Capitolo 11

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Quelle strade le sembravano tutte uguali, come se stessero girando in tondo.

«Potresti andare più veloce?» Rachel ruppe il silenzio, «Non rispettare il limite di velocità!»

«Non sto rispettando il limite.» ribatté A.J., «Sto spingendo questa carretta al massimo.»

«Sapevo che avrei dovuto guidare io.» Rachel sbuffò e guardò fuori dal finestrino. In quel momento, A.J. era l'ultima persona che voleva accanto a sé.

«Se non fosse stato per me, non saresti nemmeno qui.» le ricordò il detective come se le avesse letto nel pensiero, «Richard non voleva che venissi.»

«Me ne frego di quello che vuole Richard. Yvonne è la mia migliore amica.»

È la mia famiglia, aggiunse mentalmente.

«Proprio per questo, cerca di non fare nulla di avventato.» si raccomandò lui, «Richard vuole che lo prendiamo vivo... per interrogarlo.»

«Lo so. Credi che, dopo tutto questo tempo, non voglia anch'io delle risposte?»

Stavano per arrestare l'uomo che l'aveva perseguitata per tredici anni, lo stesso uomo che aveva ucciso una ragazza che le somigliava e ne aveva aggredita un'altra, lo stesso uomo che aveva finto di corteggiare la sua migliore amica per portarla in quel cottage isolato.

Taylor Kingston, era questo il vero nome. L'aveva visto per la prima volta quella mattina, quando era passato a casa loro a prendere Yvonne. Aveva detto di chiamarsi John, mentre lei si era presentata come Rachel.

Perché lo stava facendo? Cosa voleva da lei?

Rachel sapeva che difficilmente avrebbe avuto le risposte che stava cercando. Non era come nei film, gli assassini raramente confessavano il perché dei loro crimini e spesso i loro avvocati cercavano di giustificarne il comportamento accennando alle parole "malattia mentale" come se questo potesse bastare alle vittime per voltare pagina.

Io non sono una vittima, si disse la poliziotta. Avrebbe sentito ciò che Taylor Kingston aveva da dire, lo avrebbe ascoltato attentamente, dopo di che gli avrebbe sparato, proprio come aveva fatto con Oliver.


Phoebe continuava a girare i cereali nella tazza consapevole che, una volta terminata la colazione, sua madre l'avrebbe accompagnata a scuola e quello era l'ultimo posto in cui avrebbe voluto stare. Non sapeva se odiava di più gli sguardi di compassione o le risatine alle sue spalle.

«So come ti senti.» Julie si era seduta di fronte a lei, «Anche il padre di Leon è stato ucciso.»

«Ma non sei tu che gli hai sparato.» rispose Phoebe senza sollevare lo sguardo dai cereali.

«No,» ammise sua madre, «ma questo non ha alleviato il mio senso di colpa.»

«Io ho mirato alla testa e ho premuto il grilletto.»

«Ufficialmente è stato tuo padre a sparargli.» le ricordò Julie.

«Greg Arberg, il grande eroe.» la fissò con i suoi occhi grigi, «La verità è che non c'è niente di eroico in quello che ho fatto. Io... sono un'assassina.»

«Non sei un'assassina, Oliver è ancora vivo.» le fece notare sua madre.

«In coma, in prognosi riservata. Ray dice che non ci sono molte probabilità che si risvegli. E anche se dovesse succedere, il cervello è danneggiato.»

«Se non gli avessi sparato, sarebbe stato lui a sparare a noi.»

Phoebe aveva dovuto scegliere tra la sua famiglia e il ragazzo che amava.

Sua madre le mise una mano sulla sua, «Non hai avuto scelta.»

«C'è sempre una scelta» rispose Phoebe sottraendo la mano da quel contatto. Se non avesse sparato a Oliver, non avrebbero avuto quella conversazione quella mattina, non sarebbe dovuta tornare a scuola e non avrebbe dovuto indossare felpe a maniche lunghe per nascondere i tagli sulle braccia.

Sarebbero stati loro due, contro tutto e contro tutti.

Phoebe scostò la tazza e si alzò dal tavolo, «A volte penso che non avrei dovuto fare proprio niente.»



Al ritorno, il tragitto sembrava più breve. In macchina, nessuno proferiva parola. A.J. teneva gli occhi fissi sulla strada, mentre Rachel lanciava rapide occhiate allo specchietto retrovisore.

Yvonne dormiva sul sedile posteriore, ancora intontita dal calmante che le avevano dato.

Quando erano arrivati al cottage, la porta era socchiusa. Rachel aveva visto la sua amica distesa sul letto. Per un attimo aveva pensato al peggio, poi A.J. aveva detto che respirava ancora e, dopo un po', Yvonne aveva aperto gli occhi.

Non capiva cosa stava succedendo. Dov'era John? Perché erano lì con le pistole sguainate? Che cosa stava succedendo?

Rachel l'aveva abbracciata, le aveva detto che andava tutto bene, che era finita, ma sapeva che era una bugia. Non era che l'inizio.

Taylor Kingston avrebbe potuto ucciderla, ma non l'aveva fatto. Yvonne non gli interessava, era Rachel che voleva. Voleva spaventarla, farle credere che il gioco del gatto col topo non sarebbe finito troppo presto.

Yvonne continuava a scuotere la testa mentre A.J. le spiegava cos'era successo e Rachel stringeva le mani a pugno così forte da farle sanguinare.

La ragazza dagli occhi di ghiaccioLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora