Il resto della settimana passò piuttosto velocemente, tra scuola ed allenamento alla Royal Opera House.
Contro ogni previsione, Mrs Randall non aveva fatto parola della mia transizione e Dominik non mi aveva più dato fastidio.
E così era arrivato il sabato.
Era una giornata fredda e soleggiata, leggere nuvole bianche a punteggiare il cielo azzurrino.
Tirava un venticello piacevolmente freddo e camminare per strada era piacevole.
In quel momento ero nella mia stanza, steso dentro il letto, avvolto da calde coperte.
Avevo deciso di riposare, sicuro che dopo la festa di quella sera, tra un ballo e qualche bicchiere di champagne, sarei stato esausto.
"Chissà come saranno travestiti gli altri" mi chiesi.
Non mi ero mai interessato a quelle cose, eppure quel pensiero era fisso nella mia mente, quel sabato pomeriggio, forse a causa di semplice curiosità.
O forse per la voglia che avevo di sentirmi, almeno una volta, all'altezza degli altri.
E forse, quella sera ci sarei riuscito.
Mia madre, infatti, mi aveva assicurato di aver confezionato un costume stupendo, che tutti mi avrebbero invidiato.
Dal canto mio, non ero molto sicuro, ma avevo tenuto questa visione pessimistica per me.
Non volevo contraddire quella donna, non solo perché era mia madre, ma perché il lei riposava uno spirito guerriero, impavido.
Sospirai.
Poi, pian piano, mi alzai dal letto.
Andai all'armadio e presi della biancheria pulita.
Uscii dalla mia camera ed andai in bagno.
Una volta entrato nella stanza, chiusi la porta, appoggiandomici contro.
Mi sfilai la maglietta del pigiama, gettandola in un angolo.
Alzai lo sguardo verso lo specchio, squadrando il mio riflesso.
I tagli sulle braccia erano scomparsi, ma sul torace erano comparse varie chiazze violacee.
Per la seconda volta, Dominik mi aveva marchiato.
Distolsi lo sguardo dalla mia immagine riflessa, non riuscendo a sopportare quella vista.
Quei lividi, quei marchi, erano il segno indelebile del mio fallimento e della mia debolezza.
Ancora una volta non ero riuscito a difendermi, e se non fosse stato per Andreas, le cose sarebbero potute andare anche peggio.
Sospirai, frustrato, per poi togliere anche il pantalone e i boxer.
Gettai anche quelli per terra ed entrai nella doccia.
Aprii il getto caldo e lasciai che questo mi accarezzasse languidamente la pelle, sciogliendo i muscoli tesi come corde d'arpa e donandomi una sensazione di benessere.
Chiusi l'acqua e mi insaponai, per poi risciacquarmi.
Mentre l'acqua portava via la schiuma dal mio petto tumefatto, iniziai a piangere.
Non potevo sopportare di bere ancora dall'amaro calice del fallimento.
Chiusi l'acqua ed uscii dalla doccia, avvolgendomi nel morbido accappatoio blu.
Mi tamponai la pelle con delicatezza, stando attento a non premere troppo sui lividi.
Mi sfilai l'accappatoio e lo appesi al gancio d'ottone accanto alla doccia.
Infilai i boxer, raccolsi il pigiama da terra ed uscii da bagno.
L'aria fresca mi solleticò la pelle calda, facendomi rabbrividire leggermente.
Entrai nella mia stanza, posai il pigiama sotto il cuscino ed indossai una felpa rossa.
Andai verso le scale e scesi al piano inferiore.
Entrai in salotto, dove trovai mia madre intenta a leggere un libro mentre beveva un The.
Gettai un'occhiata all'orologio digitale, che segnava le 3:20.
Michael: "Ciao mamma" dissi.
Mamma: "Ciao, tesoro" rispose chiudendo il libro.
Michael: "Possiamo andare a mangiare qualcosa?" Chiesi.
Mamma: "Certo, caro" rispose "Io ho già pranzato. Vai vicino al fornello, c'è una pentola con della zuppa di patate e zucca e nel forno c'è del pane tostato" disse.
Michael: "Va bene, grazie" dissi.
Poi mi diressi in cucina, presi un piatto dal tavolo e ci versai dentro un mestolo di zuppa.
Presi una fetta di pane tostato e mi sedetti a tavola.
Immersi io cucchiaio nella zuppa e me lo portai alla bocca, scottandomi la lingua con il liquido caldo.
Presi un bicchiere di acqua gelata e buttai giù una grande sorsata, sperando di riuscire a spegnere l'incendio che avevo in gola.
"Cazzo..." Pensai quando il dolore fu passato.
Aspettai qualche minuto, poi ripresi a mangiare, sincerandomi che la zuppa non fosse calda quando una colata lavica.
La assaporai attentamente, notando che, assieme alle verdure, c'era della panna acida e del basilico.
Presi il pane tostato, ne spezzai un po', immergendolo nel piatto e me lo portai alle labbra.
Poi finii di mangiare la zuppa.
Presi il piatto, lo sciacquai e lo infilai nella lavastoviglie.
Andai verso la dispensa, aprii le porte e guardai attentamente, finché non trovai i biscotti al cioccolato e mandorle per cui mia madre era famosa.
Ne presi due e li divorai in un istante.
Poi mi lavai le mani nel lavello, le asciugai con uno strofinaccio e tornai in salotto.
Michael: "Io vado a riposare, perché stasera sarà impegnativo. Ci vediamo dopo, mamma" dissi.
Mamma: "Va bene" disse lei.
Le sorrisi, per poi tornare al piano di sopra.
Entrai nella mia stanza e andai verso la scrivania, dove era posato lo stereo.
Inserii un disco di Stravinsky e mi sedetti sul davanzale della finestra.
Quindi la musica partì, creando un'atmosfera rilassante e aiutandomi a svuotare la mente.
Mi lasciai cullare dalle sue dolci e tristi note.
"Mi sento rappresentato in questa musica. Non capisco come mai sia una delle opere di Stravinsky che ha avuto meno successo..." Pensai.
Ed effettivamente era così.
Come quella melodia, anche io ero triste.
Come quella melodia, anche io mi sentivo incompreso.
Come quella melodia, anche io non ero apprezzato.
Sospirai, appoggiando la fronte al vetro.
Il sole era ancora alto nel cielo, e mancavano circa due ore alla festa del corpo di ballo.
Ero nervoso ed emozionato, perché prima di allora nessuno mi aveva mai invitato ad un ballo.
Ma d'altronde c'era da aspettarselo, dato che non ero il tipo popolare o lo gnocco della scuola.
Ero semplicemente io, Michael Penniman, il ragazzo omosessuale a cui piaceva il balletto ma che non era apprezzato dagli altri perché troppo diverso.
Sospirai ancora, mentre una lacrima solcava la mia guancia destra, bruciando come acido.
In quel momento, grazie a quella musica maledetta, iniziarono a tornarmi in mente tutti i ricordi peggiori della mia adolescenza.
Mi presi la testa tra le mani, premendo i palmi sulle orecchie, mentre la musica continuava impietosa a spargere sale sulle mie ferite.
Piansi ancora, stavolta più forte, ma i miei singhiozzi erano sovrastati dal suono di quella melodia.
Mi portai le ginocchia al petto, rannicchiandomi in posizione fetale, come un bambino.
Sentii che centinaia di lacrime mi inzuppavano la felpa, mentre brividi risalivano su per le mie gambe nude.
Nella mia mente affiorò il ricordo di Dominik che mi picchiava, che mi chiamava "frocio" e "finocchio".
Sentii di nuovo il dolore di quei pugni con cui mi aveva marcato il torace più di una volta, mentre i lividi riprendevano a pulsare.
Mi tirai i capelli, stingendo le punte tra i polpastrelli.
Poi allungai la mano verso il comodino, cercando a tentoni il cassetto.
Quando trovai la maniglia lo aprii, tirando fuori un involto blu.
Me lo portai in grembo senza smettere di piangere, srotolando la stoffa.
La lametta che vi era dentro brillò sotto i raggi del sole pomeridiano, accecandomi per un istante.
Arrotolai la manica della felpa e impugnai la lama con mano tremante.
Lentamente, la posai sulla pelle bianca, dove le vecchie ferite si erano da poco rimarginate.
Iniziai a fare pressione, incidendo a fondo la carne e lasciando che il sangue sgorgasse il placidi rivoletti dai bordi della ferita.
I miei occhi continuavano a versare lacrime brucianti e la musica infuriava ancora nelle mie orecchie, impedendomi di rimanere lucido.
