Capitolo 12

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Avevo sentito il treno ancora prima di vederlo. Bhe, era quasi ovvio, dato che quel veicolo faceva un rumore simile al cozzare di mille spade.
Quando si era fermato, una grossa nuvola di vapore bollente si era levata dai binari.
Una fiumana di passeggeri aveva cominciato a sciamare fuori dalle porte del treno. C'era chi portava con sè valigie o enormi borse, e chi, invece, aveva solo una minuscola borsetta da viaggio.
Dopo circa dieci minuti, ero potuto salire.
Andai a sedermi al mio posto, il B25, vicino al finestrino, in prima classe.
Mi sfilai il cappotto e lo piegai, posandolo nel vano dedicato ai bagagli. Mi lasciai cadere sulla poltrona rossa. Era molto comoda, nonostante l'aspetto suggerisse il contrario.
Posai gli avambracci sui braccioli e mi appoggiai allo schienale.
Dopo circa un quarto d'ora, il treno partì.
Il posto di fianco a me era rimasto vuoto. Meglio, almeno non correvo il rischio che il mio compagno di viaggio fosse un pazzo psicopatico o cose del genere.
Appoggiai la fronte contro il vetro freddo. Era così bello vedere il paesaggio mutare lentamente sotto il mio sguardo.
Dapprima, l'unica cosa che si vedeva era la parete semitrasparente della stazione. Via via che il treno si allontanava, però, iniziai a scorgere le prime campagne che circondavano Londra. A causa della recente nevicata, quel giorno erano di un bianco quasi accecante, colpito qua e là dalla pallida luce del sole invernale.
Era un vero spettacolo vederle slittare oltre i finestrini, bianche come erano.
Posai la testa al seggiolino.
Ero molto stanco, ma c'era da aspettarselo. Quella notte, a causa dei molteplici incubi, quasi non avevo chiuso occhio e, quei rari momenti in cui lo avevo fatto, ero rimasto in uno stato a metà tra il sonno e la veglia.
Sbadigliai.
"Dormirò un po'" mi dissi.
Mi accoccolai sul seggiolino, intrecciando le mani sulla pancia e accavallando le ginocchia.
La mia fermata, Humpton Court, era l'ultima. Avevo tutto il tempo per farmi una bella dormita.
Chiusi gli occhi, lasciando la mente libera di evocare i più disparati ricordi, anche quelli che credevo di non avere più, quelli celati nei suoi più profondi recessi.
Dopo qualche minuto, sentii un'innaturale quiete calare su di me. Mi lasciai cullare dal movimento del treno e mi addormentai, scivolando lentamente nel mondo dei sogni.
"Quando aprii gli occhi, questi faticarono ad abituarsi alla fioca luce proveniente dai lampioni situati sul ciglio della strada.
Girai la testa a destra e sinistra, come per controllare che la zona fosse sicura.
Solo dopo mi resi conto di essere seduto sul marciapiede. Ma... perché ero seduto sul marciapiede?
Mi puntellai sui gomiti, alzandomi a fatica. Mi faceva male tutto.
Mi guardai di nuovo attorno.
Nulla, neanche il minimo movimento.
Poi sentii un fruscio.
Mi girai di scatto... e davanti mi ritrovai il mio peggio incubo.
Dominik"
Mi svegliai ansimando.
Avevo il respiro affannoso, sudavo freddo.
Girai il capo a destra e poi a sinistra, cercando capire dove fosse il treno.
Ad un tratto, la voce gracchiante dell'altoparlante mi riportò alla realtà.
Altoparlante: "Salve gentili passeggeri. Siamo al capolinea, vi preghiamo di scendere. Grazie per aver viaggiato con noi"
"È così, sonoo ad Humpton Court" Pensai.
Mi alzai di scatto e presi il cappotto dal vano bagagli e me lo infilai mentre percorreva lo stretto corridoio che conduceva alla porta.
Scesi i due gradini che mi separavano dal binario e posai i piedi per terra.
Il binario era pieno zeppo di persone che salivano, o scendevano, come nel mio caso, dal treno.
Mi diressi a passo svelto verso l'uscita, con un mare di gente dietro di me che mi spintonava o urtava.
Quando arrivai alla porta principale, la sorpassai di corsa, desideroso di uscire da quella morsa opprimente.
Mi fermai un istante a guardare il paesaggio.
Appena oltre l'uscita della stazione, si snodava una larga strada asfaltata, con due stretti marciapiedi ai lati.
Imboccai quello di destra e mi diressi verso la mi destinazione: la reggia di Humpton Court, dimora di Enrico VIII e delle sue sei mogli.
Ero sempre stato affascinato dalla storia di quel luogo, dagli eventi, non sempre piacevoli, avvenuti al suo interno.
Ci ero già stato diverse volte, ma sentivo il bisogno di tornarci spesso, nell'ultimo anno.
Forse perché lì, nella rocca, tutto era silenzioso e pacifico. Forse perché avevo bisogno di calmarmi. Forse perché volevo stare un po' da solo. Forse perché aveva bisogno di tempo per pensare.
Continuai a camminare a passo svelto verso il castello, facendo attenzione a non scivolare sulla neve che si stava via via sciogliendo.
Passeggiai per altri dieci minuti buoni, stringendomi il cappotto addosso per non prendere freddo.
Poi arrivai di fronte al pesante cancello che separava il cortile esterno dalla strada.
Lo varcai, procedendo spedito verso la biglietteria.
Spinsi la porta, che si aprì con un cigolio, ed entrai nell'ampio locale che fungeva da punto informazioni.
Le pareti della stanza erano di un giallo sgargiante, in netto contrasto con la mobilia di noce scuro.
Mi avvicinai al banco.
Michael: "Salve. Uno per la visita al castello" dissi.
Cassiera: "Ecco a lei" disse porgendomi un biglietto arancione e nero.
Michael: "Quanto le devo?"
Cassiera: "7£" rispose.
Pagai il biglietto e uscii dalla stanza, dirigendomi verso il grande portone di quercia e ferro.
Lo oltrepassai e, subito dopo, mi ritrovai nell'ampio cortile interno. Lo attraversai con rapide falcate, desideroso di entrare al più presto in uno spazio chiuso, in modo da potermi togliere il cappotto senza correre il rischio di morire congelato.
Quando arrivai dinnanzi al portone, lo spinsi leggermente, entrando. In genere, il grosso portone era tenuto aperto ma quel giorno, a causa del freddo pungente, avevano preferito chiuderlo.
Chiusi i battenti alle mie spalle, girandomi verso l'interno.
Ed ecco, dinnanzi a me si apriva il largo corridoio dalle pareti rosse, ognuna delle quali era tappezzata dei più disparati ritratti, raffiguranti per la maggior parte Enrico VIII e le sue mogli.
Percorsi lentamente il corridoio, guardando ogni singolo quadro, senza fretta.
Alla fine del corridoio, c'era una piccola, ma pesante, porta di legno. La aprii quel tanto che bastava perché potessi passare ed entrai nella stanza.
La grande sala dei banchetti, oltre ad essere il locale più ampio di tutto il castello, era anche il più sfarzoso.
Alle parete destra, era appeso un enorme arazzo. Quella sinistra era decorata con due file di torce accese.
Nella sala c'erano tre tavoli di legno scuro, due posizionati in verticale, e uno, il più grande, in orizzontale, in modo che collegate gli altri due tra loro.
Mi posizionai davanti all'arazzo, appoggiandomi al tavolo.
Rimasi a fissare quel fantastico intreccio di stoffe per qualche minuto, poi mi riscossi e decisi di continuare il giro del castello.
Uscii dalla sala grande imboccando una porticina laterale.
Mi ritrovai a percorrere un ampio corridoio che però, a differenza del primo, era spoglio, solo una mano di intonaco a coprire la pietra.
Alla fine, il corridoio si diramava in due passaggi più piccoli. Uno portava alla cucine, l'altro saliva in una stretta rampa di scale, usata in precedenza dalla servitù.
Decisi di salire direttamente al piano superiore.
Imboccai le scale e, mantenendomi al corrimano, le salii fino in cima.
Quando arrivai sulla sommità avevo le ginocchia doloranti. Era davvero una scala molto ripida!
Feci alcuni passi, poi aprii una porta ed entrai in un grande locale ben illuminato. La stanza da letto di Enrico VIII.
Sulla parete sinistra, il grande letto a baldacchino dava bella mostra di sè.
Sulla parete di fronte a me, c'erano una grande cassettiera e un mobiletto portagioie.
Mi avvicinai a quest'ultimo.
Era di ciliegio finemente intagliato. L'artigiano che lo aveva realizzato, doveva per forza essere stato un artista, bastava guardare il complicato disegno per capirlo. L'artigiano aveva realizzato un autentico capolavoro, facendo intrecciare tra loro tralci di vite, usignoli e farfalle.
Feci scorrere le dita su quel complicato disegno, tracciandone i contorni.
"Wow. A volte mi stupisco che, al mondo, esistano ancora cose così belle e delicate" mi dissi.
Ed era vero.
Ormai, mi ero talmente abituato a vivere nel mondo moderno, dove guerre, orrori e genocidi erano all'ordine del giorno, che avevo quasi dimenticato quanta bellezza quello stesso mondo racchiudesse in sè.
Eppure, quella bellezza c'era, nascosta dietro una spessa colte di bruttezza, ma c'era.
Continuai a far scorrere le dite sull'intaglio.
"È davvero bellissimo. Se solo il mondo prendesse esempio dalle piccole cose come questa..." Pensai.
Perché in fondo è questo. La bellezza, indipendentemente da come la pensa la gente, è racchiusa in tutto ciò che ci circonda, che sia un fiore, un animale, un suono, un rumore. Tutto ciò che è capace di evocare una sensazione piacevole è bellezza.
Improvvisamente, mi riscossi.
Non seppi mai per quale motivo, forse semplicemente perché la mia attenzione era stata attirata da qualcos'altro.
Mi girai, facendo scorrere lo sguardo lungo le pareti della stanza.
Erano di un color bronzo rossastro che ricordava quasi gli ultimi raggi del sole, quelli che compaiono in quella frazione di secondo subito prima del tramonto.
Accennai un sorriso, rivolto più a me stesso che a chiunque potesse vedermi. Era come per ricordarmi che, in fondo, per essere felici basta poco, anche solo perdersi nei propri pensieri per un po', come avevo appena fatto.
Girai sui tacchi e uscii dalla stanza.
Mossi qualche passo fuori dalla porta e passai sotto il piccolo arco che immetteva nella stanza adiacente, ovvero gli appartamenti della regina.
Questi erano molto meno sfarzosi, rispetto a quelli di Enrico VIII, ma ugualmente bellissimi.
Alla parete in fondo era appeso un arazzo che raffigurava una battuta di caccia. Al centro della scena c'era un uomo interamente vestito di rosso.
"Enrico VIII" Pensai.
Feci vagare lo sguardo per la stanza, fermandomi a guardare il grande letto situato al centro del locale.
"E pensare che, solo durante il periodo in cui Enrico VIII fu re, in questo letto hanno dormito sei donne. La maggior parte di loro è stata uccisa, solo per un capriccio di quello stolto" Pensai "Bhe, che gran figlio di puttana" mi dissi.
Ed era vero. Quale uomo avrebbe il coraggio di far uccidere le proprie mogli? Quale uomo si farebbe vedere ancora dopo aver ordinato la morte di donne innocenti? Chi? Chi farebbe una cosa del genere? Bhe, evidentemente, a Re Enrico VIII non importava nulla.
Sospirai. Per me era inaudito che al mondo ci fossero persone capaci di tutto ciò. Eppure, era così. Mi sembrava così tremendamente sbagliato, eppure così tremendamente ordinario.
La vita è strana, vero? Non si sa mai così è giusto e cosa sbagliato. Eppure, chiunque ha il coraggio di dire "sono migliore degli altri. Io sono nel giusto" senza prima essersi posto qualche semplice domanda.
Chi decide cosa è giusto e cosa è sbagliato?
Chi ha il diritto di dirmi che sto sbagliando?
Chi?
Nessuno. Nessuno ha questo potere.
Solo che gli uomini, molto spesso, giocano a fare Dio. Credono di essere così importanti, ma non si rendono conto di essere meno di un granello di sabbia nel nostro universo.
Perché alla fine è quello che siamo. Polvere. E la polvere va via con un semplice soffio di vento. Uno solo. Ed è tutto finito.
Buffo vero? Giochiamo a fare Dio, e tutto quello che otteniamo è guerra e sangue.
Sorrisi amaramente. Era tutto vero, purtroppo.
Ed io lo sapevo, avevo toccato con mano la cattiveria umana. E vi assicuro che non è qualcosa di piacevole.
E, per quanto provassi, non riuscivo a sfuggirle.
Per questo mi rifuggiavo nella danza. La danza era tutto per me. Quando danzavo, tutto spariva, tutto veniva accantonato in un angolo. Ed ero felice. Molto felice.
Quando danzavo, mi sentivo come se, d'improvviso, le porte del paradiso si fossero aperte per accogliermi. Ed io non credevo nel paradiso e nell'inferno. Io credevo solo nella vita vera, quella che si tocca con mano.
Perché? Perché, ogni qual volta avevo implorato chiunque potesse sentirmi di aiutarmi, tutto quello che avevo ricevuto era stata altra sofferenza.
Allora avevo detto basta. Avevo deciso che me la sarei cavata da solo. Con le mie forze, e fanculo al resto.
Sorrisi di nuovo, poi scossi il capo, come a sottolineare il concetto e uscii dalla stanza della regina.
Scesi velocemente le scale che portavano al piano inferiore. Non avevo visitato tutto il castello, avevo fatto un giro nei miei locali preferiti. E questo mi aveva aiutato a riflettere. Anche per questo amavo quel posto. Mi aiutava a pensare.
Ricordo ancora quella volta quando, a 17 anni, stufo delle continue prese in giro, andai per la prima volta ad Humpton Court.
Visitai tutta la reggia, rimanendo estasiato dalla sua bellezza. Dopo quella giornata, tornai sempre più spesso al castello, perché era come se qualcosa, in quel posto, mi rilassasse, aiutandomi a trovare la calma, almeno per qualche ora.
Arrivato in fondo alle scale, entrai di nuovo nella grande sala principale e la attraversai.
Percorsi il lungo corridoio a passo svelto.
Quando arrivai di forte al grande portone, infilai il cappotto, stingendomelo addosso, ed uscii dal castello.
Il cortile era illuminato dai pallidi raggi del sole invernale, le pietre tondeggianti bagnate a causa della neve sciolta.
Presi il cellulare e controllai l'ora. Era l'1:20.
Ero stato per delle ore a meditare tra le mura di quel castello, eppure mi sembrava che fossero passati solo pochi minuti.
Scossi leggermente il capo e decisi di andare a mangiare qualcosa al ristorante poco distante.
Attraversai i due cortili, quello interno e quello esterno, ed uscii dalla reggia.
Percorsi circa duecento metri, camminando a passo svelto per scaldarmi, e arrivai di fronte alla porta di un ristorantino.
Entrai.
L'interno del locale era molto caldo, tanto che dovetti subito sfilai il cappotto, o sarei morto.
Chiesi un tavolo per uno.
La cameriera mi accompagnò ad un posto in fondo alla sala, vicino ad una finestra che dava sulla campagna.
Mi sedetti sulla comoda sedia di legno e aspettai che venissero a prendere la mia ordinazione.
Intanto, lasciai che il mio sguardo vagasse per il locale.
Non era molto ampio, infatti contava circa una ventina di tavoli. Le pareti erano di un bell'azzurro polvere, in tinta con la mobilia chiara.
Le dimensioni ridotte erano compensate dalla pulizia impeccabile.
Ad un tratto, un'altra cameriera mi si avvicinò. Era una ragazza di circa 17 anni. Aveva capelli neri e ricci e pelle olivastra. Era molto magra, ma aveva comunque un seno prosperoso.
Cameriera: "Salve, vuole ordinare?" Chiese.
Michael: "Si, grazie" dissi.
La ragazza mi recitò tutti i piatti che avevano.
Michael: "D'accordo, prendo delle tagliatelle ai gamberi rossi e zucchine e un filetto di salmone alla piastra. Da bere una coca cola" le dissi.
La ragazza annotò tutto su un taccuino rosso, poi andò a riferire l'ordine al cuoco.
Mentre aspettavo che mi servissero il pranzo, presi il cellulare ed aprii whatsapp.
Trovai due messaggi.
Da: Lyn
"Hey Michael, grazie per la splendida serata! Spero ci rivedremo! Baci. Xx"
Da: Paloma
"Ciao fratellino. Stasera tutti a cena da me!"
Risposi.
A: Lyn
"Grazie a te! Si, poi ci rivedremo"
A: Paloma
"D'accordo, a più tardi sorellona"
Quando ebbi finito, infilai il telefono nella tasca dei pantaloni.
Qualche minuto dopo, la cameriera tornò, portando con sè le mie ordinazioni.
