✔︎ 16. Buco nello stomaco

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Presi a correre. Sfrecciai tra i corridoi in cerca dell'uscita, mentre le luci sfarfallavano e il pavimento tremava sotto ai miei piedi. Era come se l'edificio stesse per crollare, e questo mi intimò a correre ancora più velocemente.

Era incredibile come avessi passato la mia vita a correre e non sembravo mai raggiungere la linea d'arrivo. Ogni qual volta pensavo che la gara fosse conclusa, la vita mi poneva di fronte un evento che mi portava nuovamente in ultima posizione.

Ma in quel momento, sfrecciando tra le mura che crollavano, mi sentivo nuovamente in testa. Gli avversari lontani anni luce e la linea d'arrivo più vicina che mai.

Ogni momento della mia vita mi aveva condotto a questo preciso momento: il labirinto, la zona bruciata, la WCKD, Janson e Teresa. Tutto era stato scritto affinché arrivassi a questo momento; il momento del riscatto. Il momento di correre più velocemente di tutti gli altri, per afferrare la felicità e la libertà che tanto avevo bramato e che pensavo di meritare più di chiunque altro.
Ero assolutamente certa che da un'esperienza del genere ne sarei potuta uscire solo rafforzata, più consapevole delle mie capacità e più in grado di captare la vera essenza della realtà.

E mentre il pavimento continuava a crollare alle mie spalle e il soffitto si crepava sulla mia testa, io pensavo solo a correre verso la mia libertà, senza nessuna paura di cadere nel vuoto.
Dritto davanti a me, c'era la porta d'uscita che dava sul tetto, dove mi stavano aspettando. Era talmente vicina da sembrare un miraggio, eppure era lì.
Oltre a quella porta, vi era la mia libertà.
E solo allora mi sovvenne, quel pomeriggio in cui – dopo qualche mese di permanenza nel labirinto – mi confrontai con Newt sul giorno in cui avrei riacquistato la mia libertà. E me la ero immaginata proprio così...

"Vedo che hai perso il tuo entusiasmo," sospirò con la pala tra le mani, "Te lo avevo detto che questo posto uccide ogni speranza."

Scossi la testa, osservando il piccolo fiore bianco tra le mie mani, "Non ho affatto perso la speranza. Sono consapevole che troveremo una via d'uscita, prima o poi."

Newt fece schioccare la lingua tra i denti e una piccola risata lasciò le sue labbra, "Cosa ti rende così sicura?"

Sollevai le spalle, piantando lo sguardo nel suo, "L'istinto."

"Spiegati meglio."

"Ho questa sensazione nella pancia. La sensazione che la vita ha più da offrirmi di stufato di patate, mura coperte di edera e mostri che tentano di uccidermi."

Newt, interessato, fece cadere la pala e si sedette di fianco a me, "Che cosa pensi abbia da offrirti?"

"Una porta," risposi in un sussurro, "Una porta che aspetti di essere aperta solo da me. Solida e resistente che, anche quando tutto le crolla attorno, rimane ad aspettarmi."

"Cosa c'è oltre alla porta?"

Sospirai, sorridendo leggermente al prato sotto ai miei piedi. Sorrisi al ragazzo al mio fianco, posando la piccola margherita dietro al suo orecchio, "La mia libertà."

Ed eccola là; la mia libertà. Una porta di emergenza che dava sul tetto di un edificio in fiamme e collassante.
Allungai la mia mano, pronta a spingere le porte, quando un violento strattone mi costrinse ad indietreggiare.

Un Janson grottesco, ricoperto di sangue e con sguardo indemoniato, mi si avvicinò lentamente, strascicando la sua gamba rotta sul pavimento. Aveva le vesti squarciate, il volto tagliato e insanguinato, gli occhi colmi di violenta rabbia.
Mi si scaraventò addosso con un urlo famelico, portandomi le mani al collo per soffocarmi. Iniziai a scalciare con forza sulle sue gambe, danneggiando la frattura della sua gamba che, con l'osso completamente fuori posto, sembrava potersi staccare da un momento all'altro.

"Brutta stronza," ringhiò famelico, "È così che mi ripaghi per averti cresciuta?"

Continuai a divincolarmi, sporgendomi sul suo collo per afferrare la carne tra i denti e strapparla con forza. L'uomo gridò al gesto, dandomi la possibilità di piazzare un calcio nel suo addome e liberarmi dalla sua presa.

Dopo un profondo respiro, indietreggiai verso la porta, osservando con occhi terrorizzati l'uomo che continuava a muoversi scattosamente. Prese a strisciare sul pavimento, trascinando con sé la sua gamba malconcia. Il sorriso malefico non lasciò mai il suo volto, "Non avrai mai la tua cura."

Janson si fece scappare una risata, "Lo ha detto anche tua sorella, prima che le tagliassi la gola."

Lo scudo di sicurezza crollò attorno a me. Mia sorella era morta per salvarmi. L'uomo non mostrava un briciolo di rimorso, ma si divertiva a torturarmi con il sorriso da psicopatico dipinto sul volto.
Indietreggiai ancora e spalancai le porte.

Il vento gelido mi colpì alla schiena e Janson iniziò a strisciare più velocemente verso di me.

Tuttavia, sapevo di essere salva dal rumore delle eliche alle mie spalle. Le urla dei miei amici si fecero sempre più vicine e, osservando il mostro di uomo sul pavimento un'ultima volta, presi a correre verso il cornicione dell'edificio.

Newt, Thomas, Gally e Minho mi aspettavano sull'orlo del mezzo volante, con le braccia protese in avanti, pronti ad afferrarmi.

Facendo qualche passo indietro, presi la rincorsa e, dopo aver saltato, afferrai le braccia dei miei amici mentre tentavano di tirarmi su.

Li aiutai, spingendo i piedi contro il portellone di metallo. Con un'ultima spinta mi sollevarono e, quando mi guardai indietro, Janson si trovava seduto sul cornicione, mentre il resto del palazzo crollava tra le fiamme.

Mi rivolse un sorriso e, prima di sprofondare con le macerie, tirò fuori la pistola.

Prima che potessi muovermi, lasciò partire il colpo e, tra le urla dei miei compagni, la mia maglia si tinse di un intenso rosso carminio.

L'uomo sprofondò insieme al palazzo, mentre io, portandomi le mani sullo stomaco bucato, caddi a terra.

𝗧𝗛𝗘 𝗖𝗥𝗔𝗡𝗞𝗦 ━ 𝖙𝖍𝖊 𝖒𝖆𝖟𝖊 𝖗𝖚𝖓𝖓𝖊𝖗La tua prossima ossessione. Scoprilo ora