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Il freddo del pavimento le penetrava attraverso i vestiti, ma Fina non riusciva a muoversi. Restò rannicchiata a terra per un tempo indefinito, la fronte premuta contro il legno, ascoltando il ritmo alterato del proprio respiro che piano piano cercava di stabilizzarsi. Ogni battito del cuore le rimbombava nelle orecchie come un gong, amplificato dal silenzio opprimente della casa.

La minaccia era nell'aria, palpabile, densa come fumo. Lilith era stata lì, a pochi centimetri da lei, e l'alleanza con Pelayo trasformava il loro incubo individuale in una trappola perfetta.

Con uno sforzo immane, Fina si mise a sedere. Le tremavano le mani mentre si scostava i capelli dal viso madido di sudore freddo. Guardò la porta d'ingresso, poi la finestra e la strada che la separava dalla casa di Marta. A pochi metri, la donna che amava dormiva ignara, convinta che il peggio fosse passato, protetta dalla falsa illusione di sicurezza che si erano costruite quella sera stessa.

«Non dirai una singola parola a Marta.»

La voce di Lilith le risuonava nella testa, pulita e tagliente. Se avesse parlato, se avesse cercato aiuto, avrebbe messo un bersaglio sulla schiena di Julia. Pelayo voleva la sua vendetta e Lilith voleva il controllo totale su di lei; un incastro perverso in cui ogni mossa sbagliata avrebbe fatto crollare il mondo addosso alle uniche persone che le avevamo restituito la vita.

Fina si alzò a fatica, appoggiandosi ai mobili per non perdere l'equilibrio. Trascinò i piedi verso il bagno, aprì il rubinetto del lavandino e si bagnò il viso con acqua gelida nel tentativo di sciacquare via la sensazione della pelle di sua madre contro la propria. Guardandosi nello specchio, vide un'ombra spezzata: gli occhi rossi, il viso scavato dalla paura, la linea della spalla dove le unghie di Lilith avevano lasciato dei piccoli segni rossi.

Si coprì il braccio con la manica della maglia, respirando a fondo. Non poteva crollare. Non adesso.

Tornò in camera da letto, ma non sfiorò nemmeno le coperte. Si sedette sul bordo del letto, lo sguardo fisso verso la finestra che dava sul pianerottolo interno. Il cellulare sulla scrivania illuminò la stanza per un istante, notificando un nuovo messaggio.

Fina lo prese con titubanza, il cuore in gola. Ma non era Lilith. Era Marta, inviato un'ora prima:

Sogni d'oro amore. A domani.

Fina strinse il telefono al petto, chiudendo gli occhi mentre una singola lacrima le solcava la guancia. L'inferno era appena iniziato, e lei avrebbe dovuto attraversarlo da sola per far sì che Marta e Julia rimanessero al sicuro nella luce.

La notte trascorse come un lungo ed estenuante incubo ad occhi aperti. Fina non chiuse occhio, rimasta seduta sul bordo del letto a fissare la porta con il terrore costante che la maniglia potesse abbassarsi di nuovo. Quando le prime luci dell'alba filtrarono dalla finestra, portando con sé i suoni ovattati della città che si svegliava, la ragazza fu costretta a fare i conti con la realtà più spietata: doveva fingere che non fosse successo nulla.

Si lavò il viso con acqua ghiacciata, indossò una maglia a maniche lunghe per coprire i segni rossi lasciati dalle unghie di Lilith sul braccio e cercò di respirare a fondo.

Verso le otto, un leggero colpo alla porta d'ingresso la fece sobbalzare. Il cuore le schizzò in gola. Si avvicinò con passi incerti, guardò dallo spioncino e vide Marta.

Marta era bellissima: i capelli morbidi le ricadevano sulle spalle, gli occhi azzurri brillavano di quella luce serena trovata solo la sera prima e tra le mani teneva un vassoio con due tazze di caffè fumante e qualche cornetto.

Fina prese un respiro profondo, inghiottì il nodo d'ansia che le bloccava la gola e aprì la porta, forzando sulle labbra il sorriso più credibile che riuscì a sfoggiare.

La voce della crisalideLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora