14. Condoglianze al giardiniere

24 8 0
                                        

Jack

Rebecca mi rivolse un ultimo sguardo, mimando con le labbra un “Ti voglio bene”.

Si avvicinò al suo letto. Intuì che avesse preso dalle cucine un coltello; probabilmente lo sapeva usare a malapena, certo, ma sarebbe tornato utile. Forse.
Afferrò un mollettone, con cui si legò i suoi capelli ricci, i quali avevo capito che erano solitamente tenuti leggermente mossi, di colore scuro. Non la vedevo in faccia, ma sapevo che i suoi occhi di quel marrone scuro sprizzavano rabbia da tutte le parti. Sentivo l'adrenalina scorrere nel mio corpo: ero pronto.

E avevo solo sette anni

Percepii a malapena dei passi pesanti fardi sempre più vicini. Intuii, perciò, che le truppe del mio paese stessero salendo le scale. Rebecca mi disse di aprire il passaggio chiudendomi dentro, lasciando le chiavi sul fondo dell'armadio. Chiuse l'anta, in modo che sembrasse chiusa normalmente, e io intanto aprii il passaggio.

Mi augurò buona fortuna, lo sapevo.
Nonostante non la potevo sentire.

I passi erano sempre più vicini: tremavo dalla paura e dalla forza. Più dalla paura, in realtà. Mi sentivo terrorizzato.
Non avevo nemmeno otto anni e di lì a pochi secondi un gruppo del mio Regno si sarebbe precipitato in quella camera, probabilmente attentando alla vita della mia migliore amica.

《Per di qua》, Rebecca lo sentì meglio, ma anche io lo percepii《La porta. Apritela!》

Era ora.

Rebecca mi intimò di darmela a gambe, la sentii che con il coltello di avvicinava all'armadio. Presi a correre, ma feci in tempo a sentire dei colpi alla porta. Uno, due, tre, poi la porta si aprì. Ma ero già troppo lontano per poter sentire cosa accadde dopo.

Il passaggio era umido e le pareti spesse impedivano di udire cosa succedesse al piano di sopra.
Avevo lasciato le chiavi del passaggio a Rebecca, sperando che facesse in fretta e le trovasse subito.

Non correvo. Camminavo veloce, ma avevo già fiato corto: non per la stanchezza, ma per l'agitazione.
La mia migliore amica era di sopra con chissà quanti uomini nella stanza, che provavano ad attentare alla sua vita.

Aveva lasciato per sbaglio la porta aperta. Ringraziai che sbagliò, altrimenti non sarei mai potuto scappare. Il giardino era in condizioni pietose.

Condoglianze al giardiniere, quando avrebbe visto in che stato era il suo “capolavoro”.

La porta che dava sul retro del giardino era aperta e riuscii a scappare. I boschi era tutto fuorché silenziosi: sentivo urla e boati provenire da corte. Quando sentii il rumore di un'esplosione, rabbrividii speranzoso con tutto me stesso che Rebecca stesse bene.

Una volta raggiunto il bosco, mi misi a correre il più velocemente possibile. Non credevo di aver mai corso così veloce in vita mia: ero un fulmine.
Le foglie cadevano dagli alberi, il vento soffiava e mi scompigliava i capelli, i miei passi erano rumorosi dovuti al calpestare le foglie secche, passai oltre alberi e cespugli, mi fermai al sentire un altro boato e, alla fine, arrivai a destinazione.

La casa nel bosco di Rebecca.

Aprii la porta con rapidità e mi chiusi dentro a chiave. Trovai una serve di coltelli, coltellini e cose così su un sacco a pelo.

Ringraziai che Rebecca avesse mandato Mary a metterceli.
Ne afferrai qualcuno, per essere pronto per qualsiasi evenienza, e gli altri li poggiai in un cassetto.

Mi sedetti sul sacco a pelo pronto a scattare. Percepii un nuovo rumore simile ad un'esplosione, deglutii spaventato.

La resa dei conti era arrivata.

*****

Quando sentii bussare alla porta, scattai in piedi spaventato. Strinsi il coltello, pronto ad agire.

《J, sono io. Rebecca》, mi rilassai.

Andai verso la porta ed aprii. La prima cosa che feci fu stringerla in un abbraccio che probabilmente le tolse il fiato, ma non ebbi il coraggio di scansarmi. Aveva rischiato tutto per me, questo era il minimo che potessi fare. Quando ci staccammo vidi che aveva le lacrime agli occhi, proprio come me, e quando una di queste le cadde la asciugai con il pollice.

Entrò dentro casa sua, chiusi la porta alle sue spalle e le dissi che ero rimasto tutto il tempo lì.
Sperando che lei arrivasse.

Non sapevo niente di Mary da quando era entrata a dirci una sfilza di cose già fatte. Ero preoccupato anche per lei.
A quanto pare, Mary ci teneva a me. Davvero. Si preoccupava che stessi bene, che non mi annoiarsi, che fossi al sicuro; volevo bene a quella donna più di quanto volessi ammettere.
A casa mia, c'era amore e preoccupazione verso i figli, ma fino ad un certo punto: mio padre era in continua lotta con mia madre per l'erede al trono – che dovevo essere io; mia madre si preoccupava di tenere lontana da me e da sé stessa Carmen e quest'ultima si impegnava ad essere la graziosa figlia dei reali.

In realtà, una volta, l'avevo sentita piangere e parlare con qualcuno. Solo dopo capii che stesse parlando con sua madre: erano al telefono, che lei aveva rubato chissà dove, e stavano conversando.
Sentii i singhiozzi fin da fuori la porta e la sua voce rotta dal pianto. Chiedeva se potesse venire a prenderla e portarla con sé. Le raccontava quel che succedeva qui e ogni volta si fermava per piangere.

Nominò anche me.

Disse che le apparivano come un ragazzo simpatico e un buon fratello, ma non voleva parlarmi. O meglio: secondo lei, ero io a tenerla a distanza. Diceva che avrebbe solo voluto avere suo fratello accanto o qualcuno con cui parlare e aprirsi liberamente.
Piangeva come una disperata.

Rimasi dietro la porta socchiusa della sua camera finché non si addormentò, per poi sgattaiolare all'interno della sua stanza. Quel giorno, presi un foglietto di carta e scrissi un messaggio per lei.

Cara sorellona,
ti voglio bene. Vorrei passare del tempo con te.

-Jack

Ma non ero soddisfatto.
Non volevo dire “Cara sorellona”. Mi avrebbe scoperto e volevo che quel messaggio la facesse solo sorridere. Non volevo incitarla a rivolgermi la parola.

Cara Carmen,
ti voglio bene. Vorrei passare del tempo con te.

-C

Mi firmai con la terza lettera del mio nome e le lasciai il biglietto, schioccandole infine un bacio sulla guancia. Uscii dalla sua stanza e feci finta di nulla, tornando nella mia.

I miei ricordi furono interrotti dalla porta.
Qualcuno aveva appena bussato.

Rebecca mi fece cenno di prepararmi e afferrò un bicchiere. Afferrò la maniglia della porta ed aprì di scatto, lanciando il vetro davanti a sé.

《Ma ringrazia che non mi ha preso!》quella voce l'avrei riconosciuta ovunque.

Mary.

Royal friendLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora