Mi svegliai quando un raggio di luce mi accarezzò il viso, solleticandomi gli occhi.
Sollevai le palpebre con lentezza, sbattendo le ciglia per far abituare gli occhi alla luce del sole.
Mi stiracchiai con uno sbadiglio, per poi mettere le mani a coppa dietro la nuca.
"È davvero una bella giornata. L'ideale per andare a fare una passeggiata per Londra" Pensai, gettando uno sguardo fugace fuori dalla finestra.
Presi un respiro profondo, per poi scostare le coperte.
Mi misi a sedere al centro del letto, per poi far scivolare i piedi oltre il bordo del materasso, posandoli sul pavimento gelido.
Mi sgranchii, mentre il braccio sinistro iniziava a pulsare.
Strinsi i denti, soffocando un grido.
Abbassai le braccia e mi diressi verso l'armadio.
Aprii le ante centrali e, dopo aver dato un'attenta occhiata a tutti vestiti, presi un pantalone nero ed una camicia aderente a quadri neri e bianchi.
Me li infilai con meticolosa precisione, specchiandomi.
Infilai un paio di scarpe nere con fibbia d'argento ed uscii dalla mia stanza, entrando in bagno e chiudendo la porta.
Qui, presi lo spazzolino e mi lavai i denti, per poi ravvivarmi i riccioli con le mani.
Osservai il mio riflesso.
Avevo il viso meno pallido del giorno prima, ma i vestiti mi stavano larghi ed i miei occhi erano spenti, quasi vitrei.
Nel complesso, avevo un'aria piuttosto malaticcia.
Sospirai.
Poi aprii la porta ed uscii dalla stanzetta, iniziando a scendere le scale.
Arrivato al piano di sotto, mi diressi in cucina, dove mia madre stava facendo colazione con un dolcetto alla mela.
Michael: "Ciao, mamma" dissi.
Lei alzò gli occhi dal piatto e mi sorrise.
Mamma: "Ciao, tesoro" mi salutò "Dove vai?" Chiese indicando i miei vestiti.
Michael: "Pensavo di andare a fare un giro per la città, se non vi dispiace" risposi.
Mamma: "Certo che puoi andare" disse.
Michael: "Grazie. Buona giornata" dissi io.
Mi diressi all'ingresso, dove indossai un giubbino nero.
Chiusi la zip, avvolsi una sciarpa bianca attorno al collo ed aprii la porta, uscendo.
Arrivato sul marciapiede, presi un bel respiro, gettando uno sguardo al paesaggio urbano.
La neve caduta nei giorni precedenti copriva i lati della strada ed il tetto della cattedrale di St. Paul, riluncente sotto la luce del sole del primo mattino.
Gli alberi avevano perso le foglie e, spogli come erano, sembravano artigli pronti a ghermire il cielo.
Sospirai ed il mio fiato si condensò in una nuvoletta bianca.
Infilai le mani in tasca ed iniziai a camminare, senza fretta.
Quando arrivai di fronte alla metro entrai, obliterai un biglietto e scesi al sottolivello.
Un treno stava entrando in stazione.
Non era molto affollato, e quando salii riuscii anche a trovare un posto a sedere.
Appoggiai i gomiti sulle cosce ed il mento sulle mani, aspettando che il treno arrivasse ad Oxford Circus.
Feci scalo a quella fermata, salendo poi su un treno della Bakerloo Line.
Questo era nettamente più affollato del precedente e non trovai posto a sedere.
Andai quindi ad accucciarmi in un angolino, aspettando di arrivare alla fermata di Baker Street.
Dopo circa un quarto d'ora, la stridente voce dell'altoparlante annunciò che il treno stava entrando in quella stazione.
Scesi dalla carrozza e mi diressi alle scale mobili assieme agli altri passeggeri.
Lasciai che queste mi conducessero in superficie, per poi uscire dalla stazione.
Baker Street non era molto affollata: molta gente preferiva rimanere a casa, di fronte al camino.
Non potevo di certo biasimare le persone che facevano così, perché si congelava.
Fregai le mani tra di loro, per poi rinfilarle in tasca.
Cominciai a camminare a passo svelto, cercando di scaldarmi.
Dopo dieci minuti di cammino, arrivai di fronte ad un bar.
Aprii la porta ed entrai, avvicinandomi al bancone.
Michael: "Un caffè doppio, per favore. Miscela arabica" Chiesi alla barista, una ragazza giovane dai lineamenti dolci.
Barista: "Subito. Gradisce della panna o dello zucchero?" Chiese.
Michael: "No, grazie. Caffè e basta" dissi con un mezzo sorriso.
Lei annuì, sorridendo.
Iniziò a preparare la mia bevanda, mettendola in una tazzina azzurra con una riga blu.
Barista: "Ecco a lei" disse.
Le sorrisi, prendendo il cucchiaino ed iniziando a girare.
Sollevai la tazza e me la portai alle labbra, bevendo il caffè tutto d'un fiato.
Pagai e lasciai una mancia alla ragazza, per poi uscire.
Dopo aver bevuto qualcosa di caldo mi sentivo molto meglio, ed il freddo aveva smesso di essere un problema.
Continuai a camminare, finché di fronte ai miei occhi non apparve il cancello di ferro del Regent's Park.
Affrettai il passo, varcandolo poco dopo.
Il parco era un posto stupendo, dove il rumore della città spariva, lasciando spazio ad una quiete quasi sovrannaturale.
Inspirai l'aria pulita che circolava in prossimità delle piante ed iniziai a camminare per i sentieri di pietre scure.
Rischiai di scivolare un paio di volte a causa delle neve semisciolta.
Riuscii a mantenere l'equilibrio reggendomi ai fusti degli alberi semi spogli.
Continuai a camminare, accompagnato dal fischiettio degli uccellini, finché non arrivai nella parte finale del parco.
Un'ampia distesa di erba di cinquecento metri quadri si allargava di fronte ai miei occhi, contornata da cespugli carichi di bacche scure.
Mi diressi verso di essa, sedendomi ai piedi di un grande albero, appoggiando la schiena al tronco.
Iniziai a guardare il cielo grigio, non sapevo se a causa dello smog, delle nuvole o addirittura di entrambi.
Alcuni passeri volavano veloci attraverso la volta, cinguettando.
Preso dai miei pensieri, non mi accorsi che un piccolo scoiattolo era sceso dall'albero, probabilmente alla ricerca di qualcosa da mangiare.
Cercai qualche ghianda con lo sguardo.
Ne trovai una e la presi tra le dita, posandola di fronte alla bestiolina.
Questa la prese tra le zampette, fissandomi con quegli occhietti neri e profondi.
Poi, senza preavviso, filò via, rifugiandosi tra le siepi.
Osservai il punto nel quale il roditore di era fermato per una manciata di secondi, per poi chiudere gli occhi ed appoggiare la testa al tronco.
???: "Cosa ci fa un giovanotto come te in un parco come questo?" Chiese una voce femminile.
Aprii di scatto gli occhi, irrigidendomi.
Di fronte a me c'era una vecchietta dal viso bianco e un po' rugoso, ma con vivaci occhi verdi.
Indossava una pelliccia verde petrolio con cappellino abbinato.
Tra le mani stringeva un guinzaglio, al quale era legato un Patterlade Terrier.
Da come si guardava intorno doveva essere un cucciolo.
Michael: "Non so nemmeno io perché sono qui, signora" risposi.
Vecchietta: "È vero peccato, non trovi? Essere in luogo e non saperne il perché" disse.
Annuii.
Ad un tratto, il cagnolino venne verso di me, annusandomi.
Iniziò a scodinzolare, posandomi le zampette sulla coscia.
Risi, accarezzandolo tra le orecchie.
Vecchietta: "Helky, sta buono. Lascia stare il signorino!" Disse la signora.
Michael: "Non si preoccupi" dissi accarezzando il pelo del cane "E mi chiami Michael" continuai.
Vecchietta: "Va bene, Michael, ma solo se tu smetterai di essere così formale. Mi chiamo Adele, molto piacere" disse lei con un sorrisetto gentile.
Michael: "Molto piacere, signora Adele" dissi.
Adele: "Suvvia! Smetti di usare modi così... accademici, ragazzo. Mi fai sentire vecchia parlandomi così. Dammi del tu" suggerì.
Michael: "Oh... va bene, Adele" dissi.
Adele: "Così va meglio" disse.
Mi guardò per un istante, mentre io giocavo con il piccolo Helky.
Adele: "Sai, mi ricordi molto mio nipote. Avete anche lo stesso nome" disse.
Michael: "Davvero?" Chiesi senza smettere di carezzare Helky.
Lei annuì.
Adele: "Mio figlio non mi scrive da anni, ormai, così come i suoi cinque figli..." disse con rammarico.
Michael: "Cinque figli?" Domandai "E... come si chiamano?"
Adele: "Paloma, Fortunè, Zuleika, Michael e Yasmine" rispose.
Sgranai gli occhi.
Michael: "Per caso... suo marito era un... Penniman?" Chiesi sempre più stupito.
Adele: "Si..." iniziò a dire.
Michael: "Allora... Lei è mia nonna..." La interruppi "Io sono Michael Holbrook Penniman Jr, il terzo figlio di Michael!" Esclamai.
Adele: "Lo so" rispose.
Michael: "Lo sa?!" Chiesi.
Lei annuì, guardandomi furba.
Adele: "Tua sorella Yasmine mi aveva mandato delle foto, qualche mese fa. So tutto di voi, anche se i vostri genitori non ne sono al corrente" disse "Per questo, quando ti ho visto qui, ti ho salutato. Volevo conoscere mio nipote" confessò.
Mi alzai da terra con uno scatto.
Michael: "Oh nonna, mi dispiace. Io... pensavo tu non volessi più vederci... o almeno, così ci hanno detto mamma e papà..." balbettai.
Adele: "Non importa" disse "Ora vieni, ti porto a casa mia" ordinò.
Feci come diceva.
Adele, o meglio mia nonna, mi porse il guinzaglio di Helky, che docilmente iniziò a seguirmi.
Adele mi prese a braccetto, trascinandomi verso l'uscita del parco assieme al Patterlade Terrier.
Una volta usciti, percorremo un breve tratto di Baker Street, per poi fermarci di fronte ad una villetta dalle pareti di mattoni rossi.
Adele: "Eccoci arrivati" disse.
Estrasse un mazzo di chiavi dalla tasca della pelliccia e ne inserì una nella toppa.
La serratura scattò la porta si aprì.
Adele entrò, facendomi segno di seguirla.
Varcai la soglia, ritrovandomi in un'ampia sala dalle pareti color pesca, arredato da mobili di noce scuro.
L'ingresso dava sulla cucina, formando un open space luminoso e accogliente.
Mia nonna si sfilò la pelliccia e la appese ad un elaborato appendiabiti a parete.
Adele: "Vieni, caro, ti preparo qualcosa da mangiare" disse.
Michael: "Nonna, scusami, ma non ho fame..." dissi.
Adele: "Non vuoi nemmeno un The? Sei così magro, caro..." constatò.
Michael: "Okay, ma solo un the" acconsentii.
Lei sorrise, dirigendosi verso il piano cucina.
Accese il fuoco e vi posò sopra un bricchetto con dell'acqua.
Prese due tazze da una credenza e vi mise due filtri.
Adele: "Siediti pure" disse indicando le due poltrone sulla destra del salotto "Tra poco ti porterò la tisana" Continuò.
Feci come diceva, accomodandomi su una delle comode poltrone foderate di velluto rosso.
Lanciai uno sguardo sguardo alla sala.
Alle pareti erano appesi dei quadri e sulla sinistra c'era un camino di mattoni, nel quale c'erano pezzi di legno carbonizzati.
Ero talmente assorto che non mi accorsi di mia nonna, che si era seduta sulla poltrona accanto alla mia.
Mi porse una tazza fumante.
Adele: "Tieni, caro" disse.
Presi la tazza tra le mani, bevendo un sorso di tisana.
Scottava ma era buonissimo, aromatico e speziato.
Soffiai sulla tazza per raffreddare il liquido.
Adele: "Ti piace?" Chiese.
Annuii.
Adele: "Bene. Assomigli a tuo padre da giovane, sai?" Chiese.
Io la guardai perplesso.
L'ora successive passarono tra storie e ricordi, mentre Adele mi raccontava di mio padre, di mio nonno, del loro matrimonio.
Poi, verso mezzogiorno, decisi che era ora per me di tornare a casa.
Michael: "Devo andare a casa, nonna. Grazie di tutto" dissi.
Adele: "Grazie a te, caro" rispose.
Mia accompagnò alla porta, facendomi promettere che sarei tornato a trovarla.
Adele chiuse la porta alle mie spalle.
Fuori aveva preso a nevicare e le persone camminavano con gli ombrelli colorati aperti sopra la testa.
Erano talmente tante che la strada si era trasformata in un grande arcobaleno.
Sospirai, iniziando a camminare verso la metropolitana.
Quando arrivai di fronte all'ingresso, tirai fuori dalla tasca un biglietto.
Oltrepassai la soglia, lo obliterai e scesi al sottolivello.
Il treno arrivò pochi minuti dopo.
Salii in una carrozza mezza piena ed aspettai pazientemente di arrivare ad Oxford Circus.
Quando il treno si fermò nella stazione che desideravo, scesi dal vagone e andai al punto si scambio.
Salii su un treno della Central Line.
Trovai un posto a sedere e mi lasciai cadere sul seggiolino di plastica grigia.
Durante il viaggio ripensai ad Adele e a come mi avesse immediatamente riconosciuto.
Pensai alla nostra chiacchierata e abbozzai un sorriso.
Era stato bello conoscerla.
La voce gracchiante dell'altoparlante mi distolse dai miei pensieri, annunciando la stazione di Queensway.
S
cesi dal treno e mi diressi a passo lento verso le scale.
Le salii pian piano, arrivando in superficie.
Una volta in strada, notai che la neve cadeva ancora più insistente.
Mi affrettai ad arrivare a casa, bussando alla porta con decisione.
Sentii dei passi provenire da dietro la porta, per poi sentire la serratura che scattava.
Mia madre fece capolino.
Mi fece entrare e mi aiutò a sfilare la sciarpa ed il cappotto, per poi appenderli ad un gancio dietro la porta.
Mamma: "Ciao tesoro, sei già di ritorno?" Chiese.
Michael: "Già. Ha cominciato a nevicare" risposi.
Mamma: "Si, ho visto" disse "Hai fame?" Chiese.
Feci un gesto di diniego con il capo.
Mamma: "Michael, sai meglio di me che così non va bene. Non puoi stare digiuno per periodi così lunghi. Capisco che tu stia male, e credimi non voglio aumentare la tua sofferenza. Ma non voglio neanche lasciarti precipitare nella spirale della depressione. Ne soffrirei troppo. E anche tu" disse "Quindi, ti prego, vieni a mangiare qualcosa. Anche solo un bicchiere di latte caldo" supplicò.
Michael: "Io..." iniziai "Va bene. Berrò una tazza di latte" dissi.
Lei mi sorrise sollevata.
Ci dirigemmo in cucina, ed io mi sedetti al tavolo.
Si recò in cucina e mise un pentolino colmo di latte sul fuoco.
Prese una tazza e vi versò il liquido, ormai caldo, posandola sul tavolo.
Mamma: "Ecco a te" disse sedendosi su una sedia.
Michael: "Grazie" dissi.
Presi la tazza con mani tremanti.
Bevvi un sorso di latte, lottando contro il senso di nausea che mi attanagliava lo stomaco.
Buttai giù tutto il contenuto della tazza e posai quest'ultima sul tavolo.
Michael: "Va bene, adesso?" Chiesi indispettito.
Mamma: "Si" disse.
Michael: "Ora scusami, ma ho bisogno di riposare. Ci vediamo dopo" dissi.
Mamma: "Riposa bene, Michael" disse lei.
Le sorrisi senza troppa convinzione e mi diressi al piano di sopra.
Entrai nella mia stanza e mi spogliai, posando i vestiti su una sedia.
Mi stesi dentro il letto con indosso solo un paio di boxer e chiusi gli occhi, cercando di rilassarmi.
Ma il sonno non venne, se non dopo molto tempo.
Mi ritrovai a pensare all'incontro con mia nonna, Adele.
Era stata così dolce con me, nonostante ci fossimo visti solo qualche volta quando ero molto piccolo.
Sospirai, guardando il soffitto.
Poi, pian piano, mi assopii.
"Ero nel Regent's Park. Tutto attorno a me era calmo. Troppo calmo.
Iniziai a correre in una direzione qualunque.
Ma non riuscii a scappare al frastuono di quel silenzio"
Mi svegliai di soprassalto, sentendo un nodo alla gola misto ad un senso di nausea.
Alla svelta, mi alzai dal letto, correndo in bagno.
Mi inginocchiai di fronte al gabinetto e vomitai quel poco di latte che avevo nello stomaco.
L'ultimo conato fu talemtenre forte che temetti di vomitare anche l'anima.
Ansimai.
Scaricai quella sostanza puzzolente e lentamente mi alzai dal pavimento, come sempre più spesso mi capitava in quel periodo.
Andai al lavandino e mi sciacquai la bocca con acqua fredda.
Mi lavai il viso ed uscii dal bagno.
Tornai nella mia stanza ed infilai una felpa ed un pantalone di pigiama, per poi scendere al piano di sotto.
Una volta arrivato lì, entrai in cucina, dove i miei stavano cenando, segno che avevo dormito tutto il pomeriggio.
Mi versai un bicchiere d'acqua e preso due pasticche per il mal di stomaco, assieme ad un antidolorifico.
Mi voltai verso la mia famiglia, ma non dissi nulla.
Feci per andarmene ma fui bloccato dalla voce di mio padre.
Papà: "Michael?" Mi chiamò.
Michael: "Si?" Chiesi senza voltarmi.
Papà: "Domani, dopo essere andato a far sterilizzare le ferite, andrai dal dottor Swift" disse.
Deglutii.
Non risposi ed iniziai a salire le scale che portavano al piano di sopra.
Il giorno dopo avrei affrontato di nuovo lo psicologo.
~Spazioautrice~
Hey.
Scusate se questo capitolo non è bellissimo, ma stasera sto una vera merda.
Avevo voglia di scrivere e pubblicare e mi dispiace se non vi piacerà.
Un bacione e buon 2016 a tutti.
Grazie di tutto...
Hearts_Get_Hurts
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Coming In A Dark World||Mikandy
FanfictionMichael è un ballerino alla "Royal Opera House". Ha 22 anni ed uno spiacevole passato, dal quale fugge attraverso la danza. Si allena strenuamente, dopo la scuola. Ma un giorno, mentre si esercita con gli altri, uno strano tipo si presenta nella s...
