6. Lividi

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Non capì cosa successe. Il sapore ferroso del liquido caldo che gli bagnava già da alcuni secondi bocca e mento gli oscurò la mente, facendogli pensare ad una sola cosa: stava sanguinando.
Ethan inciampò, cadde e non vide più niente.
Chiuse gli occhi, aspettando.
I suoi ricordi stavano mano a mano scomparendo: cercò di fare mente locale, elencando mentalmente gli avvenimenti immediatamente precedenti a quei dieci, forse quindici minuti di inferno.
Erano passate da poco le quattro, le lezioni erano terminate con il corso di biologia: ricordava di aver consegnato una relazione sull'esperimento che aveva svolto da solo, non avendo trovato nessun compagno che potesse vedere dopo le lezioni per un lavoro di gruppo. Ryan non tornava con lui, ma Ethan non ricordava più il motivo: forse aveva un appuntamento con Diane, la sua ragazza, o forse perché gli allenamenti di rugby per una settimana erano stati anticipati. Ma si trovava solo, di questo era certo. E forse non avrebbe dovuto.
Probabilmente Butch e il suo gruppo lo avevano raggiunto prendendo una perpendicolare a Bayswater Road. Lo avevano accerchiato, iniziando a fargli domande, chiedergli dove andasse e se lo stesse aspettando qualcuno. Ethan cercava di ignorarli, sebbene la loro presenza fosse difficile da evitare. Gli erano vicini, troppo vicini, un paio di volte gli avevano sfilato le scarpe camminandoci sopra. Non capiva cosa volessero da lui, non gli interessava, sperava solo di poter arrivare a casa nel modo più veloce possibile.
Poi si sentì afferrare per un braccio, una presa decisa, aggressiva, dalla quale provò a liberarsi strattonandosi, con scarsi risultati. Al contrario, ottenne l'effetto opposto: Butch strinse ancora più la mano intorno al braccio esile del ragazzo, avvicinandosi al suo viso in modo minaccioso.
– Ho detto che ti devi fermare.
E fu un attimo. Ethan fece appena in tempo a sussurrare un flebile dissenso prima che venisse spinto all'indietro. Colto alla sprovvista inciampò e cadde tra le braccia di un altro dei ragazzi, che non esitò a spostarlo di peso e piegarlo prendendolo per i capelli.
Butch gli prese il viso con una mano, costringendolo a fissare quegli occhi carichi di odio.
– Devi rispondermi quando ti parlo. Non mi è piaciuto quello che mi hai detto l'altro giorno. Con chi credi di parlare, con un imbecille? Ora ti faccio vedere io...
E quello che successe dopo lo ricordava in modo troppo confuso per avere senso. Ricordava le fitte di dolore, la pelle del viso bruciare mentre strusciava a terra, la polvere nelle narici che lo faceva tossire, rivoli di sangue caldo che gli solleticavano le labbra e la terra che spariva sotto di lui. Sentiva il suo corpo in balia dell'ira di quei quattro ragazzi a cui sembrava avesse fatto un torto enorme. Era ancora cosciente quando sentì tutte le mani cessare di percuoterlo. Si tirò rapidamente su, prima che un'intensa fitta alle tempie lo cogliesse all'improvviso.
– Tu resti lì finché non ce ne andiamo noi, frocio – furono le ultime frasi che udì. Uno spintone lo costrinse di nuovo al suolo.
Ma non trascorse molto tempo prima di capire di non essere ancora solo. Sapeva che il gruppo si era allontanato correndo, aveva sentito i passi pesanti attraverso il marciapiede e le loro voci farsi sempre più lontane. Percepì qualcuno che chiamava il suo nome, pensò di avere le allucinazioni finché non sentì una mano che si appoggiava tentennante sulla sua pancia, scuotendolo leggermente.
– Ethan... sei sveglio?
Strizzò gli occhi e fece per tirarsi su, ma quel contatto svanì immediatamente.
Quando finalmente riaprì gli occhi non era rimasto nulla, fatta eccezione per un altro pacchetto di fazzoletti e una bottiglietta d'acqua fresca.
Deciso a non farsi domande raccolse le sue cose e prese in mano il pacchetto, guardandosi intorno per accertarsi che fosse solo.
Non impiegò molto tempo per notare che il primo fazzoletto era stato aperto e poi ripiegato, e ancora meno gli servì per leggete il messaggio che vi era stato scritto sopra:
"SCUSA."
Ancora più confuso tornò a casa, attento stavolta a non incrociare nessuno che conoscesse.
Rientrato a casa, quello che vide non contribuì a farlo stare tranquillo. Appena sentì la serratura scattare Ryan si precipitò versò il fratello, abbracciandolo, in un sospiro tra il preoccupato e il sollevato.
– Ethan, grazie a Dio!
Il minore aveva ancora del sangue incrostato sotto alle narici, un livido sul labbro inferiore e lo zigomo sinistro graffiato, ma non capiva come Ryan avesse saputo cosa era successo.
– Ho ricevuto una chiamata al fisso da un numero sconosciuto, ero tornato da poco con Diane. Stai bene? Ho chiamato subito la mamma che è venuta a cercarti, vado ad avvertirla che sei qui.
– Ryan, calmati. Sto bene – provò Ethan, ma sia la voce tremante che il suo aspetto tradivano quelle parole. – Chi ti ha chiamato?
– Non saprei, diceva di conoscere il tuo nome e di aver visto la scena. Fammi chiamare la mamma, poi mi racconti cosa è successo, va bene?
– E Diane? – Fu tutto ciò che riuscì a dire.
– Le ho detto di tornare a casa, ma non è un problema adesso. Devi dirci tutto.
Quando sua madre tornò a casa ebbe la stessa reazione di Ryan: corse ad abbracciare il figlio e tirò un sospiro di sollievo.
– Mi stavo preparando al peggio... come stai?
Ma Ethan se ne vergognava. Non voleva parlare di quello che era successo in quel momento, non riusciva. Voleva solo stare da solo.
– Una brutta caduta, non ho visto il marciapiede sconnesso e sono caduto, ma avevo le mani in tasca e sono andato giù di faccia. Starò più attento la prossima volta.
– Chi è stato a chiamarvi?
– Non lo ha detto. Pensavamo fosse uno scherzo, all'inizio, ma diceva di averti trovato per terra all'angolo tra Bayswater Road e Queensborough, non sapevamo cosa pensare. Hai disinfettato quel graffio? Vieni qui, ti do una ripulita.
– Non ti preoccupare, sto bene. Vado a farmi una doccia, non ho bisogno di niente – tagliò corto, chiudendosi prima in bagno e poi nella sua camera fino all'ora di cena.
Quando uscì dal bagno, con i capelli ancora umidi, non esitò molto prima di accendere il computer, entrare sul sito di scacchi e inviare una richiesta a Orlando Moore: non aveva bisogno di nient'altro per dimenticare ciò che era successo, e dimenticare era l'unica cosa che voleva fare.
Orlando accettò quasi subito l'invito a giocare: sembrava che quel ragazzo non avesse altro da fare se non le sue partite: forse proprio per questo era così bravo, anche rispetto a chi, come Ethan, aveva cinque anni di scuola di scacchi alle spalle.
La curiosità e l'ammirazione per quel rivale avevano spinto il ragazzo a cercare quante più informazioni su di lui, ma la cosa straordinaria era che da nessuna parte si riusciva a trovare una foto della sua faccia.
Tra le tante cose, Orlando aveva aperto un canale YouTube che contava quasi 35.000 iscritti, che perlopiù riportava i video delle premiazioni delle competizioni nazionali a cui aveva partecipato. Secondo classificato in Inghilterra nella categoria Young, una decina di medaglie d'oro in tornei locali e un quarto posto nel torneo Internazionale dell'Europa del Nord del 2014.
Ethan non aveva mai partecipato a tanti tornei, fatta eccezione per le amichevoli organizzate dal suo gruppo e dal club scolastico: non pensava di essere all'altezza del suo avversario, per quanto lo stesso Orlando gli ripeteva di dovercisi impegnare per metterlo in difficoltà.
In qualche modo, quella bizzarra amicizia lo faceva stare bene, come se i problemi a scuola in fondo non esistessero, mentre giocava. Malgrado tutto, in quei momenti si sentiva appagato, quasi... felice.
Non sapeva, però, che nemmeno questo sarebbe durato a lungo.

Ethan, io...Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora