto.
Quando la fiumana di gente che scendeva fu finita, salii nel veicolo.
Strinsi la mano attorno al sostegno situato sul soffitto, poi il treno partì.
Durante il viaggio fui accompagnato dal rumore delle pagine di un giornale, che venivano girate da una donna seduta poco distante.
Il treno si fermò. Ero alla stazione di Holborn.
Scesi dalla carrozza e, assieme agli altri passeggeri, mi diressi verso il punto di scambio con la Piccadilly Line.
Una volta arrivato sul binario, dovetti aspettare solo pochi secondi prima che un treno si fermasse.
Salii immediatamente.
Dopo dieci minuti, il treno fermò a Knightsbridge.
Attesi che le porte si aprissero e, con uno scatto, saltai fuori dalla carrozza.
Una volta sul binario, mi diressi verso le scale mobili.
Ci salii sopra, aspettando che mi conducessero in superficie.
Mentre le scale salivano, potei scorgere il cielo. Era di un blu scuro, quasi nero in certi punti.
Guardai l'orologio digitale che avevo al polso. Segnava le 20:18.
Una volta arrivato in strada, svoltai a destra.
Camminai per cinque minuti, poi lo vidi.
Di fronte a me, in netto contrasto con il cielo scuro, un edificio a tre piani con finestre illuminate si stagliava contro la volta stellata.
Sulla porta era inciso a grandi caratteri il nome del locale: Dance 'n' Drink.
Era uno dei posti che frequentavo due anni prima, quando ancora avevo l'abitudine di bere ogni sera.
Abitudine che avrei dovuto riprendere, a quanto pareva.
Andai verso la massiccia porta di metallo e la spinsi. Questa si aprì senza fatica.
Oltre l'ingresso, si apriva un'ampia sala di forma quadrata, strapiena di persone che ballavano. Alcune erano mezze nude, mentre altre indossavano vestiti bizzarri e colorati.
L'aria era satura dell'odore di fumo e alcol e un complesso stereo viola metallizzato sparava musica jazz a volume altissimo.
Vicino ad ogni parete erano appesi tre o quattro lucernari, che diffondevano nel locale una piacevole luce dorata.
Sotto di essi, sempre addossati alle pareti, c'erano dei divani in pelle nera e dorata, davanti ai quali erano posizionati piccoli tavolini di legno chiaro.
Su di essi, molti uomini cercavano di amalliare qualche puttana, convincendola ad andare a letto con loro.
Altri, invece, bevevano da bicchieri enormi, pieni di birra o liquori dal profumo speziato.
Al centro della sala, invece, si trovava un area bar, dove bariste in mini gonna e top servivano da bere da dietro il bancone, davanti al quale era sistemata una fila di alti sgabelli.
Mi avvicinai a quest'ultimo, sedendomi in un posto libero.
Quasi subito, una ragazza dai capelli castano scuro tagliati sotto l'orecchio e la pelle color caramello, mi si avvicinò.
Indossava un pantaloncino stiminzito, che a stento le copriva il sedere, ed una cannottiera blu scuro con scollo a V.
Appoggiò i gomiti sul legno del bancone, abbassandosi quel tanto che bastava per permettermi di vedere metà del suo seno.
Barista: "Ciao, io sono Klara. Cosa posso servirti?" Chiese a voce sufficientemente alta, in modo che la potessi sentire da sopra quel baccano, sbattendo le lunghe ciglia che contornavano gli occhi nocciola pesantemente truccati.
Michael: "Un bicchiere di Rhum, grazie" dissi guardando il suo décolleté con fare insistente.
Lei sorrise, i denti bianchi in netto contrasto con le labbra bordeaux.
Klara: "Arriva subito, caro" disse accarezzandomi il dorso della mano con fare provocante.
Io le sorrisi, scoprendo gli incisivi.
La ragazza si voltò e, facendo ondeggiare i fianchi, andò verso po scaffale dei liquori.
Prese una bottiglia contenente un liquido ambrato e la stappò.
Afferrò un bicchiere dallo scaffale accanto e lo riempì fino all'orlo, quindi me lo mise davanti.
Klara: "Ecco a te" disse guardandomi.
Michael: "Grazie" risposi.
Presi il bicchiere e me lo portai alle labbra, prendendo una lunga sorsata.
Mi voltai verso il centro della sala, dove uomini e donne ballavano al ritmo martellante della musica.
Alcuni erano talmente ubriachi che a stento si reggeva in piedi, mentre altri erano riusciti ad abbordare una puttana e si stavano dirigendo al piano superiore, dove c'erano delle piccole camere da letto.
Spostai lo sguardo verso destra, dove una coppietta si stava baciando. La ragazza aveva capelli lunghi e neri, mentre il ragazzo era biondo.
"Come Andreas" Pensai.
Scacciai immediatamente quel ricordo, buttando giù quanto rimaneva nel bicchiere.
Mi girai verso il bancone.
Michael: "Un altro" ordinai.
Klara: "Subito" rispose.
Riempì un altro bicchiere e me lo porse, poi prese una ciotolina con delle olive verdi sotto sale e me la posò davanti.
Klara: "Questo te lo offro io, ne hai bisogno" disse indicando il mio polso, dove era ben visibile la pelle martoriata e, sotto di essa, le ossa.
Feci un cenno di assenso con il capo, poi tornai a voltarmi verso la sala.
La canzone precedente era finita, lasciando il posto ad una musica più dura, con influenze rock.
Bevvi un sorso di Rhum.
Poi, con l'aiuto di uno stuzzicadenti, presi un oliva, portandomela alla bocca.
La masticai piano, buttandola giù con dell'altro liquore.
Con la mano libera mi stropicciai gli occhi.
La testa aveva cominciato a girarmi, segno che non reggevo più tanto bene l'alcol.
Ma, dopotutto, erano almeno due anni che non ne assumevo dosi così massicce.
Senza farmi troppi scrupoli, presi un'altra sorsata di alcolico, vuotando il bicchiere a metà.
Una vampata di calore si trasmise fino al petto, mentre la gola iniziava a bruciare.
Avvertii un'improvvisa sensazione di calore alle guance, che mi costrinse a togliere il cappotto.
Lo piegai e me lo posai sul braccio.
Finii anche il secondo bicchiere e lo posai sul bancone.
Klara: "Ancora?" Chiese.
Annuii.
La ragazza prese il bicchiere e lo riempì una terza volta, porgendomelo di nuovo.
Lo presi e lo buttai giù velocemente.
E così, tra un bicchiere e un altro e il susseguirsi delle canzoni, passai le successive due ore.
Michael: "Un altro" dissi con la voce impastata dall'alcol.
Klara mi prese il bicchiere dalle mani, rimpiendolo ancora.
Klara: "Sei al dodicesimo bicchiere e non hai ancora vomitato. Complimenti, la maggior parte dei clienti molla dopo quattro o cinque" osservò.
Mi porse il bicchiere, che questa volta era pieno solo per metà.
Io le sorrisi e lo sguardo mi cadde di nuovo sul suo seno.
Non sapevo per quale motivo, ma quelle curve mi attrevano. Eppure, mi ero sempre considerato omosessuale.
"Basta, non voglio arrovellarmi su questi pensieri. È inutile" mi dissi, la capacità di concentrazione molto bassa a causa della sbronza.
Sospirai.
Intanto, Klara aveva finito il suo turno, si era seduta su uno sgabello e mi guardava con i suoi occhi da gatta.
Klara: "Perchè sei qui?" Domandò tutto ad un tratto.
M

ichael: "Eh?" Chiesi distogliendomi dai miei pensieri.

Klara: "La maggior parte delle persone viene qui per affogare i propri dispiaceri nell'alcol. Sei qui per questo o c'è un altro motivo?" Chiese.
Michael: "Oh... sono stato lasciato dalla persona che credevo mi amasse, tutto qui" risposi.
Non sapevo neanche perché glielo avevo detto, fatto sta che non mi importava.
Klara: "Allora hai solo bisogno di qualcuno che ti ami sul serio" riflettè "Ma di queste persone ce ne sono poche, e ad altrettante poche è concesso il lusso di trovarne una" terminò.
Michael: "Si... forse" dissi, la voce rauca per il troppo alcol.
Gettai una rapida occhiata al locale, che aveva cominciato a svuotarsi.
Strano, erano solo le 22:30.
Decisi di non farci caso e chiesi a Klara un altro bicchiere di Rhum.
Klara: "È finito, lo hai bevuto tutto. Posso darti uno Schotch" disse lei.
Io annuii.
Klara mi riempì il bicchiere e me lo porse.
Io presi un piccolo sorso, mentre lei sfilava il cellulare dalla tasca.
Klara: "Oh, sono già le 22:30 passate. Il mio turno e finito, ci si vede bellezza" disse facendomi l'occhiolino.
Poi uscì da dietro il bancone e, sculettando, andò via.
Io ripresi a guardare il salone.
Molti erano talmente ubriachi da non riuscire nemmeno ad alzarsi, così si limitavano a stare stravaccati sui divanetti, magari con una puttana sulle ginocchia, oppure dormendo.
Mi sforzai di mettere a fuoco le persone, ma ci vedevo doppio e la testa mi girava.
Posai il bicchiere, ancora mezzo pieno, sul bancone dietro di me.
Stavo per infilarmi il cappotto e andare via, quando sentii due mani che mi toccavano le spalle, costringendomi a stare seduto.
Poi delle labbra si avvicinarono al mio orecchio, soffiando piano.
???: "Hey, dolcezza. Come mai tutto solo?" Chiese una voce femminile.
Girai poco la testa, quel tanto che bastava per scorgere il profilo della donna dietro di me.
???: "Io sono Blair, e tu?" Chiese con fare provocante.
Michael: "Mi chiamo Michael" risposi "Vieni qui, così che possa vederti" dissi stando al suo gioco.
Lei rise un po', poi girò attorno al mio sgabello, sedendosi sulle mie ginocchia.
Aveva lunghi capelli neri e occhi dello stesso colore.
Indossava un vestitino verde aderente con spacco in mezzo al seno che le lasciava scoperta la schiena, in netto contrasto con la carnagione bianca.
Al collo aveva una collana dorata con un ciondolo a forma di stella a sette punte, mentre ai piedi calzava scarpe con tacco alto, anch'esse dorate.
Michael: "Bhe, sei bella" dissi mezzo intontito.
Blari: "Grazie, anche tu" fece civetta.
Mi posò una mano sul braccio, accarezzandomi piano.
Blair: "Vuoi divertiti un po'?" Chiese stusciandosi su di me.
Michael: "Non saprei... quanto vuoi per un'ora?" dissi con un mezzo sorriso da ebete.
Blair: "200 sterline e sono tutta tua" disse leccandosi le labbra.
Michael: "Affare fatto" risposi, le guance bollenti a causa dell'alcol.
Blair sorrise, poi mi prese per mano, conducendomi al piano di sopra, mentre io le toccavo il sedere.
Quando arrivammo al piano superiore, la testa mi girava ancora di più.
Blair si infilò in una delle stanze da letto ed io la seguii.
Si appoggiò alla porta, chiudendola con fare provocante, stusciandosi contro il legno lucido.
Mi venne vicino e mi spinse sul letto.
Portò una delle mie mani sul suo seno, poi premette le sue labbra sulle mie.
Iniziò a spogliarsi, muovendosi su e giù sulla mia vita.
Io mi sbottonai la camicia, togliendola.
Poi le feci mettere sotto di me, continuando a baciarla.
Ma le sue labbra non erano come quelle di Andreas. Non avevano lo stesso sapore, la stessa morbidezza.
Avevano il sapore dei soldi.
Decisi di non curarmene, e ripresi da dove ero rimasto.
Forse così, facendo sesso con una puttana, sarei riuscito a dimenticare Andreas.
Forse...




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