25. Ethan

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Il lunedì seguente, a scuola, non andò tutto rose e fiori come avrebbe sperato Ethan: i problemi iniziarono alla prima ora, durante il corso di letteratura inglese; si sedette all'ultimo banco, una novità, perché la maggior parte delle volte preferiva posare i suoi libri su uno dei banchi in prima fila, a sinistra, il più vicino possibile alla porta per poter scattare fuori dall'aula all'inizio della lezione ed evitare così la folla di ragazzi che, ignorandolo, lo spintonava sovrappensiero per uscire dall'aula. Non gli importava un granché in quell'ultimo periodo, anzi: si poteva dire che non gliene importasse niente della scuola.

Si accorse troppo tardi di ciò che aveva fatto: durante le ultime settimane aveva studiato il minimo indispensabile, evitando di approfondire gli argomenti studiati o di controllare l'esattezza degli esercizi assegnati, ma aveva dato poco peso alla scuola e si era concentrato sulla sua relazione.
Il professore lo chiamò per l'interrogazione, ricevendo come risposta un "non sono preparato" e concedendogli una seconda possibilità.
Non tutti, però, furono così comprensivi: i provvedimenti presi dall'insegnante di arte furono decisamente più drastici; Ethan venne spedito dal preside con un richiamo, senza però ricevere nessuna insufficienza.
Camminava lungo i corridoi deserti della scuola mordendosi il labbro e rimpiangendo ogni spazio di tempo libero perso, attimi preziosi che poteva riempire con lo studio, ma che erano volati via come colombe di carta.

Il signor Kevins lo accolse nel suo ufficio con la stessa aria preoccupata della prima volta facendolo accomodare e cercando di farsi spiegare cosa fosse successo.
Il quindicenne si limitò ad alzare le spalle, tenendo lo sguardo fisso sul portapenne a un angolo della scrivania di mogano scuro.
Ascoltò l'incessante ticchettìo dell'orologio da parete nero provenire da dietro la sua schiena, sulla parete bianca e sopra la porta, cercando di sintonizzarsi con quel ritmo meccanico cadenzato, cominciando a battere l'indice della mano sinistra sulla coscia, poggiandosi poi i gomiti sulle ginocchia e nascondendo il viso tra le mani.
Il dirigente sorrise, levandogli le mani dalla faccia e abbassandole, osservando gli occhi innocui del giovane Ethan che lo fissavano impauriti.

- Non ti preoccupare - lo rassicurò, alzandosi dalla sedia e camminando fino ad arrivare di fronte allo studente. - Vieni con me.
Gli porse la mano e lo portò fuori dal suo ufficio.
Percorse le scalinate deserte che li conducevano al terzo piano, dove erano situate le aule dei ragazzi del terzo anno.
- Saprai tutto di James, vero? - chiese il dirigente come fosse ovvio.
Ethan scosse la testa e abbassò il capo, affondando le unghie nei palmi e cominciando mordicchiarsi il labbro.
- Oh. Beh, comunque adesso sta tenendo un corso di fisica, aula 406. - proseguì, indicando una tabella vicino alla postazione dei collaboratori scolastici.
Il signor Kevins chiese ad Ethan di aspettarlo fuori, poi entrò nella classe. Il quindicenne sentì solo il suono delle sedie strusciare a terra e di una trentina di ragazzi che si alzavano in piedi e morvoravano un lieve "Buongiorno signor Kevins", ripristinando il silenzio.
Il dirigente chiese di James Armstrong, che rispose all'appello con un "eccomi" e alzandosi dalla sua postazione per raggiungerlo. Uscirono dall'aula chiudendo la porta: l'espressione del preside sprizzava entusiasmo da tutti i pori, godendosi la vista di uno studente confuso e terrorizzato da lui.

Lo sguardo dei due studenti s'incrociò e i loro volti assunsero un'espressione confusa e allarmata. Ethan s'interrogò del perché il preside avesse chiamato anche James, che non c'entrava niente con quella storia, ma decise di non porre altre domande.
I due ragazzi si salutarono con freddezza, accennando solo un cenno del capo senza neanche sorridersi.

Il dirigente li guardò confuso, aspettandosi di più da una giovane coppia di ragazzi e, al contrario del castano, non esitò a domandare.
- Tutto qui? Credevo che il vostro rapporto fosse migliore... Non pensavo che intendessi questo, Ethan.
I due ragazzi fecero un passo nella direzione dell'altro, stringendosi la mano. James tirò Ethan a sé, portandogli un braccio dietro la spalla e stringendolo, dandogli delle piccole pacche sulle spalle. Continuò ad accarezzare la schiena del minore, sussurrandogli un buongiorno all'orecchio, trattenendosi dal prenderlo e baciarlo in uno dei corridoi della scuola.
Ethan si allontanò tristemente, ricordandosi che, purtroppo, a scuola quasi nessuno lo accettava per ciò che era, e che la gente preferiva credere alle voci che correvano in giro piuttosto che vedere il vero carattere delle persone, gli bastava ridere delle diversità altrui, non s'interessavano dei pensieri della vittima delle loro discriminazioni.
Il signor Kevins condusse i due studenti fuori dall'edificio, indicando il muretto e proponendo di sedersi lì.
James domandò perché non fossero tornarti in presidenza, ma il dirigente si limitò ad alzare le spalle e a farfugliare qualcosa sulle opportunità che la primavera offriva.

Ethan, io...Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora