Erano passate due settimane.
Due settimane da quando ero stato dimesso dall'ospedale.
Due settimane da quella dichiarazione da parte del dottor Morrison.
"Mi dispiace, Michael. Non potrai più ballare".
Due settimane interminabili, durante le quali non avevo fatto altro che stare a letto, piangere e dormire, in quella stanza rischiarata dai raggi di un sole pallido, principale testimone del mio dolore.
I miei genitori non sapevano più che fare con me, tanto da essere arrivati a domandarsi se non fosse il caso di farmi visitare di nuovo dal dottor Swift.
Ne avevano parlato qualche sera prima, mentre credevano che dormissi.
Dal tono delle loro voci si evinceva una grande preoccupazione, una sorta paura di fronte ai comportamenti di un figlio problematico come me.
Erano talmente sotto pressione che non avevano neanche festeggiato il Natale, e tanto meno il Capodanno.
Nonostante si fossero lasciati alle spalle un anno pieno di preoccupazioni, questo si preannunciava anche peggiore.
E la causa ero io.
Era da poco iniziato gennaio, e di certo non nel migliore dei modi.
Soffrivo di improvvise febbri, e per questo ogni due giorni dovevo recarmi in ospedale per controllare le ferite al braccio e rimuovere le secrezioni e le croste.
Rifiutavo il cibo e i contatti con il mondo, barricandomi dietro il muro di vetro della mia personalità fragile.
Ero dimagrito ancora, arrivando a pesare 63 chili.
Mi si contavano le ossa e la pelle era tesa sui muscoli fuori allenamento.
Muscoli rovinati, che non mi avrebbero mai più permesso di danzare.
E come se non bastasse, fissa nella mia mente c'era l'immagine di quel ragazzo biondo, che tanto avevo amato odiato in quell'ultimo mese.
Sospirai.
Il flusso disordinato dei miei pensieri fu interrotto dal cigolio della porta della mia camera che si apriva.
Sulla soglia c'era mia madre.
In mano reggeva un piatto fumante, dal quale proveniva un buonissimo odore di brodo di carne e funghi.
Lei entrò nella stanza, posando la scodella sul mio comodino.
Si sedette sul bordo del letto e mi passò una mano tra i capelli, accarezzandomi la fronte.
Mamma: "Michael, tesoro, ti ho portato un po' di brodo. Cerca di mangiare..." disse con una nota di preoccupazione nella voce.
Non risposi, tirandomi le coperte fin sopra la testa.
La donna sospirò, alzandosi.
Si lisciò le immaginarie pieghe sull'abito da casa e si diresse a passi lenti verso la porta.
Prima di uscire si voltò verso di me, scrutandomi.
Poi chiuse la porta, uscendo.
Ascoltai il suono dei suoi passi fin quando non divenne un brusio indistinto in quel mondo rumoroso.
Dopo pochi istanti mi scoprii, cercando di alzarmi dal letto.
Il contatto tra le piante dei piedi ed il pavimento freddo mi fece rabbrividire.
Sospirai.
Presi un boxer dalla cassettiera.
Mi diressi verso la porta, aprendola lentamente.
Varcai la soglia e mi diressi in bagno.
Girai la chiave e chiusi la serratura, barricandomi all'interno della stanza.
Iniziai a spogliarmi con movimenti lenti, misurati.
Maniacalmente precisi.
Gettai il pigiama sul pavimento, privandomi anche dei boxer, che finirono nel cesto dei panni sporchi.
Mi guardai allo specchio.
Il mio addome era ricoperto di bende e chiazze giallastre, gli ultimi segni dei pugni di Dominik.
Portai una mano sulle bende che mi cingevano la coscia e le srotolai pian piano.
Mi avevano tolto i punti in una delle ultime visite in ospedale, è al loro posto si indovinava una cicatrice bianca.
Gettai le fasciature nel cestino.
Portai le mani più su, verso il petto.
Tolsi il cerotto che bloccava le fasce sull'addome, più spesse e strette di quelle alla coscia.
Tolsi anche quelle, buttandole via.
Sotto di esse la pelle era arrossata, ma non si intravedevano cicatrici, tranne che sopra il capezzolo, dove una linea chiara solcava la carne in diagonale.
Ma il peggio doveva ancora arrivare.
Tolsi velocemente le bende dal polso destro, per poi passare al braccio sinistro.
Prima di sciogliere il nodo che le teneva legate tentennai.
Sotto di esse, la pelle era orribilmente scempiata, tanto che in alcuni punti si vedevano strati di grasso sottocutaneo affiorare in superficie.
Scacciai quelle immagini dal mio cervello.
Animato sa una strana decisione, iniziai a srotolare il bendaggio.
Man mano che le bende sparivano, i tagli riaffioravano, alcuni suturati, rossi e brucianti.
Altri, invece, si erano rimarginati ma avevano lasciato delle brutte e pallide cicatrici.
Rabbrividii.
Alzai lo sguardo verso lo specchio.
Il mio corpo era diventato qualcosa di osceno, un'ombra diafana, spettrale, consumata dall'anoressia.
Avevo anche perso la maggior parte della peluria, sia dalle cosce che dal petto e dal pube.
Le cicatrici che avevo sulla pelle mi avrebbero per sempre ricordato il dolore che avevo provato all'età di 22 anni, come mute accusatrici.
Spostai lo sguardo verso l'alto, sul mio viso.
La pelle era tirata sull'osso del cranio, le guance incavate e le labbra gonfie e bianche.
Mi ero fatto la barba qualche giorno prima, su espressa richiesta di mia madre, ma neanche la mancanza di peli rendeva il mio viso più sereno.
I miei occhi avevano perso la lucentezza che da sempre li caratterizzava, riducendosi a due cerchietti marrone chiaro, contornati da ciglia lunghe e profonde occhiaie scure.
Occhiaie che testimoniavano le innumerevoli notti insonni, costellate da pianti ininterrotti, disperati.
Sospirai, chiudendo gli occhi.
Sentii alcune lacrime farsi strada tra le mie ciglia, scendendo lenta sulle mie guance.
Non tentai neppure di asciugarle.
In breve, il mio corpo fu scosso da profondi singhiozzi, simili a brividi.
Mi appoggiai al lavandino per non cadere.
Strinsi con forza la porcellana tra le dita, mentre le nocche sbiancavano.
Strinsi i denti, mordendomi la lingua.
Poi, veloci come erano arrivati, i singhiozzi cessarono.
Mi raddrizzai, asciugandomi gli occhi con il dorso della mano.
Poi mi diressi verso la doccia, entrando.
Aprii il getto bollente e mi ci infilai sotto, lasciando che l'acqua accarezzasse lentamente quel mucchio d'ossa e pelle che avevo per corpo.
Mi bagnai anche i capelli, desideroso di sentire il calore dell'acqua anche sul viso e sul capo.
Strinsi i denti quando alcune goccioline sfiorarono il braccio sinistro, strappandomi un gemito di dolore.
Un'altra lacrima mi rigò il viso, scomparendo tra i fiotti di acqua calda.
Rimasi sotto la doccia per un tempo che non seppi definire, incurante del mondo esterno.
Presi un sapone a caso e iniziai a passare la schiuma sulla pelle.
Quando arrivai all'osso sacro, a stento trattenni un gemito, perché al posto di una pelle morbida e delicata sentivo solo delle ossa, dure e affilate.
Finii di insaponarmi e mi sciacquai, trattenendomi ancora sotto l'acqua.
Poi chiusi il rubinetto, aprendo le porte.
Uscii dalla cabina avvolto da una nuvola di vapore.
Mi infilai l'accappatoio e mi asciugai piedi e frizionai i capelli con un asciugamano.
Mi sistemai di fronte allo specchio e presi l'asciugacapelli.
Inserii la spina ed iniziai ad asciugare i ricci ribelli, anch'essi rovinati come il resto del mio corpo.
Quando i capelli furono ben asciutti, scivolai fuori dall'accappatoio, che rimisi al suo posto.
Infilai il boxer e presi delle bende pulite con cerotti dal mobiletto delle medicine.
Afferrai anche una crema idratante, per poi tornare a concentrarmi sul mio riflesso.
Applicai la crema sulla coscia, sfiorando appena la pelle con le dita.
Faceva un male terribile.
Strinsi i denti
Presi una fascia e iniziai a girarla attorno alla gamba, stringendo forte.
La bloccai con dei cerotti, per poi concentrarmi sul polso destro e sul petto.
Per quel che riguardava il braccio sinistro, impiegai più tempo.
Ripulii le secrezioni ed il pus con un asciugamano di cotone intriso di acqua ossigenata.
Poi lo fasciai strettamente, cercando di toccare il meno possibile la pelle.
Finita l'opera, mi rimirai allo specchio.
Sembravo una mummia egizia lasciata a metà.
Sospirai, mettendo a posto la crema e le fasce avanzate.
Aprii la porta del bagno e mi diressi nella mia stanza.
Entrai chiudendo la porta.
Diedi uno sguardo a quell'ambiente rischiarato dai raggi del sole.
Era ordinato.
Troppo ordinato.
Sbuffai, per poi dirigermi verso il guardaroba.
Frugai nell'armadio, estraendone un pantalone blu ed una maglietta bianca a collo alto, aderente.
Me li infilai, notando senza alcuna nota di stupore che anche essi erano diventati troppo grandi.
O forse era il mio fisico ad essere deperito troppo.
Scossi la testa distrutto.
Mi sedetti sul bordo del letto, gettando un'occhiata distratta al brodo che mia madre aveva posato il comodino.
Sentii il mio stomaco gemere di disgusto alla vista del cibo.
Ciò nonostante, mi costrinsi a prendere il cucchiaino e ad immergerlo dentro il piatto.
Me lo portai alle labbra, sorseggiando il brodo.
Era ancora tiepido e sapeva di spezie.
Ne presi ancora un po', lottando contro il mio stomaco per ingerirlo.
Poi, ad un tratto, non ce la feci più.
Sentii che stavo per vomitare e corsi nuovamente in bagno.
Mi inginocchiai di fronte alla tazza ed iniziai a sputare bile e succhi gastrici, assieme a quel poco di brodo che avevo ingurgitato.
Tossii mentre l'ultimo fiotto di bile lasciava le mie labbra.
Scaricai quella sostanza puzzolente e lentamente mi alzai dal pavimento, appoggiandomi al muro.
Andai verso il lavandino, dove mi sciacquai la bocca con acqua fredda.
"Ci mancava solo questa..." Pensai passandomi la manica della maglia sulle labbra.
Mi portai una mano sullo stomaco, che mi doleva come se fosse stato dilaniato da infinite punte di freccia avvelenate.
Tossii, ma stavolta dalla mia gola non uscì nulla.
Stanco, decisi di tornare a letto.
Uscii dal bagno, spegnendo la luce.
Appoggiandomi alla parete, tornai nella mia stanza.
Non mi presi neppure la briga di chiudere la porta e mi stesi sul letto, avvolgendomi con il piumone viola.
Mi rannicchiai e chiusi gli occhi, cercando una pace che non possedevo.
Rimasi immobile, godendomi il silenzio.
Ma la mia quiete durò poco, perché presto sentii dei passi scelti farsi sempre più vicini.
Aprii gli occhi giusto in tempo per scorgere mia madre che varcava la soglia.
Mamma: "Ciao, Michael" disse.
Michael: "Ciao..." sussurrai.
Lei venne a sedersi accanto a me.
Mamma: "Come stai?" Chiese.
Risposi facendo spallucce.
Mia madre mi posò una mano sul viso e mi accarezzò la guancia, cercando di non rabbrividire al contatto con la pelle tesa sulle ossa.
Mamma: "Hai provato a mangiare qualcosa?" Chiese spostando la mano sui miei ricci.
Michael: "Si, ma... ma ho... vomitato" biascicai "Scusami..." dissi.
Mamma: "Stai tranquillo, non fa niente" disse "Però..." Riprese.
La guardai.
Michael: "Però?" Chiesi io.
Mamma: "Però mi chiedo se questo tuo rifiuto del cibo sia dovuto ad un problema di salute o... o al problema dell'anoressia..." disse.
Feci spallucce.
Michael: "Non lo so" risposi.
Lei mi sorrise.
Ma era un sorriso triste, preoccupato... e soprattutto falso.
Sotto di esso, infatti, si poteva intravedere uno spirito affranto, piegato sotto il peso dei problemi derivanti da un figlio come me.
Abbassai lo sguardo con un sospiro.
Mamma: "Che c'è, tesoro?" Chiese.
Michael: "N-nulla" mentii "P-potresti lasciarmi... d-da s-solo, per... p-piacere?" Balbettai.
Lei annuì.
Mamma: "Va bene" disse alzandosi dal letto.
Si diresse verso la porta, chiudendola alle proprie spalle dopo essere uscita.
E fu in quel momento che iniziai a piangere.
Mi sentivo un peso, una zavorra che rischiava di portare a fondo i miei genitori, facendoli cadere negli abissi della disperazione.
Lacrime salate iniziarono a bagnare il cuscino e le coperte, mentre il mio fisico fragile era scosso da potenti singhiozzi.
Sentii una morsa allo stomaco e tossii.
Ma non smisi di piangere.
Per quanto asciugassi quelle che cadevano, nuove lacrime prendevano il loro posto, rigandomi il viso ed il collo.
Pian piano, mi lasciai scivolare in un sonno profondo, costellato si incubi della peggior specie...
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Coming In A Dark World||Mikandy
FanfictionMichael è un ballerino alla "Royal Opera House". Ha 22 anni ed uno spiacevole passato, dal quale fugge attraverso la danza. Si allena strenuamente, dopo la scuola. Ma un giorno, mentre si esercita con gli altri, uno strano tipo si presenta nella s...
