Capitolo 14

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Dopo aver preso il the, io e i miei genitori eravamo andati a prepararci per andare a cena da Paloma.
Io avevo indossato una camicia viola scuro con dei pantaloni neri, delle bretelle arancioni e le vans nere.
Verso le 7:30, avevamo preso la macchina ed eravamo andati a casa di mia sorella, la quale ci aveva accolto con un gran sorriso.
Quando anche i miei fratelli erano arrivati, ci eravamo seduti a tavola.
Dopo una cena a base di pesce e verdure, ci eravamo spostati in salotto. Avevamo parlato di varie cose: il lavoro di Yasmine, gli studi di Fortunè e Zuleika e la mia ammissione al corpo di ballo della Royal.
Da quando avevo ricevuto quella bellissima notizia, in casa non si faceva altro che parlarne. Questo mi rendeva molto felice. Ogni volta che i miei fratelli i miei genitori si complimentavano con me, un'ondata di gioia mi pervadeva, inebriandomi.
Dopo qualche ora, eravamo tornati tutti alle rispettive case o, come nel caso di Zuleika e Fortunè, al college.
Appena arrivato a casa, ero andato in camera mia, mi ero cambiato e mi ero infilato nel letto, cercando di prendere sonno.
Purtroppo, questo si era fatto attendere a lungo e, quando era arrivato, non era stato di grande conforto, poiché leggero e, come al solito, costellato di incubi...

Quando mi svegliai, non ricordavo nulla. Ero sicuro che degli incubi fossero venuti a tormentarmi, ma non ne ricordavo nessuno.
"Bhe, meglio così. Almeno, non dovrò arrovellarmi per cercare di capirne il significato" fu il mio primo pensiero.
Mi rigirai nel letto.
Guardai l'orologio. Le 7:38. Dovevo alzarmi o avrei fatto tardi a scuola. E l'ultima cosa che volevo era essere rimproverato per essere arrivato in ritardo.
Anche se di mala voglia, mi misi a sedere.
Feci scivolare le gambe oltre il brodo del letto, posando i piedi per terra.
Il contatto della pelle con le piastrelle fredde mi fece svegliare del tutto.
Mi alzai in piedi, stiracchiandomi.
Mi diressi verso la porta, aprendola.
Percorsi il corridoio che conduceva alle scale, scesi al piano di sotto es entrai in cucina.
Nella stanza, trovai mia madre che faceva colazione con un The e delle fette biscottate.
Michael: "Ciao mamma" dissi appoggiandomi allo stipite della porta.
Mamma: "Buongiorno, Michael" disse con un sorriso.
Ricambiando il sorriso, mi scostai dalla soglia, andando verso il tavolo, dove era posato un piatto di croissant fumanti.
Ne presi uno e diedi un morso.
Subito, un'ondata di sapori mi invase la bocca.
Finii il croissant in altri tre morsi, poi andai verso il frigorifero.
Mi versai un bicchiere d'acqua, presi una capsula di antidepressivo e la mandi giù.
Poi, dicendo di essere di fretta, tornai al piano di sopra.
Entrai nella mia stanza, dove presi una camicia bianca aderente, un pantalone e un gilet neri e delle bretelle rosa confetto. Con la mano libera, afferrai un boxer grigio scuro e le converse fucsia ricoperte di lustrini, poi mi diressi in bagno.
Posai i vestiti accanto al lavandino, mi sfilai pigiama e boxer ed entrai nella doccia. Avevo poco tempo, quella mattina.
Mi diedi una lavata veloce, poi uscii, avvolgendomi nell'accappatoio.
Mi asciugai in tutta fretta, poi indossai boxer, pantaloni e scarpe e mi lavai i denti.
Finii di vestirmi e mi gettai uno sguardo al mio riflesso.
La camicia e il gilet attillati mettevano il risalto i muscoli del torace, esaltando la schiena e le spalle.
I pantaloni a sigaretta mi fascivano le gambe, facendole apparire più snelle di quanto non fossero in realtà.
Sorrisi alla mia immagine riflessa.
Se non fosse stato per le occhiaie e il colorito cereo, avrei potuto dire di essere in splendida forma.
Mi riscossi, aprendo la porta del bagno.
Portai il pigiama in camera mia, lasciandolo sul letto.
Andai verso il comodino e presi una collana con un ciondolo a forma di mano di Fatima ed il mio prezioso anello.
Li indossai, poi afferrai lo zainetto e mi diressi al piano inferiore.
Una volta lì, salutai mia madre con un bacio sulla guancia, indossai il cappotto che avevo anche il giorno prima e uscii di casa.
Quella mattina, l'aria era così fredda da bruciare, probabilmente a causa della nevicata di quella notte.
Mi strinsi nel cappotto, iniziando a camminare a passo svelto, il che, oltre a permettermi di arrivare nel minor tempo possibile alla stazione, mi avrebbe scaldato.
Dopo qualche minuto, ero all'ingresso della stazione.
Passai il biglietto nell'obliteratrice e scesi al sottolivello, dove presi il primo treno che arrivò.
La carrozza era piena zeppa, così dovetti accontentarmi e rimanere in piedi vicino ad una delle porte.
Quando il treno si fermò ad Holborn, uscii velocemente, dirigendomi al punto di scambio.
Quando arrivai sul binario della Piccadilly, un treno era appena partito.
"Proprio stamattina..." Pensai stizzito.
Per fortuna, a Londra passava un treno ogni due minuti, così, poco dopo, salii in carrozza.
Anche questo treno era zeppo, come il precedente.
Mi sistemai in un angolino accanto alla porta. Di fianco a me, c'era un uomo sulla quarantina, che puzzava da far invidia ad una pattumiera.
Per fortuna, il viaggio durò poco.
Non appena le porte si aprirono, mi precipitai fuori, e non solo perché correvo il rischio di fare tardi a scuola.
Feci un gran respiro. Non avrei sopportato di rimanere anche solo un altro minuto accanto a quella pattumiera umana.
"Chissà da quanto non faceva una doccia..." Pensai mentre salivo le scale, schifato.
Io avevo bisogno di fare una o due docce al giorno, altrimenti mi sentivo sporco, e non sopportavo l'idea che qualcuno potesse ridursi a puzzare così tanto.
Quando arrivai in cima, mi fiondai subito verso l'uscita.
Percorsi la strada che mi separava dalla scuola a tempo di record, facendo attenzione a non scivolare sulla neve fresca.
Guardai l'ora sul cellulare: le 8:38.
Ero in ritardo, cazzo.
Guardai in direzione della scuola. Il cortile esterno era vuoto e per strada c'era solo qualche raro passante.
Stavo per varcare il grande cancello di ferro battuto... ma sentii qualcosa che mi afferrava, o meglio, qualcuno.
Nel giro di pochi secondi mi ritrovai schiacciato contro il muro del vicoletto dove ero stato picchiato la volta precedente.
E capii tutto.
Michael: "Dominik... so che sei tu... lasciami..." cercai di dire.
Ero schiacciato contro la pietra fredda e faticano a respirare.
Dominik: "Oh, mia cara ballerina, dove sono finite le buone maniere?" Chiese con tono di scherno.
Michael: "Lasciami..." ripetei.
Dominik: "Non prima di averti dato una bella lezione" sogghignò.
Mi fece girare, in modo che lo vedessi il faccia.
Michael: "Ti prego..." iniziai.
Ma non ebbi il tempo di finire la frase, perchè Dominik chiuse una mano attorno al mio collo, facendomi mancare il respiro.
Dominik: "Stavolta non la passi liscia! Non ci sarà Mr Anderson a difenderti, frocetto!" Urlò.
Avrei voluto rispondere che me la sarei cavato sa solo... ma le parole mi morirono in gola. Non riuscivo a respirare, avevo la trachea chiusa.
Cercai di allentare la sua stretta con le mani, ma non ebbi successo. Era davvero forte, quel figlio di puttana.
Allora decisi di giocarmi il tutto per tutto.
Con un calcio, feci perdere l'equilibrio al mio aguzzino.
Nel breve istante in cui Dominik mi lasciò andare, provai a gridare aiuto, mentre correvo fuori dal vicolo.
Purtroppo, nessuno mi sentì o, se il mio grido arrivò alle orecchie di qualcuno, quel qualcuno fece finta di non aver sentito.
Stavi per uscire dal vicolo, quando Dominik mi afferrò per la spalla, facendomi cadare con la schiena terra.
L'urto mi tolse il fiato.
Non ebbi neanche il tempo di riavermi, che Dominik si sedette Sora di me e iniziò a tempestarmi di pugni.
Faceva male.
Iniziai a piangere, gemiti strozzati che uscivano dalle mie labbra semichiuse.
Dominik: "Smetti di piangere, finocchio! Dimostra di essere un uomo!" Mi schernì.
Ma non gli diedi ascolto. Non potevo.
Questo lo fece infuriare ancora di più. Mi sferrò un violento pugno sul naso.
Sentii un *crac*, poi il sangue prese a sgorgare fuori, finendomi in bocca.
Intanto, Dominik continuava a picchiarmi, sferrato pugni sempre più forti.
Mi colpì ripetutamente al costato. Provavo un dolore lancinante, come se tutte le ossa che avevo in corpo si fossero improvvisamente sbriciolate.
Michael: "Ti prego basta..." provai a dire.
Ma dalla mia gola uscì solo una serie di gemiti strozzati.
Dominik rise.
Ma non era una risata normale. Era una risata folle.
Lo guardai e, per un attimo, scorsi i suoi occhi. Erano pervasi da una furia ceca.
Poi tutto cessò. Dominik smise di picchiarmi e si alzò dalla mie gambe.
Mi guardò con attenzione. Poi mi sferrò un calcio nel costole.
Sentii il rumore delle ossa che si rompevano e una fitta di dolore acutissimo mi attraversò tutto il corpo.
Provai ad urlare... ma dalla mia bocca non uscì alcun suono.
Era come nei miei incubi. Solo che questo era temendamente reale. E molto, molto più doloroso.
Dominik rise di nuovo.
Poi girò sui tacchi e se ne andò, lasciandomi lì, sulla neve fresca.
Per un attimo pensai che fosse giunta la mia ora.
Chiusi gli occhi, improvvisamente stanco.
In bocca sentivo il sapore del sangue mescolato a bile.
Tossii.
Poi mi lasciai andare, come una barca in balia delle onde.
Per un istante, mi sembrò di scorgerla, quella barca. Poi mi accorsi che era solo un'illusione dovuta al delirio per le troppe botte.
Sconfortato chiusi gli occhi, lasciandomi andare...

Coming In A Dark World||MikandyLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora