Epilogue

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Alla fine, quella sera io ed Andreas non eravamo andati a fare alcuna passeggiata.
Durante il viaggio non avevamo parlato, ignorandoci a vicenda.
Poi, però, Andreas mi aveva portato alla Royal Opera House.
Imprigionato da un misto di nervosismo e stupore, mi ero lascito condurre nella sala allenamenti senza ribattere.
Una volta lì, Andreas mi aveva parlato in modo dolce, quasi preoccupato.
Ed infine mi aveva chiesto di danzare.
Titubante, avevo tolto i jeans ed indossato un paio di mezze punte trovate lì per terra, dimenticate probabilmente da un altro ballerino.
Avevo inserito un disco nello stereo e mi ero diretto al centro della sala.
Avevo preso un respiro profondo... ma, quando avevo provato a danzare, il mio corpo non aveva retto.
Ero scivolato sul parquet, facendomi male al sedere e ad una coscia.
Il biondo mi aveva aiutato a rialzarmi.
Preso dallo sconforto, avevo indossato nuovamente i pantaloni e le scarpe, facendo per andarmene.
Ma quando stavo per varcare la soglia della sala prove, la voce suadente di Andreas mi aveva fermato.
Mi ero girato verso di lui, guardandolo con occhi pieni di lacrime.
E allora era iniziata la lite.
Andreas mi aveva detto che sapeva che non sarei riuscito a muovere un singolo passo, perché il mio fisico era troppo debole e provato.
Aveva continuato a parlarmi per più di mezz'ora, per poi guardarmi a lungo con quegli occhi blu come l'oceano.
Per un attimo, avevo quasi pensato di correre da lui e lasciarmi abbracciare.
Poi, però, avevo stretto i denti.
Senza dire una parola, ero corso fuori dalla scuola di danza ed ero andato alla stazione, dove avevo preso il primo treno.
Andreas non aveva neppure provato a seguirmi.
Una volta salito in carrozza, mi ero lasciato cadere su uno dei sedili di plastica e mi ero preso la testa tra le mani, lasciando che calde lacrime mi rigassero il viso.
Quando ero arrivato a Queensway, ero esausto, stremato dal pianto e dalla frustrazione.
Ero sceso dal treno ed uscito dalla metropolitana, dirigendomi verso casa.
Quando avevo bussato alla porta erano circa le 11:00.
Mia madre era corsa ad aprire, per poi chiedermi come stessi.
Avevo spudoratamente mentito, dicendo che andava tutto.
Lei, benché non sembrasse molto convinta, non aveva ribattuto.
Così, ero salito in camera mia, mi ero messo a letto e poco dopo ero caduto in un sonno profondo...

***

Erano passate tre settimane da quel giorno.
Tre settimane che per me avevano significato tanto.
Erano state un periodo durante il quale avevo avuto modo di riflettere su me stesso e sul mondo che mi circondava.
Tre settimane durante le quali ero maturato più di quanto avessi fatto in una vita intera.
Avevo ripreso lentamente a mangiare, riprendendo un po' di peso, fino ad arrivare a circa 70 kg.
I miei muscoli si erano rassodati, tornando elastici e scattanti, anche se non come prima.
Mi ero guardato più volte allo specchio, durante quei giorni, vedendo sempre più vivida l'immagine del vecchio me stesso.
Quella era stata forse la ragione della mia visita alla Royal Opera House quella mattina.
Era iniziato da poco Febbraio.
Era un lunedì mattina e l'aria fresca spazzava via lo smog delle auto.
Un cielo terso mi scrutava, mentre mi dirigevo verso il grande edificio bianco.
Una volta arrivato di fronte alla pesante porta, ebbi un attimo di esitazione.
E se non ci fossi riuscito neppure sta volta?
Se fossi crollato di nuovo?
Per una volta, decisi di non ascoltare le voci nella mia mente, e mi costrinsi a spingere i pesanti battenti.
Entrai nella scuola di danza ed attraversai senza fretta la grande hall, repirando l'aria familiare di quel luogo.
Ero poi andato allo spogliatoio, dove senza fretta avevo estratto dallo zainetto una calzamaglia nera ed una maglietta bianca, accompagnate da mezze punte color carne.
Ero entrato in uno dei bagni ed avevo indossato la tenuta da allenamento.
Avevo posato i miei vestiti su una delle panche e mi ero diretto nella sala prove.
Ora ero lì, di fronte al complesso stereo, intento a scegliere un disco.
Quando l'ebbi trovato, esitai prima di inserirlo, mentre il dubbio si insinuava dentro di me, strisciante come una serpe.
Presi un respiro profondo.
"Posso farcela. Sono più forte di quelle stupide ferite. La mia volontà non si spezzerà una seconda volta" Pensai.
Poi, prima che potessi avere dei ripensamenti, inserii il disco nello stereo.
Con passi felpati, mi diressi al centro della sala.
Le soavi note del "Valzer dei Fiori" avevano iniziato a riempire la stanza.
Presi un altro respiro... Ed iniziai a danzare.
Eseguii una Fuettè all'italiana, seguita da una serie di chassè ravvicinati.
Sorrisi.
Ce la stavo facendo.
Il mio cuore si riempì di una gioia inimmaginabile, mentre il mio corpo continuava a muoversi su quelle dolci note.
Continuai con dei Pas de Chat, eseguendo poi un Jetè 4, saltando tanto in alto che mi sembrò di poter sfiorare il soffitto con la punta delle dita.
Eseguii una Ballottè e poi quattro Glissades.
Girai su me stesso con una Piquè Turnè 2, per poi lasciarmi andare in una serie di Pas De Bourrèe con i piedi in terza.
Continuai con una Cabriole, seguita da un Sous De Basque ed una Entrecalace.
Alzai lo sguardo verso il soffitto e sorrisi.
Sorrisi perché stavo trionfando sulle mie debolezze.
Sorrisi perché stavo uscendo fuori dalla spirale di dolore che mi aveva tenuto incatenato nella li ultimi anni.
Sorrisi perché finalmente riuscii a sentire la vita scorrere nelle mie vene, calda, pulsante, benefica, forte.
Risi piano, lasciandomi andare in una danza stupenda, liberatoria.
Eseguii un Pas De Poisson, seguito da due piroette, una con i piedi in terza ed una con movimento di braccia.
Subito dopo eseguii un Ron De Jambe, rimanendo poi in equilibrio sulla punta del piede destro.
Infine, eseguii Croisè ed Echappè, per poi inchinarmi di fronte ad un pubblico immaginario.
Sorrisi ancora, sentendo il petto che si alzava e abbassava al ritmo della musica che andava via via sfumando.
Mi lasciai andare in un urlo di giubilo, saltando ancora, ritrovandomi sospeso per una frazione di secondo.
"Avevo dimenticato questa sensazione. Non ricordavo più la libertà che si sente mentre si danza. Non ricordavo più tutto QUESTO" Pensai, ancora ansimante.
Poi, ad un tratto, sentii qualcuno battere le mani.
Mi voltai verso la porta.
Sulla soglia, ritto e composto, vestito d'azzurro, c'era Andreas.
Stava facendo battere i palmi tra di loro, accennando un sorriso.
Andreas: "Sapevo che ci saresti riuscito" disse, per poi avvicinarsi.
Michael: "Come facevi a sapere che ero qui?" Chiesi, ogni traccia di ilarità scomparsa dalla mia voce.
Andreas: "Mi sembrava di averti detto che, quando due vampiri si scambiano il sangue sanno sempre dove è l'altro, ed anche quando ha bisogno di nutrirsi" disse "E tu ora hai bisogno di bere del sangue" Continuò.
Si girò e chiuse la porta della sala.
Deglutii.
Il biondo si avvicinò a me, lentamente.
Indietreggiai, andando a sbattere contro la parete a specchio.
Andreas posò le mani ai lati della mia vita, impedendomi di fuggire.
Andreas: "Forza" disse indicando il suo collo, lasciato scoperto dalla camicia semi sbottonata.
Alla vista della vena pulsante, sentii i miei canini allungarsi.
Resistetti all'istinto di affondarli in quella gola bianca.
Michael: "No" dissi.
Andreas: "Cosa?!" Chiese stupito, allontanandosi un po'.
Michael: "Hai sentito bene. Non ho intenzione di bere il tuo sangue, Andreas" dissi.
Il biondo mi osservò per un attimo, scioccato.
Poi si avvicinò nuovamente a me, mettendomi una mano dietro la nuca.
Mi attirò a sè, baciandomi con la lingua.
Posai le mani sul suo petto, artigliando il bavero della camicia.
Andreas: "Non sai quanto mi sei mancato" sussurrò tra un bacio ed un altro.
Posò l'altra mano dietro la mia schiena, accarezzandomi la colonna vertebrale.
Sentii un brivido percorrermi da capo a piedi.
Ricambiai appassionatamente il bacio, avvicinandomi tanto al biondo che pareva volessi divorarlo.
Lasciai che mi spingesse contro la parete e spinsi il mio bacino contro il suo, facendo aderire le nostre intimità.
Sentii una seconda scossa pervadermi.
Andreas: "Cazzo, Michael" disse.
Gemetti sulle sue labbra.
Il suono umido dei nostri baci riempì la stanza per quelle che mi sembrarono ore.
Andreas iniziò a solleticarmi il palato con la lingua, mentre con una mano mi accarezzava l'interno coscia, arrivando fino all'inguine.
Gemetti.
Quando la sua mano arrivò al mio cavallo, però, lo spinsi via.
Il biondo, stupito ed ansimante, si ritrovò a circa un metro da me.
Andreas: "Ma cosa..." disse.
Michael: "Scusami, Andreas, ma... non posso continuare così..." dissi tra gli ansiti.
Andreas: "Così come?" Chiese lui, strabuzzando gli occhi.
Michael: "Mi sembra che questo 'amore', come lo chiami tu, sia... incompleto. Mi sembra una cosa morta, privata della sua parte più importante" dissi.
Andreas: "Non capisco..." disse lui.
Michael: "Non serve che tu capisca. Voglio che mi lasci andare, Andreas" dissi.
Andreas: "Lasciati... andare?" Chiese incredulo "Lasciarti andare?" Domandò ancora "Ma... ma... ma... io... io... ti amo..." disse.
I suoi occhi si velarono di lacrime.
Strinse i pugni, mentre queste si riversavano sul suo viso dalla pelle chiara, trasformandolo in un essere conpletamente diverso da quello che conoscevo.
Per un attimo, non seppi cosa fare.
Michael: "Mi dispiace, Andreas. Mi dispiace tantissimo, credimi. Non volevo arrivare a tanto. Speravo... speravo di potermi convincere che quello che sto per dirti non è vero" iniziai.
Il biondo alzò gli occhi.
Così, pieni di lacrime e dolore, erano ancora più belli, ammesso che fosse possibile.
Michael: "Io... io non ti amo, Andreas. Mi dispiace" dissi "Mi sono reso conto che tra me e te non c'è mai stato nulla di... reale..." iniziai "All'inizio credevo che tu fossi l'uomo della mia vita, la mia anima gemella. Credevo che segnassi una svolta per la mia esistenza, la fine di un capitolo e l'inizio di un altro" dissi "Ma poi... poi mi sono reso conto che non era così. In quest'ultimo mese, ho preso in esame i miei sentimenti. Ho cercato di capire cosa voglio davvero... Mi dispiace, Andreas, ma una storia d'amore con te non è quello che mi serve per stare bene. Se davvero mi ami, capirai ciò che intendo dire. Mi dispiace... ma... io e te... non possiamo stare insieme" terminai.
Andreas: "Ma... ma... ma..." balbettò lui "Cosa ho fatto di sbagliato?" Chiese guardandomi.
Michael: "In amore non si tratta di giusto o sbagliato, Andreas. L'amore si basa sulle sensazioni, sulla consapevolezza che amando e lasciandosi amare ci si dona completamente a qualcuno. Ed io non sono pronto a donare me stesso adesso, né a te né a nessun altro" dissi.
Sentii una morsa allo stomaco nello stesso momento in cui quelle parole uscivano dalle mie labbra.
Mi sentivo un bastardo a far soffrire in quel modo l'unico che mi avesse amato per davvero.
Sapevo bene che i sentimenti che Andreas provava per me erano puri e veri.
Ma sapevo altrettanto bene che quelli che provavo io non lo erano.
La nostra relazione, se così si poteva definire, si basava sul mio costante bisogno d'aiuto e consolazione.
Ed io non potevo permettermi di avere un legame del genere.
Dovevo uscire dal mio bozzolo ed affrontare il mondo, ma non potevo finché rimanevo con il biondo.
Un sospiro uscì dalle mie labbra.
Mi appoggiai alla parete, stremato dai sentimenti che si accalcavano dentro di me.
Poi, ed un tratto il biondo parlò.
Andreas: "Va bene, Michael" disse "Ho capito. Tu non mi ami" Continuò.
Un'altra lacrima gli rigò il viso.
Scossi il capo.
Andreas: "Permettimi di darti un ultimo bacio e poi sparirò per sempre dalla tua vita. Te lo prometto" disse asciugandosi gli occhi.
Ebbi un attimo di esitazione.
Michael: "No, Andreas. Non posso baciarti ancora" dissi.
Andreas: "Perchè no? Sarebbe l'ultima volta..." disse lui.
Michael: "Perchè la vita è troppo spesso fatta di 'ultime volte', Andreas. Se adesso accetto di baciarti, poi lo farò ancora, ripetendomi che è l'ultima volta, mentendo e me stesso e a te. Non posso permettermi di ripiombare in quella spirale di bugie. Mi dispiace" dissi.
Il biondo sospirò.
Andreas: "Va bene" disse "Ho capito"
Poi si diresse verso la porta.
Varcò quella soglia, uscendo per sempre dalla mia vita.
Restai qualche minuto dentro la sala degli allenamenti, lasciando che quel silenzio mi avvolgesse.
Poi mi rimisi in piedi, girandomi verso lo specchio.
Diedi uno sguardo al mio riflesso.
"Avrò fatto la cosa giusta? Sarò riuscito a gettare le basi per un'esistenza più piacevole?" Mi chiesi.
Scacciai subito quelle domande.
Non mi importava.
I problemi ci sarebbero sempre stati perché era così che dovevano andare le cose.
Ma almeno adesso avevo qualcosa in più.
Avevo trovato il senso dell'esistenza.
Perché per quante volte avessi rischiato di morire in quel periodo, era stato proprio allora che avevo iniziato a vivere.

FINE

Leggete le note finali d'autrice dopo questo capitolo.
Hearts_Get_Hurts























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