Michael: "Grazie" dissi mentre mi posava i piatti dinnanzi.
Lei accennò un sorriso, poi mi augurò buon appetito e andò a sedersi dal lato opposto della sala, mettendosi a giocare con il cellulare.
Io presi la forchetta e avvolsi qualche tagliatella attorno ad essa.
Mi portai il boccone alle labbra.
Era davvero buono, leggermente speziato. Assaporando meglio, capii di che spezia si trattava. Zafferano. Questo spiegava anche il colore tendente al dorato della pasta.
Finii di mangiare il primo e passai al secondo.
Il salmone era molto tenero ed era stato sgrassato durante la cottura, per cui si sentiva solo il sapore del pesce.
Finii di mangiare ance quello, poi aprii la lattina di coca cola.
Quando abbi finito di bere anche quella, mi alzai andando verso la cassa.
Cameriera: "Vuole pagare?" Chiese alzando gli occhi dal telefono.
Michael: "Si" riposi tirando fuori il portafoglio.
Cameriera: "Spero sia stato tutto di suo gradimento" disse con un sorriso.
Michael: "Era tutto buonissimo" risposi.
Cameriera: "Sono 20£" disse porgendomi uno scontrino.
Michael: "Ecco a te" dissi porgendole una banconota.
La ragazza la prese e la inserì nella cassa.
Prima di uscire, tirai fuori dalla tasca due sterline e gliele porsi.
Michael: "Queste sono per te" dissi mettendogliele in mano.
Lei sorrise.
Io mi infilai il cappotto e aprii la porta, uscendo la locale.
Percorsi tutta la strada fino alla stazione, camminando lentamente.
Il vento si era placato e la digestione mi stava facendo perdere via via calore.
Arrivato di fronte alla porta di vetro, la varcai e mi diressi alla cassa.
La stazione, a quell'ora, pullulava di gente.
Michael: "Uno per Londra centro" dissi.
L'uomo dietro la cassa mi porse un biglietto.
Io pagai e mi diressi al mio binario, in numero 5.
Il treno sarebbe arrivato alle 2:45, avevo un quarto d'ora.
Mi diressi al piccolo bar che si trovava nella stazione.
Michael: "Salve. Un caffè e una fetta di cheescake" dissi al cassiere.
L'uomo mi diede uno scontrino. Io pagai e mi diressi al banco.
Subito mi venne servito ciò che avevo ordinato.
Bevvi il caffè amaro, come piace a me, poi presi la forchettina e iniziai a mangiare la cheescake. Era buona, ma non eccezionale.
Ad un tratto, sentii lo stridere dei freni, ed intuii che c'era un treno in arrivo.
Mi voltai e vidi che era quello del binario 2.
Guardai il grande orologio digitale. Segnava le 2:47. Il mio treno era in ritardo.
Decisi di non farci caso e uscii da bar, andandomi a sedere su una della tante panchine.
Dopo circa dieci minuti, alle 2:57, il treno per Londra centro arrivò in stazione.
Mi alzai dalla panchina.
Non appena il mezzo si fermò, centinaia di persone iniziarono a riversarsi fuori dalle carrozze.
Dopo circa cinque minuti, potei salire in treno.
Andai a sedermi al mio posto, il D27 sta volta, sempre in prima classe.
Stavolta, decisi di tenere il cappotto addosso, perché faceva leggermente freddo, nel veicolo.
Mi sedetti sulla poltrona foderata di stoffa blu elettrico e accavallai le gambe, icrociando le braccia al petto.
Appoggiai la nuca alla testiera, lasciando che tutti i muscoli si rilassasero.
Dopo venti minuti buoni, il treno fu porto a partire.
Non appena i motori si accesero, un tremito scosse tutto il mezzo.
Poi il treno partì.
Mi strinsi nel cappotto e chiusi gli occhi. Poi, lasciandomi cullare dall'andamento oscillante del treno, iniziai prendere sonno.
"Tanto Londra centro è il capolinea" fu il mio ultimo pensiero prima di scivolare, di nuovo, in quello che chiamano "il mondo dei sogni".
O, come nel mio caso, il mondo degli incubi, dove tutte le paure e le inquietudini si intrecciavano fino a formare una fitta rete in cui rimanevo intrappolato fino al mio risveglio...

~Spazioautrice~
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Se avete voglia di leggere qualche bella ff, ecco alcuni titoli:
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