Ian e Maya erano appartati davanti alla stanza della Fisher. Ines doveva portare nello studio di Murray, a tre porte di distanza dall'aula della Fisher, il piano di studio ideato per Mia. Nessuno si era mai preoccupato di darle seriamente una formazione culturale. Una ragazzina con la sindrome di down negli anni settanta, chiusa in un istituto di igiene mentale... Era opinione comune il fatto che l'istruzione fosse per lei solo una perdita di tempo. Ines avrebbe dovuto provare il contrario. Passò davanti a loro. Si scostò il polsino della giacca per guardare l'ora, le bruciature inferte dalle dita di Danny erano per metà coperte dal cinturino dell'orologio. Tamburellò le dita sulle gambe, si appoggiò con la schiena al muro. Murray stava ricevendo un altro studente. Si voltò verso Ian che sembrava stesse avendo un diverbio con l'amica. Maya si asciugò le lacrime e si precipitò nella stanza della Fisher non appena la psicologa aprì la porta.
Ines sorrise sprezzante, cercò di farlo rumorosamente, però, affinché Ian si rendesse conto della sua presenza. Solo in quel momento, infatti, lui si accorse di lei:
<<Cosa c'è?>>
<<Niente>> mentì la studentessa mantenendo un'espressione beffarda e infastidita al contempo.
<<Che cosa c'è?>> scandì meglio la domanda lui, avanzando di alcuni passi.
<<E' per Bob, vero?>> incrociò le braccia, sfidandolo e dimostrando che i pochi centimetri conquistati dal giovane, sempre più vicino, non le facevano effetto.
Il silenzio di lui confermò che aveva indovinato, fu lei adesso a compiere dei passi concitati verso il suo interlocutore:
<<Credi che noi altri non sappiamo provare dei sentimenti?>>
<<Sì, è quello che credo>> la gelò, senza lasciarsi incantare da quel volto rotondo e ambrato, fermo davanti al suo.
Lui non sapeva niente, non sapeva niente di niente. Non conosceva il suo passato, non conosceva quello che lei aveva fatto per amore e per amore non si intendeva solo quello più classico, tra due partner. Lei amava e aveva amato tutto quello che faceva parte della sua vita, tutto quello che aveva scelto di essere e di avere, ogni cosa animata e inanimata che riempiva il suo quotidiano. Era arrivata lì, forse prevenuta sul valore dei rapporti affettivi di quei pazienti, poi si era ricreduta, principalmente grazie alla sensibilità della stessa persona che adesso le stava attribuendo tra le righe l'appellativo di "cuore di pietra". Non voleva crederci. Lei si era esposta per lui, aveva rischiato pur di conoscere anche solo un frammento della sua anima, gli aveva confidato di Danny, lo aveva difeso da tutte le supposizioni cattive fatte dagli studenti di Harvard sul suo conto. Fu sopraffatta da una rabbia indicibile. Scaraventò a terra il piano di studi di Mia:
<<L'hai fatta piangere! Sei solo geloso! Sei geloso che Maya riesca a provare qualcosa per qualcuno e tu no!>> gli urlò. Si rese conto di stare tremando. Raccolse i fogli. Si rialzò lentamente, alcune pagine sfuggirono dalle sue mani. Ian si abbassò per aiutarla.
<<Non toccare le mie cose!>> gli intimò. Gli occhi luccicanti di delusione si trovarono davanti quelli di lui, caratterizzati da un sentimento indecifrabile, ma potente. Si sentì tanto vulnerabile che divenne sarcastica e cattiva, nella speranza che le parole pronunciate a denti stretti facessero abbastanza rumore da offuscare il silenzio dei loro sguardi e la fragilità della sua stessa anima:
<<Dì un po': quale delle personalità di Charlotte ti piace portarti a letto?>>.
Ian si alzò di scatto:
<<Non credo ti riguardi>> mascherò il suo disagio.
La stanza della Fisher. Guardò al suo interno. Almeno sei pazienti di cui conosceva ogni angolo di corpo più intimo e ogni segreto sessuale recondito, sedevano accanto e tra loro si aggirava la psicologa tutta d'un pezzo, accomunata dalla sei ragazze sventurate solo e soltanto da una cosa: il suo pene. Abbassò lo sguardo indegno dalla faccia di Ines.
Lei non era intenzionata, invece, a lasciare andare quegli occhi azzurri. Probabilmente stava aspettando delle scuse che tardavano ad arrivare. Gli occhi indispettiti cercarono di agguantare lo sguardo distratto e abbattuto del paziente 5302C.
Ian distolse gli occhi dalla stanza di Rebecca:
<<Ho insegnato io a Mia parecchie basi matematiche e grammaticali, a storia siamo arrivati all'antico Egitto, conta che abbiamo iniziato da poco. A letteratura siamo partiti con i fratelli Grimm, ma adesso stiamo affrontando Mark Twain. Credo che il sostegno dello scrittore a favore dell'abolizione della schiavitù in Huckleberry Finn, sia affrontato in maniera paradossalmente leggera, è narrativa picaresca, per ragazzi. Mia lo sta amando>> sforzò un sorriso triste, ma era una regola: era vietato parlare di Mia e con Mia senza almeno un lieve sorriso sulle labbra, anche quando ti giravano troppo i coglioni per sfoggiare un riso più ampio. Ines tacque sul primo, si schiarì la voce:
<<Hai sbirciato tra i miei fogli?>> chiese audace.
<<Scusa... E' solo che, cioè, forse dovresti riguardare il suo piano di studi. Non potevi saperlo, che le avevo dato una mano, ma alcune cose così le studierà due volte, inutilmente>> sfoggiò un sorriso ancor più appassito del precedente.
<<Ascolta...>> si irrigidì austera, prese fiato ma sul punto di prorompere, represse ogni parola che avrebbe voluto cacciar fuori. Ian storse la bocca in attesa di qualche insulto particolare.
<<Ricontrollerò il piano di studio con Murray. Lo informerò che abbiamo già un degno professore tra i pazienti, e chiederò cosa possiamo fare. Magari otterrai una cattedra un giorno, chissà>> lo provocò con tono irrisorio.
<<Non ho voglia Ines>> rispose in modo stanco
<<Di cosa?>>
<<Di discutere. Non ne ho voglia>>
<<Beh, magari neanche Maya aveva voglia di discutere oggi, ma ha dovuto farlo, visto che il fratello maggiore ha sentenziato che non si possono provare sentimenti per un "No Problem"!>>.
Ian si scaldò:
<<Sono due anni, Ines! Due anni! L'euforia del momento, i primi sguardi, i primi sorrisi, i primi baci, e poi? Robert Palmer chiuderà la porta e Maya e il bambino... >>
<<Bambino?>> balbettò la ragazza.
Il silenzio li soffocò. Lei non aveva idea di cosa fosse quella storia. Capì che Ian aveva sopravvalutato la velocità con la quale le voci di corridoio viaggiavano tra i meandri del Nun Ester. Ian capì di aver appena dato una notizia che forse, erroneamente, credeva essere già stata diffusa da terzi. Ines deglutì. Si sentì a disagio almeno quanto il suo interlocutore. Scosse la testa:
<<E' diverso per un uomo! Potrebbe portarla fuori, salvarla, vivere una vita con lei>> elencò quelli che erano nient'altro che i suoi desideri per Bob e Maya, o, forse, quelli che erano i suoi desideri per Ian e per se stessa. Il naso iniziò a pruderle ricordandole quanto fosse necessario sprigionare almeno un paio delle lacrime in cantiere. Ian la guardò con commiserazione, come si guarda una bimba che conserva ancora un'immensa fiducia nel mondo e un ingenuo buonismo. Dietro l'angolo l'accoglieva la disillusione, più vicina di quanto pensasse.
<<Una ragazza di colore, madre single, ex prostituta... Bob vedrebbe affondare la sua carriera prima ancora di essersene costruita una>>
<<Perché sei così cattivo?>> chiese d'un fiato. Ian ebbe un sussulto. Cattivo? Non si era mai reso conto di esserlo. Non conosceva la cattiveria, almeno credeva fosse così, la bontà era la dote che tutti gli avevano sempre riconosciuto. Ines si morse la lingua troppo tardi. Non lo pensava. Era solo arrabbiata. Sperò che anche lui non pensasse di lei che non aveva un cuore, in realtà. La rabbia fa dire un sacco di idiozie.
<<Sono realista>> si giustificò, rammaricato, come se dopo dieci anni chiuso in quella prigione di torture e farmaci, dove i suoi coetanei morivano come mosche, fosse stato ancora in dovere di credere nelle favole. Il volto adombrato dal disincanto della giovane trasudava contrarietà da ogni poro. Dio solo sa quanto avrebbe voluto credere ancora nei sogni, avrebbe voluto farlo solo per quel volto.
<<Ian!>> Becca Fisher uscì nel corridoio. Allargò le braccia, come a dire al ragazzo che stavano iniziando la seduta senza di lui. Non un saluto a Ines, né una risposta alla Fisher. Entrò nella stanza, arreso, come ogni giorno, a quelle inutili sedute di gruppo.
Era rimasta sola. Le chiacchiere di Murray erano ovattate dietro la porta bianca. Riguardò l'ora. Riguardò il piano di studio. Si stropicciò gli occhi.
<<Buongiorno>> sentì una voce rilassata e rilassante riecheggiare tra le mura dell'ingresso. Rilassò i lineamenti del volto, quasi per osmosi, dopo aver osservato la faccia placida e gaia di padre Matthew, avvolto nell'elegante nero abito monastico, con il vangelo nella piega del gomito e un rosario stretto nel palmo della mano. Era contraria alla confessione, ma sentiva di aver commesso troppi errori da quando era entrata lì. Iniziò ad accarezzare l'idea di chiedere un incontro con il reverendo e cercare un rimedio per espiare le sue colpe.
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Disturbia
Mystery / ThrillerVenticinque studenti specializzandi dell'università di Harvard vengono selezionati per svolgere un tirocinio presso il "Nun Ester Institute", un centro di accoglienza per ragazzi problematici. Dal loro trasferimento lì verrà fuori la convivenza for...
