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Più tardi, mattino del 16 maggio - Dio preservi il mio equilibrio mentale, perché a tanto son giunto! Quanto all'incolumità e alla garanzia di incolumità, son cose del passato. Finché resto qui, c'è da sperare solo in una cosa, ed è di non impazzire, se già non lo sono. E se pazzo non sono, indubbiamente c'è da perdere il senno a pensare che, di tutte le luride cose che si celano in questo luogo odioso, il Conte è per me la meno spaventosa; che solo da lui posso aspettarmi salvezza, ma questo soltanto finché servo ai suoi scopi. Gran Dio! Dio misericordioso! Dammi la calma, perché appena fuori da questa strada sta in agguato la follia.

Comincio a vedere sotto una nuova luce cose che mi avevano lasciato perplesso. Fino a questo momento, non avevo capito appieno quel che intendeva Shakespeare quando fa dire ad Amleto:

"My tablets! Quick, my tablets! 'tis meet that I put it down" ecc.(*)
(Le mie tavolette! Presto, le mie tavolette! Devo metterlo per iscritto)

perché ora, con la sensazione che il mio cervello se ne sia andato a spasso o che il colpo toccatomi debba segnare la fine del mio equilibrio, mi aggrappo al diario per trovar requie. L'abitudine di registrare tutto con accuratezza non può non avere un effetto lenitivo.

Il misterioso avvertimento del Conte, sul momento mi aveva spaventato; ma adesso, se ci ripenso, più ancora mi spaventa, perché significa che in futuro egli eserciterà un malefico potere su di me. Avrò paura di dubitare di qualsiasi cosa mi dirà!

Dopo aver vergato il diario e averlo accuratamente riposto in tasca insieme con la penna, mi sono sentito assonnato. Mi è tornato, sì, alla mente l'avvertimento del Conte, ma piaceva l'idea di disobbedirgli. Il sonno si impadroniva di me, in una con la pigrizia che gli funge da lacché. La morbida luce della luna era distensiva, e l'ampio panorama mi dava un senso di confortante libertà. 

Ho deciso di non far ritorno nelle stanze visitate dalla tetraggine, ma di dormire là dove, in tempi andati, dame gentili se ne stavano a cantare e a condurre dolci vite, i cuori gentili rattristati dalla lontananza dei loro uomini impegnati in lontane, spietate guerre. Ho cavato un gran divano da un angolo, in modo che, standovi disteso, potessi ammirare l'amabile panorama a est e a sud, e senza pensare affatto alla polvere, a essa del tutto indifferente, mi sono accinto a dormire.

Penso di essermi addormentato; anzi lo spero, ma temo di no, perché tutto ciò che è accaduto era straordinariamente reale, così reale che, a starmene seduto qui ora, nella grande, chiara luce del sole mattutino, non riesco assolutamente a convincermi che di sonno si sia trattato.

Non ero solo. La stanza era la stessa, immutata sotto ogni riguardo dacché vi avevo messo piede; scorgevo sul pavimento, al lume della luna, le orme dei miei passi là dove avevo disturbato il lungo accumulo di polvere. 

Di fronte a me, nel raggio dell'astro notturno, erano tre donne giovani, dame nell'abbigliamento e nel tratto. Al primo vederle, ho creduto di sognare perché, sebbene avessero la luna alle spalle, non proiettavano ombra alcuna sul pavimento.(*)

Mi si sono accostate, guardandomi per un po', quindi sussurrando tra loro. Due erano brune, con nasi aquilini come quello del Conte, e grandi occhi scuri, penetranti, che sembravano quasi rossi nel lucore giallo pallido della luna. La terza era bionda come più non si può essere, con grandi masse di capelli d'oro ondulati, e occhi come pallidi zaffiri. Avevo l'impressione, non so perché, di conoscerne il volto, e che fosse correlato a un onirico timore, ma non sono riuscito a ricordare, al momento, il dove e il come. 

Tutte e tre avevano candidi denti smaglianti che scintillavano come perle sulle labbra rosse e voluttuose. Provavo, per esse, qualcosa che mi metteva a disagio, una brama e in pari tempo una paura mortale. Avvertivo in cuor mio un perverso, ardente desiderio di essere baciato da quelle rosse labbra. Non è bene che io lo scriva; ma è la verità. 

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