Ho visto un suicida

59 8 0
                                        

Il professore spiegava biascicando qualche parola tra un tic nervoso e l'altro, tirandosi su ogni poco gli occhiali posati sul naso piccolo e bitorzoluto.
Ines stentava a seguire la lezione.
L'insegnante tarchiato tirò fuori dalla ventiquattrore un libro polveroso che dava l'impressione di pesare più di lui, e lo gettò sul banco: il rumore rimbombò nella piccola stanza facendo perfino tremolare i vetri della finestra. "Studi di crani e lotta alla criminalità. Cesare Lombroso".
Ines si guardò intorno: le due ragazze biondo platino nella sua fila di banchi, fingevano di comprendere le parole del docente; nella fila davanti tre amici di Ashton, che lei conosceva giusto di vista, parlavano di continuo e ridevano in modo odioso; un secchione fuori luogo esordì vantandosi di conoscere quel volume a memoria.
Prese fiato, raccolse i suoi oggetti posati sul banco lercio e se ne andò.
Nel corridoio solo qualche studente di Harvard, una segretaria alle prese con delle scartoffie e il rumore del vento penetrante dai vetri appannati e fini delle finestre bianche. Si appoggiò sul davanzale interno sotto l' infisso. Pensieri sconnessi tra loro le attraversarono la mente e si accavallavano gli uni sugli altri senza tregua. Sospirò e guardò fuori: la boscaglia in cui i sempreverdi si ergevano in mezzo a sterili alberi dai rami secchi; il mare con le sue onde che baciavano a stampo gli scogli in un gioco di corteggiamento. Poi osservò il lembo di spiaggia fredda.
Il ragazzo biondo e misterioso di cui Ashton era il tutore, a cui lei aveva preso il giacchetto, era seduto su uno scoglio, aveva tra le mani un braccialetto che Ines non riuscì a vedere bene.
Strinse le labbra, una forza oscura sembrava spingerla verso quella figura.
Un portone dietro l'altro, una scalinata dietro l'altra, uscì dal castello per raggiungerlo. Il forte vento le tolse quasi il respiro, si strofinò le braccia coperte dal maglione color porpora. Scese lungo la scogliera. Gli era abbastanza vicina. Deglutì, si appoggiò ad uno scoglio ruvido e spigoloso; una folata di vento, e i capelli scuri le coprirono il volto, dalle fessure della chioma riuscì a vedere il piccolo bracciale che lui stringeva in mano, era da bambina, dorato con qualche ciondolo a forma di fiore e di orsacchiotto. Rimase dietro lo scoglio, iniziò ad avere la certezza che lui ignorasse la sua presenza. Lo osservava e lì, in quella spiaggia grigia, in quel mare agitato e lontano dal mondo, pareva essere una visione, una presenza evanescente, astratta. Finché il ragazzo non si alzò dallo scoglio ed entrò lentamente nell'acqua camminando come un suicida. Ines si lasciò sfuggire un gemito, corse verso l'acqua, ma finalmente quell'estraneo si tuffò. Non sembrava più un tentativo di suicidio, forse era solo voglia di farsi una nuotata. Ines guardò lo scuro specchio d'acqua, passarono alcuni minuti, ma lui non riemergeva. Preoccupata si avvicinò di più, un'onda violenta le bagnò i jeans e le scarpe. Continuava a non vederlo, si accorse di quanto il suo respiro si stesse facendo affannato. Dov'era finito? Perché l'aveva fatto? Non poteva voler morire, aveva solo vent'anni.
«Ehi». Si sentì sfiorare una spalla da mani calde e leggere, da mani familiari, quelle che agli altri tiravano violenti pugni ogni giorno e che a lei, invece, donavano solo carezze.
«Ashton!»
«Che ci fai qui? Anche la tua lezione era noiosa?» rise, guardandola e alzando le sopracciglia nere.
«Abbastanza» confermò lei sforzando un sorriso. Si morse le labbra rosse, sperava ancora di vederlo riaffiorare dall'acqua. Ashton la distolse dai suoi pensieri:
«Stavi tastando il terreno per stasera?» chiese ammiccante «Io avevo pensato ad un gazebo là e il barbecue sopra quello scoglio»; indicò prima un punto della spiaggia, poi uno scoglio abbastanza piano e privo di spigoli.
«Non capisco.» confessò «Cosa c'è stasera?»
«Il "White Party", una festa dove tutti devono vestire rigorosamente di bianco ... l'abbiamo organizzata un po' all'ultimo momento, ma abbiamo chiesto il permesso pur sempre con i due giorni di anticipo imposti dal regolamento. Richiesta accettata. Quindi ... via libera!»
Lei annuì con poca convinzione. Lui l'ammirò:
«Tu sembrerai una bellissima sposa, e io...» si guardò le gambe e l'addome «un gelataio!» smorzò, ironico.
«No, sarai perfetto. Sei sempre il più bello» lo contraddisse lei ridendo.
Lui si fece serio, le posò addosso uno sguardo che metteva sudditanza:
«Vieni. Qui si gela» si tolse il cappotto di dosso e lo mise sulle spalle della fidanzata. L'abbracciò trascinandola via da quella spiaggia. Ines si voltò ancora indietro, verso il mare. Niente e nessuno. Sentì un dolore alla bocca dello stomaco, un senso di vuoto e d'impotenza.

~
In camera, Margot stava selezionando delle collane da un vecchio portagioie. Ines appoggiò la borsa sulla sedia a dondolo.
«Bentornata!». La ragazza dai capelli rossi e dalla faccia smunta sembrò entusiasta di vederla. «Mia nonna me l'ha spedito e mi è giunto stamattina. E' un bene di famiglia, questi accessori non sono granché, ma hanno un valore affettivo e magari con una ripulita...» prese il portagioie tra le mani come fosse una reliquia «Sono contentissima! Ho una parte di loro qui».
Ines annuì con un mezzo sorriso; gettò un occhio sulla finestra corrosa dal tempo, dal vetro opaco si vedevano i boschi e le scogliere, il cielo grigio e qualche volatile. Si strofinò le mani, infreddolite e sudate nel contempo, sui jeans slavati.
«Margot?» cercò lo sguardo della compagna, ancora intenta a scrutare i gioielli anneriti «Credo di aver visto qualcosa poco fa...»
«Cosa?» la ragazza pallida si degnò di posare gli occhi sgranati sul volto di Ines.
«Un ragazzo... penso sia morto, io l'ho visto annegare, ero lì e lui si è tuffato e, e... » iniziò a balbettare; sentì le propria voce parlare della morte di quel giovane pazzo, quel pazzo dannatamente bello che riusciva a darle sensazioni strane e indefinibili. Ebbe paura della frase appena pronunciata, paura che fosse tutto vero e che presto sarebbe stata confermata la sua supposizione. Gli occhi tremolanti, lasciarono sfuggire due grosse lacrime giù per le gote.
«Ehi, tranquilla... » Margot le prese le mani «un Disturbia?»
Ines annuì.
«Tu ne sei sicura?» insisté l'altra
«Non è più uscito dall'acqua, è rimasto là sotto per un tempo troppo lungo, i- io non lo so...» si asciugò gli occhi.
«Oddio! Lo dovresti comunicare al rettore allora, poi sarà lui ad avvertire chi di dovere; tu sai chi è questo ragazzo?»
«Sì, di vista» rispose, imponendosi di essere forte e razionale. Si spostò i ciuffi di capelli dalla faccia piangente: «Verresti con me?».

L'ala est del castello era la più nuova, era quella con le aule scolastiche, con gli alloggi degli studenti, quella in cui non era proibito andare. Il lungo corridoio era illuminato dalla luce biancastra dei neon che stonavano in una fortezza antica, così come quei quadri futuristi alle pareti.
Camminava incerta. Non capitava tutti i giorni di dover raccontare di un ragazzo annegato.
Due studenti la urtarono correndo. Si arrestò.
«Ehi! Dovremmo entrare» l'avvertì Margot. Ines alzò lo sguardo sulla porta lignea: "PRINCIPAL".
Si massaggiò le tempie. Un colpo di tosse violento a qualche metro di distanza, vicino alle scale, la spinse a voltarsi in quella direzione, come fosse stato un richiamo. Non era un richiamo: lui, infatti, non la stava nemmeno guardando. Appoggiato al muro, a testa china, si stava preparando una sigaretta. Lo osservò meglio e ancora lui sembrava non averla notata. Poi d'un tratto alzò gli occhi su di lei; Ines fece un sobbalzo, distolse le pupille dal giovane e prese per un braccio Margot:
«No, non importa. Non è morto.» annunciò mantenendo un tono di voce appena percettibile.
La ragazza francese, iniziò a guardarsi intorno. Non ci volle molto per capire a chi, Ines, si riferisse: il biondo se ne stava andando; dalle punte dei capelli stavano ancora cadendo delle gocce d'acqua e i vestiti erano fradici.
Margot si passò la lingua sulle labbra fini:
«Lo conosci di vista eh? Ci credo! Quello, di vista, ammetto che è abbastanza notevole! Guarda che culetto! E ... ti sta fissando!» sussurrò eccitata.
Ines si voltò. Vide quegl'iridi profondi su di sé. Poi lui scese la scale e scomparve, come sempre, e con lui scomparvero quegli occhi sfuggenti e stanchi che ancora una volta si erano accorti di lei.

DisturbiaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora