La prima cosa che avvertii appena sveglio, fu quella di una piacevole sensazione di calore al dorso della mano destra, simile al tocco di dita lunghe e affusolate.
Poi mi accorsi si avere la testa appoggiata su qualcosa che si alzava e abbassava a ritmo regolare.
Poi ricordai tutto.
La notte prima, dopo uno dei soliti incubi, Andreas mi aveva stretto a sè, tenendomi forte la mano e facendomi appoggiare la testa sul suo petto.
Alzai leggermente gli occhi, ed ebbi la conferma di non star sognando: ero accanto ad Andreas, la mano nella sua, i nostri corpi che aderivano l'uno all'altro.
Guardai il viso del ragazzo accanto a me. Nella penombra della stanza, aveva quasi un'espressione regale... e anche molto triste. Nonostante il suo viso fosse disteso, potevo scorgere delle piccole rughe agli angoli della bocca, tipiche di chi è preoccupato.
Feci un sorriso amaro.
Puntellandomi sulla mano libera, mi misi a sedere, provando a ignorare le fitte di dolore che mi risalivano su per la schiena ad ogni minimo movimento. Inoltre, la testa mi doleva come non mai, pulsando dolorosamente.
Quando ebbi conquistato la posizione che volevo, spostai nuovamente lo sguardo sul viso di Andreas. Aveva i capelli biondi scarmigliati, la bocca semiaperta che lasciava intravedere il bianco del denti.
"Merda se è bello..." Pensai.
Poi scossi la testa, contrariato. Non avrei dovuto pensare quelle cose su di lui. Sapevo fin troppo bene che, anche essendo gay, Andreas non sarebbe mai voluto stare con me. Nessuno voleva mai stare con me. Ero da sempre stato considerato l'ultimo, lo sfigato, il diverso.
Ma, sotto sotto, speravo ancora che qualcuno mi volesse per davvero. Speravo che ci fosse qualcuno pronto ad amarmi per quello che ero, che non si fermasse di fronte alle apparenze. Qualcuno che sapesse scavarmi dentro, fino a vedere la parte più recondita della mia anima, del mio cuore e della mia mente.
Ma quella parte di me ancora ragionevole sapeva che, purtroppo, non era possibile. Ed aveva ragione. Da sempre, chiunque incontrassi mi diceva che non ero abbastanza. Che ero un perdente. Più inutile di una foglia secca accartocciata sull'asfalto.
La cosa peggiore? Avevo finito per crederlo anche io. Ne avevo la ferma convinzione. Ero inutile. Incapace. Inadatto.
Non riuscivo in nulla. Tranne che nella danza. Ed era proprio questa la mia ancora di salvezza, la promessa di un futuro che, forse, sarebbe potuto essere migliore del presente e del passato.
Forse avrei avuto successo come ballerino, avrei coronato il mio sogno, forse avrei fatto quello che desideravo... ma sapevo che quel "forse" era destinato a rimanere per sempre tale, senza avere la minima speranza di diventare un "Certamente" o anche un "Mai". No. Sarebbe rimasto un "forse". E quella prospettiva mi distruggeva, non tanto per il fatto in sé, ma perché ero privo di certezza. Non avevo alcuna sicurezza. Non sapevo nemmeno se c'era un posto in Paradiso, per uno come me. Cosa c'era dopo la morte? Il Paradiso? L'Inferno? Il Purgatorio?
Non lo sapevo. E non lo avrei mai saputo, tranne forse quando sarebbe arrivata la mia ora.
Sentii un mugolio, che mi strappò ai miei pensieri, facendomi girare di scatto.
Quel suoni proveniva da Andreas, il quale aveva cambiato posizione, rannicchiandosi.
Lo guardai di nuovo. Aveva davvero un viso perfetto, e non solo per i colori poco comuni. Era bello sul serio. Un angelo sceso in terra. E non solo per la bellezza, ma anche perché, quando tutti mi avrebbero abbandonato a morire per le troppe percosse, il giorno prima, lui si era preoccupato di portarmi in ospedale.
Era rimasto accanto a me anche quella notte e, quando ero stato svegliato dagli incubi, mi aveva stretto a sè, facendomi addormentare.
Poteva sembrare una cosa da poco, ma per me valeva moltissimo. Era il gesto più carino che qualcuno avesse mai fatto per me.
Timidamente, allungai le dita della mano destra verso il suo viso.
Le poggiai sulla pelle morbida della guancia, accarezzandolo leggermente. Le mie dita si muovevano piano sulla cute delicata, appena coperta da una sottile barba rasata di fresco.
Ad un tratto, Andreas iniziò a muoversi, probabilmente accortosi del mio tocco.
Spaventato, scostai subito la mano, portandomela in grembo.
Feci appena in tempo a girare la testa dall'altra parte, che il biondo aprì gli occhi, stropicciandoli.
Michael: "Hey, Buongiorno" dissi con un sorriso nervoso.
Speravo con tutto il cuore che non si fosse accorto che gli stavo accarezzando la guancia.
Andreas: "Buongiorno" disse con la voce impastata dal sonno.
Michael: "Tutto bene?" Chiesi.
Lui annuì.
Andreas: "Ascolta bene. Adesso vado a casa a fare una doccia e prendere dei documenti per il lavoro. Quando tornerò, voglio trovarti steso a letto, chiaro?" Disse.
Michael: "Agli ordini" scherzai.
Andreas: "Ecco qua il mio ballerino" disse con un mezzo sorriso, di cui non seppi mai se la ragione fosse compiacimento o felicità.
Poi il biondo si alzò dal letto con un unico movimento fluido, schizzato in piedi.
Raccolse le scarpe che la sera prima aveva lasciato cadere sul pavimento e le infilò.
Si ravvivò i capelli con le mani, tirandoli leggermente.
Poi si lisciò la camicia e i pantaloni.
Andreas: "Come sto?" Chiese guardandomi sottecchi da sopra la spalla.
"Tranne il fatto che il tuo sguardo è come quello di quei ragazzi che posano nudi per le riviste di moda e che vorrei saltarti addosso e baciarti fino a svenire?" Pensai.
Michael: "Bene" risposi solo.
Lui annuì, quasi con disinteresse.
Poi prese il suo inseparabile trench nero, che era posato sullo schienale di una delle sedie, e lo infilò.
Vestito in quel modo, era davvero uno schianto.
Andreas: "Ricorda: voglio trovarti come ti ho lasciato. Non devi affaticarti. Sono stato chiaro?" Disse imperioso.
Io annuii.
Lui fece un cenno son il capo, poi aprì la porta della stanza e scivolò fuori, in corridoio, lasciandomi da solo in quella piccola stanza, che d'improvviso mi sembrava troppo vuota.
Avevo sempre odiato la solitudine e adesso che Andreas era andato via, l'atmosfera stava diventando opprimente.
Sospirai.
Poi mi accorsi di dover andare in bagno.
Lentamente, mi misi a sedere.
Mi doleva tutto, per cui l'impresa si rivelò piuttosto ardua.
Alla fine, riuscii a dar scivolare la gambe fuori dal letto.
Infilai le pantofole bianche e, non senza fatica, mi misi in piedi.
Ma non appena provai a muovere un passo, un senso di vertigine mi colse, costringendomi ad accasciarmi nuovamente sul letto.
Sbuffai, dando un pugno al materasso.
Odiavo non poter fare neanche le cose più elementari da solo. Mi faceva sentire come se fossi tornato un bambino di tre anni.
Purtroppo, io di anni ne avevo 22, e non potevo permettermi di fare certe cose, come chiedere una mano per andare al bagno.
Frustrato, provai ad alzarmi di nuovo.
Mossi un passo, sentendo che da un momento all'altro sarei caduto.
Invece, non so grazie al miracolo di quale santo, riuscii ad arrancare fino alla porta del bagno.
Quando arrivai, mi appoggiai allo stipite, stanco.
"Se mi stanco per così poco, non voglio nemmeno pensare a come sarà tornare a scuola di danza..." dissi tra me e me.
Aprii la porta ed entrai in bagno, chiudendola alle mie spalle. Non volevo che qualcuno mi vedesse mentre facevo le mie "cose".
Andai verso il gabinetto, sempre tendendo una mano sul muro per mantenere l'equilibrio.
Arrivato davanti al WC, mi abbassai pantaloni e boxer.
Feci quanto dovevo, poi scaricai, tirando su i pantaloni.
Andai davanti al piccolo lavandino di ceramica bianca. Aprii l'acqua e, presa la saponetta, mi lavai per bene le mani.
Chiusi l'acqua e asciugai le mani con uno dei teli messi a disposizione dall'ospedale.
Aprii nuovamente la porta e sgattaiolai nella stanza, tornado a letto.
Mi sedetti e poi, lentamente, mi stesi, cercando di non far tendere i muscoli della schiena.
Mi appoggiai ai cuscini, abbandonandomi nel loro abbraccio.
Ero ancora molto stanco, perché quella notte, tanto per cambiare, avevo avuto un sonno molto leggero e disturbato, con la conseguenza di aver dormito poco e male.
Infatti, nonostante sentissi il contatto con il corpo di Andreas, ero terrorizzato all'idea di essere solo.
Sospirai di nuovo, per l'ennesima volta quella mattina.
Poi chiusi gli occhi, lasciando la mente libera di vagare e portare a galla i più disparati ricordi.
Mi immersi profondamente nella memoria, lasciando il mio cervello libero di condurmi dove volesse.
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Coming In A Dark World||Mikandy
FanfictieMichael è un ballerino alla "Royal Opera House". Ha 22 anni ed uno spiacevole passato, dal quale fugge attraverso la danza. Si allena strenuamente, dopo la scuola. Ma un giorno, mentre si esercita con gli altri, uno strano tipo si presenta nella s...
