Capitolo 6

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Quando il mio sguardo si posò su di lui rimasi impietrito. Era lì, perfetto nel suo trench nero. Aveva uno zainetto in spalla.
I capelli biondi gli ricadevano su un lato del viso, gli occhi azzurro-verdi brillavano sotto la luce soffusa. La pelle chiara sembrava quasi dorata, le labbra carnose avevano il colore dei papaveri.
Era stupendo. Non esisteva parola più adatta per descrivere quel ragazzo.
???: "Salve a tutti" iniziò.
Cavolo anche la sua voce era bellissima. Aveva un timbro caldo e delicato.
???: "È un piacere conoscervi. Io sono Andreas Dermanis, e sono colui che si occupa di scrivere e riadattare le opere di teatro su cui voi ballerete, come già vi aveva accennato la vostra insegnate. Verrò da voi ogni mercoledì, portando ogni volta un pezzo di sceneggiatura diverso. Detto questo, oggi vi distribuirò i libri della prima rappresentazione a cui prenderete parte, ossia una versione riadattata di "Orfeo ed Euridice". Dato che farete parte del corpo di ballo, a voi interesseranno solo le prime venti pagine" spiegò.
Mrs Randall: "Adesso, ragazzi, venite uno alla volta, prendete un libro a tornate a posto" disse.
I primi ragazzi iniziarono ad alzarsi.
Tutti andarono a prendere la loro copia di quel libro.
Quando Kayla andò a prendere la sua, mi alzai.
Vidi Andreas porgerle il libro e stringerle la mano, come aveva fatto con gli altri ballerini.
Mentre Kayla tornava a posto, io iniziai ad andare verso le scale che portavano sul palco.
Salii i gradini lentamente, l'ansia che mi cresceva nel petto.
Stavo per vedere da vicino il ragazzo che mi aveva affascinato fin dal primo momento, quando lo avevo visto nella metro.
Una volta salito sul palco, mi avvicinai a lui, titubante.
Quando fummo a pochi passi, Andreas prese una copia del libro dallo zainetto e me la porse. Io la presi con mano tremante.
Poi mi tese la mano. Sempre molto imbarazzato, gliela strinsi... e avvertii di nuovo quella strana scossa di energia.
Evidentemente anche lui la sentì, perché ritrasse di scatto la mano. Mi guardò incredulo per un secondo, poi scosse impercettibilmente il capo.
Io mi voltai, andando in direzione delle scale.
Mentre scendevo guardai gli altri. Sembrava che non si fossero accorti di niente. Meglio così, d'altronde nemmeno io ero sicuro di cosa fosse appena successo.
Sospirai.
Arrivato al mio posto, mi sedetti e accavallai le gambe. Ero nervoso, e non poco. Era la terza volta che sentivo quella scossa. E ogni volta ero sempre più preoccupato. Che stava succedendo? Possibile che stessi impazzendo? Oppure ero solo stressato?
Milla domande mi affollavano la mente. Mille domande a cui non sapevo rispondere.
Mrs Randall: "Bene. Ora che tutti avete la vostra copia, andiamo. Il rinfresco ci aspetta" disse.
Tutti ci alzammo dalle morbide poltrone blu notte.
Seguimmo Mrs Randall nella sala allenamenti che, per l'occasione, era stata addobbata.
Addossati alle pareti - specchio c'erano tre grossi tavoli pieni di bevande e stuzzichini.
Tutti gli altri si avvicinarono ad essi, mentre io mi appoggiai all'unica parete non coperta da specchi e rimasi a osservare Andreas. Cavolo, era così bello mentre si muoveva aggraziato tra la gente. Sospirai. Possibile che mi fossi invaghito di lui senza nemmeno conoscerlo? Purtroppo sapevo la risposta. Si, mi ero invaghito di lui, non potevo farci nulla...
Sbuffai.
Mi sentivo la gola secca, quindi decisi di andare a prendere qualcosa da bere.
Mi avvicinai al tavolo delle bevande e mi versai un bicchiere di coca. Feci per tornare indietro... e mi ritrovai faccia a faccia con Andreas.
Michael: "Scusa..." dissi io.
Andreas: "Fa nulla" rispose.
Mi scostai di lato e lo lasciai passare.
Cazzo. Mi aveva parlato. Aveva parlato a me. A me! Non potevo crederci: mi aveva rivolto la parola.
Tornai ad appoggiarmi alla parete, senza spostare lo sguardo da Andreas.
Non so per quanto tempo rimasi ad osservarlo, ma ebbi la sensazione che, dal primo istante, lui lo sapesse.
Sospirai di nuovo, poi decisi di averne abbastanza.
Feci per andare da Andreas, che al momento era in un angolo con io telefono in mano. Ero più che deciso a parlargli. Quando gli fui abbastanza vicino, gli toccai la spalla.
Michael: "Ehm... Salve..." dissi.
Andreas: "Salve" rispose alzando gli occhi dal telefono.
Michael: "Mi scusi per prima... comunque io sono Michael Penniman, molto piacere" dissi.
Andreas: "Io sono Andreas Dermanis. Dammi del tu, per piacere. Non sarai tanto più piccolo di me, immagino" disse.
Michael: "Ehm... io ho 22 anni... e tu?" Chiesi.
Andreas: "25" rispose "Come ho detto prima, la differenza è minima" Continuò.
Michael: "Ehm... si" risposi.
Andreas: "Perchè balbetti?" Chiese.
Michael: "Ecco... io sono molto timido..." Spiegai.
"E il fatto che tu mi stia così vicino non mi aiuta di certo Pensai, ma questo lo tenni per me.
Andreas: "Non devi essere timido. Non ne hai ragione" rimbeccò.
Io annuii, abbassando lo sguardo, le scarpe d'improvviso molto interessanti.
Andreas: "Michael? Guardami" disse.
Obbedii.
Andreas: "Questo comportamento vigliacco non ti porterà a nulla. Ricordalo" disse, i suoi occhi fissi nei miei.
Io annuii.
Quegli occhi nascondevano qualcosa di antico, potente... e molto, molto pericoloso. Me lo sentivo nelle ossa. Sapevo che quel ragazzo era un tipo dal quale era meglio stare alla larga. Eppure non potevo evitare di sentirmi attratto da lui. Era come una calamita.
Michael: "Ora scusa, ma devo andare... ciao" dissi.
Andreas: "Ciao. E ricorda che cosa ti ho detto. Dovrai essere coraggioso" disse.
Io annuii di nuovo, poi mi allontanai.
Uscii dalla sala allenamenti e decisi di cambiarmi i vestiti.
Andai allo spogliatoio maschile e mi infilai in uno dei bagni.
Tolsi la giacca e la camicia e le piegai per bene. Mi guardai allo specchio. I segni dei lividi erano ben visibili, anche se, adesso, erano meno gonfi ed erano passati dal viola scuro a una tinta più tenue.
Sospirai.
Odiavo vedere quei lividi. Mi ricordavano che non ero stato capace di difendermi da Dominik. E questo mi faceva montare su tutte le furie.
Sbuffai.
Aprii lo zainetto e presi la maglietta, la giacca di lustrini e la cravatta. Me le infilai, ma ebbi qualche problema col nodo della cravatta.
Bhe, era più che ovvio, dato che mi tremavano le mani. Ancora non credevo di aver parlato con Andreas.
Feci un respiro profondo e finii di annodare la cravatta.
Poi mi sfilai scarpe e pantaloni, piegai questi ultimi e indossai gli altri, poi rimisi le scarpe, raccolsi lo zainetto e uscii dal bagno.
Mi incamminai verso l'uscita del teatro.
Una volta fuori controllai l'orologio. Le 7:12.
Mi incamminai verso la metro, procedendo a passo svelto.
Avevo una gran voglia di tornare a casa. Non sapevo perché, ma dopo la chiacchierata con Andreas uno strano senso di inquietudine si era insinuato nella mia mente. Dovevo stare all'erta. Non ne sapevo il motivo, ma sapevo che era così.
Finalmente arrivai alla metro.
Presi il biglietto che avevo precedentemente acquistato e scesi al sottolivello.
Dopo pochi secondi di attesa, arrivò un treno.
Salii in carrozza e, poco dopo, questo partì.
Mentre il treno procedeva verso Holborn, non potei fare a meno di pensare ad Andreas e alla nostra chiacchierata.
Sempre che si possa definire chiacchierata, avevamo scambiato qualche parola. Sempre meglio di niente, ma... le sue parole avevano stuzzicato la mia curiosità.
"Dovrai essere coraggioso".
Continuavano a ritornarmi in mente, come la frase di una canzone. Non riuscivo a liberarmene.
"Dovrai essere coraggioso"
Mi domandavo perché mi avesse detto queste parole. Gli avevo detto di essere timido, non pauroso... anche se, quando mi ero presentato, non avevo fatto una figura eccellente. Per tutto il tempo del nostro colloquio avevo tenuto gli occhi bassi e avevo balbettato, visibilmente a disagio.
"Dovrai essere coraggioso"
"Dovrai essere coraggioso"
"Dovrai essere coraggioso..."
Non ne potevo più. Non avrei sopportato un secondo di più il suono di quelle parole nella mia mente.
Mi presi il viso tra le mani e posai le dita sulle tempie. Volevo far uscire quel pensiero dalla mia testa... ma non ci riuscivo. Non ci riuscivo per la mancanza di forza di volontà. Era un po' come quando non riuscivo a difendermi da Dominik. Mi sentivo impotente. Inadatto. Sbuffai. Come potevano tre semplici parole condizionarmi tanto? Come potevano farmi rasentare la pazzia? Erano solo alcune domande a cui non sapevo dare risposta. E di domande ne avevo a migliaia. Anzi, a milioni.
Il treno si fermò. L'insopportabile voce dell'altoparlante annunciò che eravamo alla stazione di Holborn.
Scesi dalla carrozza e mi diressi al punto di scambio con la Central Line.
Arrivato lì, dovetti aspettare qualche minuto, poi iniziai a sentire il rumore dei freni del treno.
Quando questo di fermò salii in carrozza.
Mi sedetti sulla prima sedia libera che trovai. Appoggiai la testa al finestrino, portandomi i capelli ribelli indietro con una mano.
???: "Michael, Micheal, stai perdendo colpi. Vedi? Adesso basta una frase per farti impazzire" disse la vocetta nella mia testa.
Michael: "Zitta, tu" le dissi.
Vocetta: "Sta zitto tu, e porta rispetto!" Disse questa di rimando.
Sbuffai. Adesso parlavo anche da solo. Bene. Perfetto. Quanto tempo mi ci sarebbe voluto per impazzire del tutto? Giorni? Mesi? Anni? Mistero.
Il treno si fermò a Queensway.
Mi alzai di malavoglia e scesi dal treno. Mi diressi verso l'uscita, camminando lentamente.
Una volta che fui arrivato in superficie, mi diressi verso casa, camminando sul marciapiede di pietra chiara, costeggiano dai giardini della case che vi si affacciavano.
Dopo qualche minuto arrivai di fronte casa mia. Salii I tre gradini che separavano la porta dal marciapiede e bussai.
Sentii dei passi che si avvicinavano.
Poi la porta si aprì. Sulla soglia comparve mio padre. Indossava un completo giacca a pantaloni blu scuro con una camicia bianca e una cravatta viola.
Papà: "Ciao Michael. Ho saputo tutto. Sono fiero di te" disse.
"Sono fiero di te. Ha davvero pronunciato queste parole?" Mi Chiesi.
Michael: "Grazie papà. Non sai quanto sono felice di sentirtelo dire" confessai.
Lui mi diede una pacca sulla spalla e mi sembrò che sul suo viso si allargasse l'ombra di un sorriso.
Mio padre si scostò e mi lasciò entrare.
Mamma: "Ciao Michael" disse mia madre quando mi vide.
Michael: "Ciao mamma" salutai io.
Mamma: "Va a posare lo zainetto e lavati le mani. Tra venti minuti i tuoi fratelli saranno qui" disse.
Io annuii e imboccai le scale che portavano al piano superiore. Arrivato in cima, andai in camera mia.
Posai lo zainetto sulla scrivania e lo aprii, iniziando a svuotarlo. Riposi i vestiti al loro posto, poi posai anche lo zaino.
Andai in bagno e mi lavai le mani, poi mi guardai allo specchio.
"Non posso lamentarmi del mio aspetto, stasera. Sto bene, rispetto agli ultimi giorni" Pensai.
Sorrisi al mio riflesso e mi sistemai la cravatta.
Uscii dal bagno, spegnendo le luci alle mie spalle. Tornai in camera mia, dove cambiai la cover al cellulare, mettendone una verde al posto di quella che usavo di solito, che era a strisce, ognuna delle quali aveva una fantasia diversa.
Rimisi il cellulare in tasca e tornai di sotto.
Andai in salotto, dove mia madre e mio padre aspettavano, seduti sul divano.
Papà: "Michael? Siediti, figliolo" disse indicando la poltrona davanti al divano.
Mi sedetti.
Mamma: "Michael... noi siamo molto fieri di te, tesoro" disse.
Mio padre annuì.
Michael: "Grazie, non sapete quanto mi faccia piacere sentirvelo dire" dissi io.
Mia madre sorrise. Era un sorriso caldo e dolce.
Io ricambiai.
Aprii la bocca per parlare... ma in quel momento suonò il campanello.
Mia madre fece per alzarsi, ma io la fermai.
Michael: "Vado io" dissi.
Mi avviai verso la porta.
Michael: "Chi è?" Chiesi.
???: "Babbo Natale. Siamo noi Michael, apri!" Disse una voce acuta.
Aprii la porta e, sulla soglia, vidi mio fratello e le mie sorelle.
Zuleika: "Michael! Fatti abbracciare fratellone!" Disse saltandomi addosso.
Michael: "Calma, calma... Zuleika scostati... tra poco soffoco" dissi ridendo.
Lei si allontanò sorridendomi. La guardai. Indossava un maglione azzurro polvere e dei jeans blu. Era molto sobria e stilosa, come suo solito.
Poi si avvicinò Yasmine, la quale indossava una camicia rossa e dei pantaloni neri.
Mi abbracciò in modo meno impetuoso di Zuleika, poi mi diede un bacio sulla guancia.
Quando lei si allontanò, anche Fortunè e Paloma vennero ad abbracciarmi.
Mia sorella indossava una maglietta a maniche lunghe blu scuro, mio fratello uno skinny jeans grigio e un maglione nero.
Yasmine: "Michael, abbiamo un regalo per te" disse porgendomi una busta.
La aprii e dentro trovai una scatola rossa.
Lasciai cadere la borsa sul pavimento e sollevai il coperchio... e cioè che vidi mi lasciò esterrefatto. Dentro la scatola c'erano un paio di mezze punte blu e un completo da danza, anch'esso sui toni del blu.
Michael: "Wow... ragazzi! Ma è bellissimo!" Esclamai.
Zuleika: "Felice che ti piaccia, fratellone" disse mia sorella.
Io sorrisi a tutti loro, e i miei fratelli ricambiarono.
Michael: "Andiamo in salotto, mamma e papà ci aspettano" proposi.
Loro annuirono e ci dirigemmo in salotto.
Mamma: "Ciao ragazzi!" Salutò.
Yasmine: "Ciao mamma, papà" disse lei.
Fortunè: "Ciao"
Paloma: "Buonasera! Da quanto non ci vediamo!" Esclamò.
Zuleika: "Ciao"
Finiti tutti i convenevoli, mia mamma propose di uscire per andare al ristorante.
Ci dirigemmo verso la porta. Una volta che fummo tutti fuori, mia mamma chiuse la porta con quattro mandate.
Fortunè: "Ragazzi, io, Zuleika e Yasmine dietro, Paloma e Michael davanti" sentenziò mio fratello.
Michael: "Paloma, posso guidare io?" Chiesi a mia sorella.
Paloma: "No! È la mia macchina, guido io!" Esclamò.
Io sbuffai, ma non aggiunsi altro. In fondo non mi dispiaceva. Non amavo troppo guidare, infatti lo avevo proprosto solo per far riposare mia sorella. Ma se voleva guidare lei, che si accomodasse. In un certo senso era anche meglio così. Avevo la mente affollata da altri pensieri. Andreas e le sue parole stavano diventando un'ossessione per me.
Io e i miei fratelli salimmo nella macchina di Paloma, i nostri genitori in quella di mio padre.
Paloma accese il motore e partimmo.
Mia sorella iniziò a guidare con estrema maestria nelle affollatissime strade di Londra. Io stesso non avrei saputo fare di meglio, anche se avevo preso la patente quattro anni prima.
Dopo una mezz'oretta buona, arrivammo al ristorante dove mia mamma aveva prenotato.
Mamma: "Salve, una prenotazione a nome Penniman" disse al cameriere.
Cameriere: "Prego, seguitemi" disse l'uomo.
Ci condusse in un sala interna situata al piano superiore del locale. Era molto spaziosa, con le pareti di mattoni beige e finestre ampie contornate da tende bianche.
L'uomo ci indicò un tavolo sul lato destro della stanza, noi ringraziammo e andammo a sederci.
Quando fummo tutti a tavola, due cameriere portarono i menù.
Michael: "Yasmine? Me lo leggi, per favore?" Chiesi a mia sorella, la quale era seduta di fianco a me.
Yasmine: "Certamente" disse con un sorriso.
Michael: "Grazie" dissi.
Yasmine: "Per così poco?"
Mi sorrise. Le sorrisi.
Poi iniziò a leggere tutto quello che c'era sul menù.
Michael: "Okay, credo che prenderò la pasta e patate" sentenziai.
Yasmine: "Mi accodo" disse lei.
Zuleika: "Anche io"
Ci guardammo. Poi scoppiammo a ridere.
Quando anche tutti gli altri ebbero scelto cosa ordinare, mio padre chiamò il cameriere e gli disse cosa volevamo.
L'uomo scrisse tutto su un taccuino, poi andò a riferire al cuoco.
Mentre aspettavamo che ci fosse servita la cena, iniziammo a parlare. Anzi, più precisamente, i miei familiari iniziarono a chiacchierare. Io rimasi in silenzio.
Per un attimo ero quasi riuscito a dimenticare le parole di Andreas.
"Dovrai essere coraggioso" Aveva detto.
Per l'ennesima volta mi domandai cosa intendesse con quello frase. E per l'ennesima volta non trovai risposta.
"Perché mi ha detto che devo essere coraggioso? Cosa mi aspetta?" Mi Chiesi.
Poi la cena arrivò e ci mettemmo a mangiare.
Io fissai lo sguardo nel piatto che avevo davanti, imponendosi di non pensare ad Andreas.
Vocetta: "Non puoi non pensare a lui, ne sei completamente cotto, Michael" disse la solita vocina saccente.
Michael: "Non ti immischiare, non te lo voglio più ripetere" le dissi.
Vocetta: "Ah! Sei insopportabile, io cerco solo di aiutarti, e tu mi ripaghi così?"
Michael: "Certo, come no. Ora vattene" la liquidai.
Mamma: "Michael, stai bene?" Chiese.
Io distolsi lo sguardo dal piatto e lo fissai su di lei.
Michael: "Si, tutto bene" mentii.
Vocetta: "Non dovevi più mentire..." Mi ricordò.
Michael: "BASTA! VATTENE VIA!" dissi alla voce.
Però dovevo ammettere che aveva ragione. Era vero: mi ero ripromesso di non mentire più a mia madre. Ma era altrettanto vero che, se le avessi confessato cosa non andava, di sicuro mi avrebbe portato in manicomio. Anzi, tra poco ci sarei andato da solo, al manicomio.
Mia mamma annuì, poi riprendemmo a mangiare.
Una volta finito di cenare, pagammo il conto e ci alzammo da tavola. Appena fuori dal locale, decidemmo che io sarei andato un macchina con i nostri genitori, mentre Paloma avrebbe riaccompagnato gli altri a casa.
Ci salutiamo con qualche abbraccio, poi salimmo nelle rispettive macchine.
Mio padre mise in moto e partimmo.
Dopo un po' che viaggiavamo, mio padre prese la parola.
Papà: "Figliolo, non puoi continuare così. Financo io mi sono reso conto che c'è qualcosa che non va. Adesso dimmi, cos'è?" Chiese.
E quando mio padre chiedeva qualcosa era meglio rispondere. Ma io non sapevo cosa dire. La verità? No, mi avrebbero preso per pazzo. Ma se avessi mentito c'era la possibilità che lo scoprissero e, in tal caso, non avrebbero avuto più fiducia in me. Ero combattuto. Cosa dovevo fare?
Michael: "Sono solo molto stressato. A scuola stiamo facendo le ultime interrogazioni e sono stato appena accettato nel corpo di ballo della Royal, il che mi fa molto piacere, ma significa che dovrò allenarmi duramente" dissi.
Si, avevo mentito, ma solo per metà. Da un lato era vero che ero molto stressato, ma non per le interrogazioni. Ero stressato per quello che mi stava succedendo. Prima quelle strane scosse di energia, poi il dolore ai denti, poi le parole di Andreas che mi rimbombavano nelle mente. Era davvero troppo. Ed era talmente surreale che, se qualcuno me lo avesse raccontato gli avrei riso in faccia, quindi perché i miei genitori si sarebbero dovuti comportare diversamente?
Era impossibile. O almeno lo sembrava. Avendolo vissuto in prima persona, potevo quasi affermare che fosse la verità. Quasi. In realtà, anche io stentavo a crederci. Mi sembrava tutto così... strano.
Ma la vita è strana, in un certo senso. Non sai mai cosa potrebbe succederti da un momento all'altro, non sai nemmeno fino a quando vivrai su questa terra. Per cui era inutile arrovellarsi per cercare di capire qualcosa che non si può comprendere. Stavo impazzendo, mi sembrava la spiegazione più logica.
La mia unica consolazione era che, almeno, non ero stupido.
Stupido si nasce, pazzo si diventa.
Per cui essere matto da legare mi sembrava meno preoccupate dell'essere un perfetto idiota.
Sbuffai a quel pensiero.
Poco dopo, arrivammo a casa.
Mio padre parcheggiò l'auto, scendemmo ed entrammo in casa.
Io andiamo dritto in camera mia. Non ne potevo più di tutte quelle domande.
Una volta arrivato, mi spogliai e indossai il pigiama. Riposi I miei vestiti con cura, poi andai in bagno.
Presi lo spazzolino e mi lavai i denti con un dentifricio alla menta. Mi sciacquai la bocca e tornai in camera.
Mi stesi nel letto, portando le coperte fin sopra al mento.
Mi girai di fianco e chiusi gli occhi, provando a dormire, ma senza nessun risultato.
Le parole di Andreas continuavano ad affollarmi il cervello.
"Dovrai essere coraggioso"
"Dovrai essere coraggioso"
Ogni parola era come una pugnalata. Cosa voleva dire Andreas? Perchè mi aveva detto quelle parole? Perché? PERCHÉ?
Per quanto mi sforzassi non riuscivo a trovare una spiegazione plausibile.
Alla fine, non so per quale motivo, crollai.
Era caduto in un sonno profondo... e avevo iniziato a sognare.


Coming In A Dark World||MikandyLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora