Capitolo 21

1.2K 60 2
                                        

Nel sogno scendeva nel seminterrato e la trovava legata alla sedia, aveva perso molto sangue, ma era ancora viva. Rachel respirava debolmente, A.J. la slegava più in fretta che poteva poi la prendeva tra le braccia e la portava al piano di sopra, al Pronto Soccorso.

«Grazie... per avermi salvato.» gli diceva lei mentre il detective la distendeva delicatamente sulla barella, nel frattempo medici e infermieri si mettevano al lavoro, tirandolo indietro. A.J. opponeva resistenza, non voleva lasciarla andare, non voleva perdere quel contatto con la sua mano, sporca di sangue ma ancora calda.

Rachel lo guardava, sorridendo debolmente, «So che non sei stato tu.»

A quel punto A.J. si svegliava, si guardava intorno, stordito, riprendeva coscienza di ciò che era reale e di ciò che non lo era. I capelli biondi sul cuscino accanto a lui, ne prese una ciocca tra le dita, era reale.

Chiuse gli occhi.

«Ehi, basta con questi pensieri tristi.» era la voce di Rachel, «Non pensarci più.»

A.J. le accarezzò una guancia, «Non andare via.»

«Sono qui.»

Le baciò la fronte e poi il naso, «Prometti.»

Rachel sorrise, lo baciò sulle labbra, «Dove vuoi che vada?»

«Diamoci malati al lavoro e passiamo tutta la giornata a letto.» propose lui.

Rachel si girò su un fianco e A.J. la abbracciò da dietro, «Ti preparo la colazione.» propose stringendola a sé.

«Non possiamo, lo sai.» rispose lei abbassando la voce, «Dobbiamo occuparci di Taylor Kingston.»

«Taylor Kingston è morto.» le ricordò.

«Io l'ho ucciso.» sospirò Rachel, «E lui ha ucciso me.»

La sensazione di calore sparì. Rachel sparì.

A.J. aprì gli occhi e baciò i capelli biondi sul cuscino accanto al suo. Non erano quelli di Rachel, erano più scuri e tendenti al rosso, ma nella penombra era difficile distinguerli, se non fosse stato per il profumo differente. Era chiaramente un sogno, troppi dettagli non corrispondevano con la realtà. Rachel non aveva mai dormito in quella casa e non si lasciava abbracciare così facilmente, «Ho caldo.» era solita lamentarsi.

Ma nel sogno non si fa caso ai dettagli, si vede solo quello che si vuole vedere.

Dove vuoi che vada?

Rachel non poteva andarsene da quella stanza, perché esisteva solo nella sua testa, nei suoi sogni.

A.J. chiuse gli occhi, voleva riaddormentarsi, continuare a sognare.

Nel sogno arrivava in tempo. Nel sogno la salvava. Nel sogno passavano la mattinata in camera da letto abbracciati a chiacchierare sottovoce. Nel sogno Rachel era ancora viva.

Abby si girò verso di lui, «Non riesci a dormire?»

A.J. accarezzò la pancia sporgente, «Fa troppo caldo.»

«Non è per il caldo.» gli accarezzò dolcemente i capelli, «Lo so che giorno è oggi. E lo capirei, se volessi passare un po' di tempo da solo.»

A.J. le baciò la mano, «Non devi preoccuparti per me. Io sto bene.»

Non stava bene. Non voleva mentirle ma nemmeno causarle preoccupazioni inutili, soprattutto data la situazione.

Quando faceva quel tipo di sogni, per tutto il giorno faticava a distinguere la realtà dalla fantasia. In particolar modo quei primi istanti la mattina presto, quando il sogno e la realtà si confondevano, quando la sfumatura di biondo dei capelli di Abby era così simile a quella di Rachel.

Non doveva pensarci. Non era giusto, né per Abby, né per la bambina.

«Voglio prepararti la colazione.» si alzò in piedi, «La colazione più buona della tua vita.»

Abby sorrise, «Non pretendo tanto.»

«Lo so.» il detective le baciò la fronte, «Ma te lo meriti.»

«Allora ti dovrai impegnare.» Abby si tirò su, «Il frigo è mezzo vuoto.»

«Faccio la spesa.» si offrì e, in men che non si dica, era fuori di casa.

Non capiva perché si era comportato in quel modo. Abby aveva ragione, aveva bisogno di stare da solo. Eppure, al tempo stesso, non poteva. Non sarebbe stato giusto. Non poteva restare ancorato al passato, doveva andare avanti. Sammy si era mostrato entusiasta della nuova sorellina, Marcia aveva storto il naso, come suo solito.

Stava pensando a suo figlio, a come sarebbe stato un bravo fratellino, quando la vide.

I capelli biondi quasi bianchi, l'inseparabile giacca di pelle. Era lei. Avrebbe riconosciuto quella sfumatura di biondo tra mille, tra un milione. E quel profumo, che si sentiva appena, era il suo, ne era certo.

Rachel si diresse fuori dal negozio, A.J. la seguì. Poi si bloccò. Cosa stava facendo? Stava forse perdendo il lume della ragione? Rachel era morta. Il ricordo di quando l'avevano ritrovata, ormai esangue, con le labbra blu, era vivido nella sua mente. Eppure l'aveva appena vista, proprio lì, al negozio di alimentari, in pieno giorno. Non stava sognando.

Andò in strada ma di Rachel non c'era più traccia. Non gli importava, sapeva dove trovarla.

Quasi senza accorgersene aveva attraversato il bosco e si era ritrovato davanti a quello che era stato l'appartamento di Rachel e Yvonne. Non ci abitava nessuno al momento. L'insegna "affittasi" era ancora lì, in bella vista, anche se scolorita.

Molte cose erano cambiate in quell'ultimo anno, altre erano rimaste uguali, come cristallizzate nel tempo e nello spazio. Quell'appartamento identico a un anno prima. E quella rosa rossa lasciata sulla porta, insieme a un biglietto di auguri.

Buon compleanno, Rachel.

Buon compleanno, Rachel

Oops! Questa immagine non segue le nostre linee guida sui contenuti. Per continuare la pubblicazione, provare a rimuoverlo o caricare un altro.
La ragazza dagli occhi di ghiaccioLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora