Capitolo 37

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*bip* *bip* *bip*
Quel suono iniziò a provenire dal macchinario per l'elettrocardiogramma accanto al mio letto con estrema insistenza.
Sentii un uomo esclamare stupito ed una donna urlare di gioia mista a sorpresa.
Provai a muovermi, come se volessi accertarmi di essere vivo per davvero.
Un'ondata di dolore mi attraversò il braccio sinistro, fino ad espandersi in tutto il mio corpo fragile e distrutto.
Avvertivo la presenza di tre aghi infilati nelle carni delle mie braccia, freddi e pungenti.
Sentivo delle piccole ventose sul petto e delle pinze attorno ai polsi e alle caviglie.
Mugolai, sofferente.
Poi, pian piano, sollevai le palpebre.
Sbattei un paio di volte le ciglia per fare abituare gli occhi alla luce del sole pomeridiano che filtrava dalle veneziane calate sulle finestre.
La camera dove mi trovavo era verde, con pavimenti e muri rivestiti di linoleum.
Era un ambiente spoglio, arredato solo da un letto, dove ero adagiato in una posizione semi stesa, un comodino, due flebo, un'asta con una sacca di sangue in cima e una sedia.
Su di essa, con le mani sulla bocca, interamente vestita di blu, c'era mia madre.
I capelli castani striati di grigio le ricadevano in ciocche ordinate ai lati del viso.
Sotto gli occhi si intravedevano i residui del trucco colato per le troppe lacrime versate.
Mamma: "Michael!" Urlò.
Si alzò di scatto dalla sedia e mi abbracciò con dolcezza, accarezzandomi i capelli e bagnando le lenzuola immacolate con le lacrime.
Mamma: "Michael, ho temuto di averti perso..." singhiozzò "Ho temuto che non ti avrei mai più rivisto, tesoro..." disse ancora.
Anche se a fatica, sollevai una mano quel tanto che bastava per scostarle una ciocca di capelli dal viso.
Michael: "Shh... sono... qui..." sussurrai, anche se a fatica.
Lei mi accarezzò il viso, senza smettere di posare baci delicati sulla mia fronte.
Mi sorrise, piena di gioia.
Poi, ad un tratto, qualcuno che si schiariva la voce ci interruppe.
Io e mia madre ci girammo all'unisono nella direzione dalla quale proveniva il rumore.
Ritto sulla soglia, con uno stetoscopio in una mano ed un plico di fogli nell'altra, c'era il medico.
Era un uomo basso e magro, con capelli biondicci e occhi chiari, sulla quarantina.
Ci sorrise falsamente, e questo mi fece incupire.
Odiavo le persone che portavano maschere, così come odiavo i bugiardi.
E quell'uomo era entrambi.
Portava un velo sul viso segnato dall'età, un velo che in qualche modo celava io suo vero volto.
Mamma: "Dottore guardi!" Disse indicandomi.
Dottor Morrison: "Vedo con piacere che si è svegliato" constatò lui "Come ti senti, giovanotto?" Chiese.
Michael: "Non lo so" risposi.
Il dottore aggrottò la fronte, facendo comparire rughe di preoccupazione su tutto il viso.
Dottor Morrison: "Come è possibile che non sappia come ti senti?" Chiese portandosi una mano sotto il mento.
Michael: "Le giuro che è così" risposi, cercando di parlare con tono serio e distaccato.
Il medico sospirò, evidentemente seccato.
Dottor Morrison: "Bhe, evidentemente sei molto simpatico al Padre Eterno, altrimenti non saresti qui" disse "C'è mancato poco che non ce la facessi, giovanotto" riprese.
Annuii, cupo.
Dottor Morrison: "Risposati, ragazzo. Tornerò tra un'ora a vedere come stai. E lei, signora, ricordi che tra venti minuti l'ora delle visite terminerà" disse guardandoci.
Mamma: "Va bene, dottore" disse.
L'uomo fece un cenno col capo, per poi girare sui tacchi e uscire dalla porta.
Nella piccola stanza d'ospedale scese il silenzio, tanto che si udiva solo il ticchettio dell'orologio da polso di mia madre.
Michael: "Mamma?" La chiamai.
Lei alzò lo sguardo sul mio viso.
Michael: "Scusami. Vi ho fatto preoccupare inutilmente per me. Mi dispiace" dissi.
Delle lacrime di tristezza iniziarono a rigarmi le guance, bruciando come acido sulla pelle secca del mio viso.
Mamma: "Non devi chiedere scusa a noi, Michael. Devi chiedere scusa a te stesso" disse, improvvisamente fredda.
Io annuii senza troppa convinzione.
Michael: "Dov'è papà?" Chiesi.
Mamma: "Fuori, in sala d'attesa. Vuoi che lo faccia entrare?" Chiese.
Annuii.
Lei si alzò dalla sedia, dirigendosi verso la porta per poi uscire dalla stanza.
I minuti che seguirono mi sembrarono infiniti, dilatati all'inverosimile dal senso di oppressione che quel luogo mi trasmetteva.
Poi la porta si aprì di nuovo.
Sull'uscio c'era mio padre, i capelli ordinati e il viso inespressivo.
Si avvicinò piano al letto, misurando i passi con ancestrale calma.
Quando fu abbastanza vicino a me si fermò.
Poi, veloce come una vipera, fece saettare la mano destra, con cui mi colpì la guancia.
Il dolore delle ferite non era nemmeno lontanamente paragonabile a quello che quel piccolo, eppure violento, gesto trasmise a tutto il mio corpo.
Le lacrime iniziarono a moltiplicarsi sulle mie guance, impetuose.
Mio padre, intanto, osservava in silenzio, le braccia incrociate al petto ed un'espressione di pura strafottenza sul viso.
Papà: "Non piangere" disse in tono duro.
Non lo ascoltai.
Non potei ascoltarlo, perché per ogni secondo che passava piangevo sempre più forte.
Mio padre fece saettare nuovamente la mano, colpendomi all'altra guancia.
Mi morsi la lingua per non urlare.
Papà: "Smetti di piangere, ho detto" disse ancora.
Non lo ascoltai nemmeno sta volta.
Mio padre fece nuovamente per alzare la mano e colpirmi.
Ma quando il palmo stava per collidere con la mia guancia, mentre le dita tese fino allo spasmo stavano per lasciare segni rossi accanto alle mie labbra, qualcosa indusse mio padre a fermarsi.
Abbassò il braccio, lasciandolo ricadere contro il fianco.
Poi si sedette sulla sedia di peso, portandosi le mani sul volto.
Nel giro di pochi secondi, il suo corpo iniziò ad agitarsi come una foglia al vento, scosso da potenti singhiozzi.
Sentii che imprecava tra i denti, senza però riuscire a capire le parole.
Anche se a fatica, allungai una mano verso di lui, sfiorandogli il polso.
Subito tolse le mani dal viso, allontanandosi di scatto da me, come se avessi un morbo incurabile.
Poi, pian piano, si avvicinò di nuovo, prendendomi la mano tra le sue.
Si avvicinò le mie dita al viso, facendomi sfiorare le pelle solcata dalle sottili rughe che solo un uomo che ha superato la sessantina può avere.
Gli sfiorai la guancia con i polpastrelli, bagnandomi le dita di lacrime.
Michael: "Perchè piangi, papà?" Chiesi con voce rotta.
Papà: "Perchè tu... sei qui... in questo fottuto ospedale, con flebo e trasfusioni e... e tutto quello che so fare è picchiarti" disse "Perdonami..." implorò piangendo.
Michael: "Ti perdono, papà" dissi "Lo fai per il mio bene, in fondo, no? Vuoi solo che sia un uomo migliore" continuai.
Il mio vecchio alzò gli occhi verso di me.
Quelle iridi scure erano vecchie, piene di storie da raccontare. Quelle pupille avevano visto orrori come la guerra, la morte, la distruzione... ma avevano anche saputo scorgere lo spiraglio di luce che illuminava il tanto devastato Libano durante la Guerra Civile.
Erano occhi saggi, che solo una persona che ha vissuto una vita piena e faticosa può permettersi di sfoggiare.
Papà: "No, Michael. Non... non... non lo faccio per quello" singhiozzò "Lo faccio perché con te ho sbagliato tutto, sin dal primo giorno che ti tenni tra le braccia. Ho sbagliato a pretendere di poter cambiare la tua identità. Ho sbagliato ad essere così severo, così maledettamente calmo. Ho sbagliato a fingere che non mi importasse delle tue sofferenze. Ho sbagliato..." disse "Ho sbagliato... e basta" ripetè.
Poi scoppiò nuovamente in un pianto disperato.
Strinsi la presa sulla sua mano, cercando di dargli conforto.
Michael: "No, papà. Ho sbagliato io. Vi ho dato problemi sin da quando ero nella culla. Sono stato un peso per ben 22 anni, prima con la dislessia ed ora con... questo" dissi ripensando a quello che era successo svariate ore prima.
Mi venne la pelle d'oca al ricordo del coltello che incideva la mia carne, guidato dalla mia mano.
Scossi la testa per scacciare quella raccapricciante scena dalla mia mente già sconvolta.
Papà: "Non dire così! Sai che non è vero!" Urlò "Io e tua madre ti amiamo tantissimo, Michael. Sei più importante della nostra stessa vita, figliolo. Non importa se sei dislessico, omosessuale, ballerino o solo Dio sa cosa. L'importante, per noi, è che tu stia bene, che il nostro piccolo sia felice. Io ti amo più di tutto il resto, Michael, sei il mio primo figlio maschio e porti il mio stesso nome. Ti voglio bene, figliolo" disse calmandosi.
"Ti voglio bene"
Quelle parole mi scaldarono il cuore, perché non avrei mai creduto di poter udire qualcosa di simile da mio padre.
"Ti voglio bene"
In quel momento, nonostante il mio corpo e la mia mente stessero soffrendo in modo estremo, mi sentivo bene.
"Ti voglio bene"
Avvertivo l'affetto che mio padre voleva trasmettermi attraverso quelle parole e questo mi rendeva felice.
Gli sorrisi debolmente.
Michael: "Grazie, papà" dissi.
Lui alzò lo sguardo, fissandomi.
Papà: "Grazie a te, figliolo, per avermi voluto bene così come sono. Un padre spesso assente, strafottente e troppo severo... grazie" disse.
Michael: "Non dirlo mai più, papà" dissi non senza sforzo "Sei... sei il padre migliore che potessi desiderare. Ti sei sempre preso cura di me meglio di chiunque altro" continuai.
Vidi i suoi occhi riempirsi di lacrime, che ben presto sgorgarono fuori, inumidendogli la pelle.
Papà: "Michael, io..." non riuscì a terminare la frase, perchè le lacrime lo travolsero.
Michael: "Papà... è... tutto a posto..." biascicai.
Lui scosse il capo in un muto diniego, senza però proferire parola.
Strinse più forte la mia mano, fin quasi a farmi male.
Poi, non seppi per quale motivo, iniziai a piangere anche io.
Le lacrime mi bagnarono il viso ed inzupparono il cuscino.
Papà: "No, Michael. Non è tutto a posto" disse "O almeno, non lo sarà finché non mi spiegherai perché hai tentato nuovamente di suicidarti" Continuò asciugandosi le lacrime.
Quel cambiamento di umore e argomento così improvviso mi fece sussultare.
Deglutii, senza però riuscire a rispondere.
Papà: "Allora? Io sto aspettando una risposta" disse, ancora scosso dagli spasmi del pianto.
Chiusi per un attimo gli occhi, lasciando che le ultime lacrime mi imperlassero le ciglia, fino a scomparire.
Alzai le palpebre e mi leccai le labbra.
Michael: "È una storia un po' strana. Ti converrà metterti comodo" dissi.
Papà: "Ti ascolterò con piacere" disse lui, incrociando le braccia al petto.
Sospirai, consapevole di non potermi sottrarre a quell'interrogatorio.
Michael: "È stata una decisione che ho preso al momento. Non so nemmeno perché non mi sono semplicemente tagliato la gola, invece di ridurre il mio corpo ad un pezzo di carne martoriata, come quella di un agnello macellato" dissi "So solo che in quel momento mi è sembrata la cosa giusta da fare. Era la via per espiare le mie colpe, per togliermi di dosso il peso della mia inutile esistenza" continuai.
Mio padre accavallò le gambe, impassibile tranne che per la mascella contratta e gli occhi lucidi.
Michael: "Ricordo che ho iniziato a riaprire i tagli che avevo fatto prima della festa... e..." un brivido mi percorse "Poi mi sono steso sul pavimento del bagno e mi sono assopito" una lacrima mi rigò la guancia "E mi sono tornati alla mente tanti ricordi della mia infanzia e adolescenza" singhiozzai "Mi sono svegliato di soprassalto e sono andato nella mia stanza" continuai "Ho preso un coltellino e... e ho fatto quello che potete vedere" terminai.
Feci di tutto per non permettere ad altre lacrime di uscire dai miei occhi già stanchi, ma fallii miseramente.
Piansi ancora, ma non urlai.
Rimasi zitto, mentre una coperta di lacrime velava il mio viso stanco.
Sospirai, chiudendo gli occhi.
Poi, ad un tratto, sentii una mano accarezzarmi la fronte.
Sollevai di scatto le palpebre.
Chinato su di me, mio padre mi osservava con sguardo triste, accarezzandomi la fronte e i capelli sparsi sul cuscino.
Papà: "Perchè? Perché, Michael? Perché non ce ne hai parlato?" Chiese in tono malinconico.
Michael: "Io... non lo so, papà" dissi continuando a versare lacrime in un pianto muto.
Mio padre mi asciugò gli occhi con il polpastrello del pollice, per poi accarezzarmi lo zigomo e la tempia.
Michael: "Papà... io... ti voglio bene" sussurrai.
Lui mi sorrise impercettibilmente.
Aprì la bocca per dire qualcosa, ma la richiuse immediatamente, perché la porta della stanza si aprì.
Fece capolino una donna sulla trentina, molto probabilmente un'infermiera.
Aveva capelli neri e occhi scuri ed era di corporatura robusta.
Infermiera: "Mi scusi, signor Penniman, ma l'orario delle visite e finito. Devo pregarla di andare via" disse la donna.
Mio padre annuì.
Papà: "Ciao, Michael. Tornerò domani a vedere come stai" disse con un mezzo sorriso.
Michael: "Va bene" risposi.
Papà: "Ricordati che ti vogliamo bene" disse.
Michael: "Lo farò" risposi.
Poi mio padre giro sui tacchi, uscendo dalla porta scortato dall'infermiera.
La donna chiuse la porta dietro di sé, lasciandomi da solo il quella stanza vuota e disadorna.
Gettai un'occhiata alla finestra, guardando con ben poco interesse il panorama.
Era come se una sorta di strana apatia avesse preso possesso di me, impedendomi di godere del semplice fatto che qualcuno lassù aveva voluto salvarmi dalla morte che avevo progettato per me stesso.
E questo mi faceva sentire strano, diverso, sbagliato.
Mentre quei pensieri attraversavano la mia mente devastata, sentii le palpebre farsi sempre più pesanti, fino ad abbassarsi conpletamente sui miei occhi.
Abbandonai la testa sul cuscino, lasciandomi cullare dal tintinnio dell'apparecchio accanto al letto, e mi addormentai...

... ma solo per svegliarmi subito dopo.
O almeno, mi sembrò di aver dormito appena qualche minuto.
Ma la luce della luna filtrava dalla finestra, bianca e pura come l'abito di una vergine, raccontando un'altra storia.
Dovevo aver dormito per delle ore sotto l'effetto di farmaci presenti nelle flebo o a causa del pianto.
Sbattei le palpebre un paio di volte, per poi lasciarmi sfuggire un piccolo sbadiglio.
Avevo appena chiuso la bocca, quando qualcuno bussò alla porta.
Michael: "Avanti" dissi.
La maniglia girò e nella stanza entrò il dottor Morrison.
Indossava il camice bianco ed aveva uno stetoscopio attorno al collo, assieme a degli occhiali senza montatura.
Tra le mani reggeva un plico di fogli.
Dottor Morrison: "Noto con piacere che ti sei svegliato, giovanotto" disse con un sorriso finto.
Michael: "Salve, dottor Morrison" dissi in tono distaccato.
Dottor Morrison: "Come ti senti?" Chiese.
Michael: "Male" risposi "Ho la testa pesante ed il corpo dolorante" dissi.
Lui annuì.
Dottor Morrison: "Come pensavo" disse.
Cadde il silenzio, mentre io e l'uomo ci scambiavamo occhiate piene di curiosità.
Ad un tratto, il dottore andò a sedersi sulla sedia accanto al mio letto.
Dottor Morrison: "Bene, figliolo. Temo di avere delle notizie poco piacevoli da darti" esordì.
Michael: "Di cosa si tratta?" Chiesi.
Dottor Morrison: "Del tuo stato di salute fisico e psicologico" disse.
Michael: "Iniziamo da quello fisico" proposi.
Il medico annuì.
Dottor Morrison: "Va bene" sospirò "Devi sapere che il tuo corpo è molto stressato, Michael. Soffri di una strana forma di anoressia nervosa, che alterna stati di fame bulimica a periodi di inappetenza e nausea perenni. Durante l'ultimo mesetto, stando a quel che dicono gli esami, hai sofferto della seconda. Adesso pesi 68 kg per un metro e novantasei di altezza e hai lo stomaco irritato da succhi gastrici e bile e sei molto debole" iniziò "Parlando delle ferite, invece, hai fatto davvero un lavoro ben fatto. Ovviamente, ben fatto si dice per dire. Hai scavato la pelle del braccio sinistro molto in profondità, intaccato muscoli, capillari e una vena, piccola per fortuna. Per ciò che riguarda il resto del corpo, le altre ferite significative sono quelle alla coscia e al centro del petto. Quella sopra il capezzolo non è grave, ma hai sfiorato una zona sensibile e ti darà problemi per qualche tempo" disse "Il tuo fisico è stremato e se non fossi arrivato qui in tempo saresti potuto morire dissaguato. Quella è la seconda trasfusione che ti abbiamo fatto e non escludo che ce ne sarà una terza" disse indicando l'asta metallica con la sacca di sangue in cima "Globalmente, posso dirti che stai davvero male e che hai sfiorato la morte. Le tue funzioni vitali erano molto basse quando sei arrivato qui, respiravi a mala pena. Ora, in confroto, sei fresco come una rosa" disse ancora "Ah, un'ultima cosa. Abbiamo provato ad analizzare il tatuaggio che hai dietro la schiena, tra le scapole. Abbiamo scoperto che è un marchio a fuoco, ma abbiamo dedotto che sia stato fatto da un professionista, e anche parecchio tempo fa" disse.
Io annuii, sollevato che non mi avesse fatto domande sul marchio.
Michael: "E cosa mi dice della mia salute psicologica, invece?" Chiesi.
L'uomo si mise a sedere in modo più composto.
Dottor Morrison: "Devo dire che abbiamo avuto molti problemi ad interpretare questo tuo gesto, anche se ci siamo rivolti al tuo psicologo, il dottor Swift" disse "Ti ha dipinto come un ragazzo 'dalla mente complicata e a tratti confusa, molto intelligente ma con carattere difficile'. Ci ha inoltre confidato che non ha mai avuto un caso come il tuo" confessò "Mentre eri privo di sensi, il dottor Swift è stato con te. Ci ha raccontato che parlavi nel sonno, biascicando dei regni dell'Oltretomba e di Porte protette da giovani donne, ognuna delle quasi avrebbe usato un pugnale per ferirti" spiegò "Il dottor Swift ha detto che secondo lui stavi vivendo una sorta di epopea dantesca, simile a quella della Divina Commedia" terminò.
Io annuii nuovamente.
Il dottor Swift aveva visto giusto anche sul mio sogno.
Michael: "Per caso il dottor Swift è ancora qui?" Chiesi speranzoso.
Dottor Morrison: "Si. Vuoi vederlo?" Chiese.
Michael: "Si, grazie" risposi.
Dottor Morrison: "Vado a chiamarlo, allora. Quando avrete finito, ti farò somministrare un sonnifero, così dormirai meglio" disse.
Michael: "D'accordo" risposi.
Il medico annuì, per poi girare sui tacchi e uscire dalla stanza.
Dopo pochi minuti, la porta fu nuovamente aperta.
Stavolta entrò il mio psicologo.
Era vestito di blu scuro e aveva una valigetta in mano.
Dottor Swift: "Ciao, Michael" disse.
Michael: "Buona sera, dottor Swift" dissi.
L'uomo venne a sedersi sulla sedia accanto al mio letto, come pochi minuti prima aveva fatto il dottor Morrison.
Dottor Swift: "Bene, Michael. Ho saputo tutto quello che è successo" esordì "La mia domanda è: perché lo hai fatto? Perché hai tentato di toglierti la vita?" Chiese.
Michael: "Non lo so" risposi con voce atona.
Lo psicologo sorrise, enigmatico.
Dottor Swift: "Adesso lo scoprirai" disse in tono sicuro.
Deglutii.





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