Quella melodia aveva riportato alla mia mente i ricordi più brutti, che mi avevano invaso come un fiume in piena, facendo vacillare il mio già fragile equilibrio emotivo.
Continuai ad incidermi il polso, mentre la lametta si macchiava di rosso.
Il sangue mi ruscellava tra le dita, colando caldo tra le piegature della pelle.
Il dolore divampò dentro di me, mente ogni fibra del mio essere mi implorava di far cessare quell'agonia.
Ma mi ero spinto troppo oltre e non potevo fermarmi, non fin quando quei dolorosi ricordi non fossero stati lavati via.
Incisi di nuovo il polso, per poi passare all'avambraccio, mentre la pelle tumefatta bruciava e pulsava.
Mi morsi il labbro per non urlare, mentre altre lacrime si riversavano fuori dai miei occhi, copiose.
Continuai ad aprire profonde ferite nella mia stessa carne, ignorando il dolore che mi auto infliggevo.
Mi fermai solo quando il braccio fu interamente coperto da una maschera di sangue semi coagulato.
Ed in quel momento la musica finì.
A fatica mi alzai dal davanzale ed andai verso lo stereo.
Tirai fuori il disco e lo spezzai in due, gettando le due metà ai due lati opposti della stanza.
Abbassai la manica della felpa e strinsi la lametta nel pugno, quindi uscii dalla mia stanza e mi diressi in bagno.
Entrai chiudendo la porta a chiave dietro di me: non volevo che i miei genitori mi vedessero così per la seconda volta in così poco tempo.
Mi appoggiai al lavandino e lasciai cadere la lametta insanguinata dentro di esso.
Mi sfilai la felpa e la posai sullo sgabello accanto al termosifone.
Aprii l'acqua calda e portai il braccio sotto il getto bollente.
Subito le ferite iniziarono a bruciare, mandando fitte di dolore a tutto il mio corpo, tanto forti che temetti di poter cadere.
Fortunatamente, ciò non successe e riuscii a restare in equilibrio.
Quando il sangue fu completamente lavato via dalla mia pelle, tolsi il braccio da sotto il getto bollente.
Presi dei fogli di carta e tamponai la pelle, per poi gettarli nel gabinetto e tirare lo scarico.
Aprii il mobiletto dei medicinali e presi un rotolo di bende, dell'acqua ossigenata e un paio di forbici.
Spruzzai il medicinale sui tagli, che ripresero a bruciare.
Strinsi i denti e avvolsi il braccio nelle bende, stringendole il più possibile.
Taglai l'eccesso con le forbici e riposi tutto nel mobiletto.
Poi sollevai lo sguardo verso il mio riflesso.
Il mio volto aveva assunto una tinta pallida, quasi cerea.
Avevo gli occhi arrossati e le guance bagnate dalle lacrime e la bocca contratta in una smorfia di dolore.
Aprii nuovamente l'acqua e mi sciacquai la faccia, asciugandola con un telo di cotone bianco.
Poi mi sedetti per terra, accasciandomi accanto alla porta, tenendomi la testa tra le mani.
"Non ci posso credere... l'ho fatto di nuovo... possibile che questo sia l'unico modo che ho per far andare via il dolore? Provocarmi altro dolore?" Pensai.
Mi sentivo frustrato, disperato ed arrabbiato.
Frustrato perché avevo ceduto nuovamente all'autolesionismo.
Disperato perché non ne potevo più di procurarmi dolore da solo.
Arrabbiato perché per farmi esplodere era bastata una semplice musica, che aveva rievocato gli spettri della mia adoloscenza.
Sospirai, il petto che si alzava e abbassava a ritmo irregolare.
Non so per quanto tempo restai in quella posizione, ricordo solo che ad un certo punto mi alzai, prendendo la felpa ed infilandola, animato dal pensiero che di lì a poco sarei dovuto andare a quella festa.
Festa alla quale non avevo alcuna voglia di partecipare, ma alla quale sarei comunque andato.
Forse stare in mezzo alle persone mi avrebbe fatto bene. Forse mi avrebbe aiutato a riacquistare il fragile equilibrio psicologico che mi sosteneva.
Sospirai di nuovo, per poi aprire la porta del bagno.
Uscii in corridoio e mi diressi verso le scale, le percorsi fino in fondo ed arrivai al piano inferiore.
Una volta lì, andai da mia madre, che era seduta sul divano e stava appuntato delle paillettes dorate su una maschera bianca.
Michael: "Ciao mamma" dissi.
Mamma: "Ciao, tesoro" rispose "Come stai?" Chiese.
Michael: "Bene" mentii.
Lei mi sorrise, senza però troppa convinzione.
Mi squadrò, alzando un sopracciglio, ma non disse nulla.
Sospirai, sedendomi accanto a lei e rannicchiandomi con le gambe strette al petto.
Mamma: "Michael, che dici se ti faccio vedere il costume per la festa di stasera?" Chiese dopo qualche minuto.
Michael: "Va bene, mamma" risposi.
Lei mi sorrise, per poi alzarsi ed incamminarsi verso le scale.
Io la seguii, con i piedi che a stento toccavano le piastrelle fredde.
Salimmo fino in cima, per entrare nella camera da letto dei miei genitori.
Era una stanza ampia, con un grande letto di ferro battuto e le pareti bianco sporco.
In un angolo, accanto ad una grande finestra, c'era un manichino coperto da un lenzuolo scuro.
Mia madre andò verso di esso, tirando via il telo.
Quando vidi quello che c'era sopra l'espositore restai a bocca aperta.
Il costume che avrei dovuto indossare quella sera era a dir poco stupendo, costituito da una giacca panna ricoperta di lustrini dorati sui polsini ed il colletto, un pantalone panna con una stiscia di strass verticale su entrambe le gambe ed una camicia, anch'essa panna, con bottoni di madreperla.
A completare il tutto, la maschera che mia madre reggeva tra le mani.
Era sottile e copriva la metà superiore del viso.
Attorno agli occhi c'era un intricato disegno di paillettes in tinta con quelle del vestito ed al centro di essi una piuma bianca piegata verso destra.
Michael: "Mamma..." iniziai.
Mamma: "Ti piace?" Chiese.
Io annuii freneticamente, per poi andare vicino a lei e posarle un bacio tra i capelli.
Michael: "Grazie mamma, è stupendo" dissi.
Mamma: "Mi fa piacere che tu piaccia" disse.
Io sorrisi, mostrando gli incisivi sporgenti.
Mamma: "Ora va a prepararti. Sono quasi le 5:00, hai poco meno di un'ora per essere alla Royal" disse.
Io annuii, smettendo di sorridere.
Mia madre sfilò il costume da sopra il manichino e me lo porse, indumento dopo indumento.
Li presi ed andai nella mia stanza.
Sfilai nuovamente la felpa ed indossai la camicia, sperando che riuscisse a coprire i lividi e la fasciatura.
Quando chiusi i bottoni mi resi conto che era molto attillata e che mi slanciava il busto e la schiena.
Infilai i pantaloni, anch'essi aderenti, e notai che mi snellivano le gambe ed enfatizzavano il sedere.
Sorrisi tra me e me per qualche secondo, per poi indossare la giacca e chiudere due bottoni sulla pancia.
Infilai delle scarpe ricoperte di strass dorati che tenevo da parte per le occasioni importanti e andai vicino al grande specchio a parete.
Osservai il mio riflesso e, per la prima, a volta dopo tanto tempo, mi trovai bello.
Il mio fisico magro ma muscoloso era fasciato in quegli abiti di squisita fattura, che ne enfatizzavano le linee e le curve.
Poi presi la maschera ed il cellulare ed uscii dalla mia stanza, imboccando il corridoio.
Scesi al piano di sotto e mi feci vedere da mia madre, la quale mi guardò con occhi brillanti.
Mi venne vicino e ravvivò i riccioli con le mani, facendoli diventare setosi.
Mamma: "Aspetta un attimo qui" disse.
Poi salì nuovamente al piano superiore, per ridiscendere pochi attimi dopo, portando con sé dei guanti senza dita dorati.
Mamma: "Tieni, tesoro. Con questi sarai perfetto" disse con un sorriso.
Presi i guanti e li infilai.
Stavo per salutarla, quando mi porse un sacchetto nero.
Lo aprii e dentro vi trovai una collana a filo dorata.
La misi e finalmente fui pronto.
Mamma: "Sei bellissimo, tesoro" disse.
Michael: "Merito tuo che hai confezionato questo bellissimo abito" disse.
Lei mi sorrise, per poi abbracciarmi.
Mi diede un bacio sulla guancia e mi accompagnò alla porta.
Michael: "Stasera farò tardi, non aspettatemi" dissi.
Lei annuì.
Aprii la porta ed uscii.
Il vento fresco mi baciò la pelle, mentre la luce del sole morente faceva rifulgere i lustrini sul mio abito.
"Sembrerò il dio sole, così vestito" Pensai.
Poi iniziai a camminare: sarei arrivato alla Royal a piedi.
Avevo bisogno di svagarmi e magari una bella passeggiata mi avrebbe aiutato.
Mentre passeggiavo, vidi alcuni bambini correre sul marciapiede, reggendo aereoplanini di carta nelle manine paffute.
Sui loro visi rotondi si allargavano sorrisi ingenui.
Ad occhio e croce, non avevano più di sei anni.
"Magari potessi tornare bambino anche io. A quell'età la cattiveria del mondo mi era ancora sconosciuta. A quell'età non avevo anora scoperto di essere omosessuale. A quell'età ero felice" mi dissi con rammarico.
Camminai per altri dieci minuti, quando vidi un gruppo di ragazzi liceali che passeggiavano per la strada, fumando sigarette e ridendo alle battute di uno di loro.
Quella vista mi riempì di tristezza, perché fu come ricevere uno schiaffo in pieno volto, mentre un dolore al centro del petto mi ricordava che io non avrei mai fatto parte di un gruppo come quello.
Sospirai, cercando di ignorare le loro risate e continuai a camminare in direzione della Royal.
Ero quasi arrivato, quando accanto a me passò una coppietta.
Lei era bruna ed indossava un pantaloncino corto nero con stivali e maglione bordeaux.
Lui aveva capelli castani ed indossava un jeans verde chiaro ed una felpa colorata.
I due si fermarono accanto ad un albero ed iniziarono a baciarsi, toccandosi in ogni dove, favoriti dalla crescente oscurità.
E fu allora che sentii il mio cuore sbriciolarsi, perché quella scena mi ricordò che, per quanto potessi amare Andreas, non sarei mai potuto essere felice.
Non sarei potuto essere felice perché ero omosessuale e perché il mio amore con il biondo non sarebbe mai stato visto di buon occhio.
Non sarei potuto essere felice perché per quanto mi fossi impegnato per mantenere dei rapporti stabili con l'uomo che amavo, a causa della mia fragile psicologia non ci sarei mai riuscito.
Iniziai a correre a perdifiato, mentre sentivo il pizzicore delle lacrime che cercavano di sgorgare nuovamente dai miei occhi.
Il vento mi sferzò il viso, tagliente come una lama.
Poi, pian piano, iniziai ad andare più lentamente, fin quasi a fermarmi.
Repiravo a fatica ed il cuore mi batteva forte.
Mi appoggiai al muro di un palazzo e cercai di riprendere fiato.
Poi attraversai la strada e mi ritrovai di fronte all'immenso portone della Royal Opera House, il cui piano superiore per quella sera sarebbe diventato una grande sala da ballo.
Sospirai, costringendomi a muovere i pochi passi che mi separavano dall'ingresso.
Mi infilai la maschera e sorrisi debolmente.
Quella sera non avrei permesso a nessuno di scorgere il mio dolore, o le crepe che si diramavano nella mia anima.
Avrei messo un muro di vetro tra me e gli altri.
Muro che sarebbe stato abbattuto quando meno me lo sarei aspettato...
~Spazioautrice~
Salve ragazzi.
So che ieri ho detto che pensavo di cancellare la storia e sono ancora di quell'idea.
Ma le parole di alcuni di voi mi hanno motivata, per cui ecco a voi un capitolo.
So che è molto triste, ma riflette il mio stato d'animo e, da un certo punto di vista, quello psicologo.
Spero comunque che vi sia piaciuto e vi invito a dirmi cosa ne pensate.
Baci.
Hearts_Get_Hurts
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Coming In A Dark World||Mikandy
FanfictionMichael è un ballerino alla "Royal Opera House". Ha 22 anni ed uno spiacevole passato, dal quale fugge attraverso la danza. Si allena strenuamente, dopo la scuola. Ma un giorno, mentre si esercita con gli altri, uno strano tipo si presenta nella s...
