Capitolo 22

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Quando avevo sei anni mia sorella Phoebe mi sorprese in bagno con una lametta in mano e un braccio sanguinante. Sapevo che stavo per fare una cosa stupida, che mi avrebbe fatto male, che avrei pianto quasi di sicuro e che la mamma si sarebbe arrabbiata, ma volevo sapere cosa si provava. O, meglio, lo volevo capire. In fondo, si trattava solo di un piccolo taglio. Nulla di melodrammatico.

Non volevo tagliarmi le vene, nulla del genere. Volevo qualcosa che ci legasse. Oltre la somiglianza, oltre il cognome.

Sorelle di sangue.

Inutile dire che Phoebe si arrabbiò, mi urlò contro e andò di matto, ma poi mi disinfettò la ferita. Disse che non avrebbe detto niente alla mamma e che quello sarebbe stato il nostro segreto.

E per quanto, qualche anno più tardi, avrei voluto vantarmi con i miei fratelli o con Damian per quel gesto coraggioso - almeno così lo ritenevo io - non lo feci. Non lo feci mai.

Quando Phoebe sparò a Oliver, volevo andarlo a trovare in ospedale, ma nessuno me lo permise. Io non capivo. Gli volevo bene. E improvvisamente non potevamo più pronunciare il suo nome ad alta voce.

Poi mia sorella aveva raccolto tutte le loro fotografie in uno scatola e le aveva bruciate nel camino una a una, forse rivivendo quei momenti per un'ultima volta. Solo anni dopo ho capito quanto dovesse essere stato doloroso per lei, ma all'epoca ero solo una ragazzina e continuavo a non capire, a fare domande senza ricevere risposte. Credevo che lui dovesse averla fatta arrabbiare proprio tanto, forse per questo Phoebe era sempre arrabbiata.  

Quando andò via di casa, la sua stanza diventò la mia. Così un paio di mesi più tardi, trovai un'altra scatola con alcune fotografie che Phoebe non aveva dato alle fiamme. Forse se ne era dimenticata o forse le aveva conservate di proposito. Erano alcune polaroid in una vecchia scatola di latta a forma di cuore. Phoebe e Oliver, i loro momenti migliori e i loro momenti peggiori.

Per quanto sentissi l'impulso di condividere la mia scoperta, non lo feci. Phoebe aveva mantenuto il mio segreto e io avrei mantenuto il suo.

Quello era il nostro legame, ci guardavamo le spalle a vicenda, da brave sorelle.

Raccontare i nostri segreti non li avrebbe resi più reali.

La piccola cicatrice sul braccio, ormai bianca, ne era la prova. Mi bastava appoggiare due dita e applicare una leggera pressione per sentire Phoebe.

Anche adesso che è morta.

Questa cicatrice è una delle poche cose che mi restano di lei.

Adam Doyle, per gli amici A.J., è un'altra, forse l'ultima cosa che mi resta, la più autentica. Ho lasciato la rosa rossa perché sapevo che l'avrebbe trovata. Volevo risvegliare in lui vecchi ricordi, forse risvegliare una rabbia mai sopita del tutto. A.J. è la chiave per capire non più Phoebe, ma Rachel, quella parte di mia sorella che non ho mai conosciuto.

Forse anche per capire chi l'ha uccisa.

Perché non è stato Taylor Kingston come si ostinano a ripetermi tutti quanti e anche A.J. in cuor suo lo sa. Lo deve sapere. E, se ha amato mia sorella almeno una minima parte di quanto le ho voluto bene io, e se gli manca almeno una minima parte di quanto manca a me, mi aiuterà a trovare il suo assassino.


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