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Non era sempre stato così, che io ricordi.
Iniziò tutto per la prima volta quando ero molto piccola, quando avevo quattro anni credo. Ricordo che fosse estate e che stavo giocando in salotto con Penny, la mia bambola di pezza dai capelli rossi. Di punto in bianco, mamma si sedette vicino a me e si accese una sigaretta. Mentre continuavo a giocare, a un certo punto sentii la mia spalla destra bruciare. Mi girai a guardarla con una smorfia di dolore perché non capivo cosa mi facesse così male e la vidi: mamma stava spegnendo la sua sigaretta sulla mia spalla.
- Tesoro, scusami, non sapevo in quale altro modo fermarti. Stai facendo troppo rumore, è stato necessario - mi disse con un sorriso che all'epoca mi sembrava vero. Invece..
Da la, si sono susseguite moltissime altre vicissitudini, tra le quali quella, della quale odio tantissimo parlare. Come odio il ricordare quel giorno. Spesso mi rifugiavo nella lettura per catapultarmi in luoghi dove tutto ciò che succedeva a me non esisteva e mi alleggeriva il cuore. Ma sapevo che finite quelle pagine, sarei tornata nella vita vera. Nella mia vita.

*

Mi alzai prestissimo. Non volevo che i miei genitori mi sentissero e non volevo essere corretta anche quella mattina. Mi preparai il più silenziosamente possibile, cercando nuovamente con il fondotinta di coprire tutti i nuovi lividi sul mio viso. Tentativo inutile, si sarebbero comunque visti, ma mi dava un po' di sicurezza.
Presi lo zaino coi libri, le chiavi e mi calai dalla finestra di camera mia. Lo facevo spesso per non fare rumore sulle scale.
Arrivai nel piccolo cortile e mi diressi verso la scuola.
Da lontano vidi Luna, abitava a pochi minuti da me a piedi. Anche lei mi notò e mi salutò con un gesto della mano. Si fermò ed aspettò che la raggiungessi.
Non volevo che mi guardasse in viso, però era inevitabile.
- Ciao Anna, buongiorno - mi disse rivolgendomi un sorriso.
- Ciao Luna - saluto di rimando sforzandomi di non sembrare atona, cosa che mi fu quasi impossibile.
Camminammo verso la scuola quasi in silenzio. Ricordo quando parlavo anche io; da bambina nonostante tutte le cose che i miei mi facevano ero una gran chiacchierona. Forse è per quello che volevano correggermi.. parlavo troppo, si.
Arrivammo a scuola e ci dirigemmo agli armadietti. La prima lezione della giornata era letteratura inglese, quindi posai i libri di matematica che avevo nello zaino nell'armadietto e recuperai il libro di letteratura inglese. Tenevo i miei libri con molta cura, e gli appunti riuscivo a scriverli con molta precisione. Facevo tutto questo forse per avere un po' di controllo sulla mia vita. Loro non potevano controllare anche la mia vita a scuola, e ne approfittavo. Ero felice di non subire bullismo in classe; ero capitata in un ambiente dove tutti so rispettavano e si aiutavano con la scuola o c'erano sempre per confidarsi. Cosa che purtroppo, a me, non era permesso fare. Chiusi l'armadietto e accadde tutto in fretta. Mi ritrovai per terra col libro e gli appunti sparsi sul pavimento.
- Oddio, perdonami - disse un ragazzo. Lo guardai: aveva i capelli biondo cenere e quasi ricci, occhi azzurri e indossava un paio di jeans blu scuro e una felpa con la scritta "Proud of me". Le scarpe intravidi che fossero delle converse bianche e blu.
- Ti aiuto, aspetta - mi disse, venendo verso di me e tendendomi una mano per aiutarmi a rialzarmi da terra. La strinsi titubante; non riuscivo a toccare nessuno, solo con Luna ci riuscivo. Mi rialzai e lo vidi che raccoglieva tutti i miei appunti e il mio libro.
- Perdonami.. sono nuovo e non conosco la scuola, stavo guardando altrove e mi sono distratto.. spero sia tutto a posto - disse con un tono dispiaciuto. Il suono della sua voce era bellissimo, aveva un effetto quasi calmante, rassicurante. Mi accorsi di essermi incantata a guardarlo solo quando mi rispose il libro tra le mani.
- Sono Austen Miller, piacere - mi disse porgendomi la mano. Esitai, ma non potevo fare la maleducata per una mia paura. Si stringe sempre la mano alle persone quando ci si presenta Anna, non dimenticarlo.
- Anna.. Anna White - risposi ricambiando la stretta di mano. La sua strinse la mia delicatamente, le dita affusolate ma all'apparenza molto forti. Mi sorrise.
- Vado a cercare l'ufficio del preside. Mi sento in debito per questo incidente, appena ti rivedrò nei corridoi prometto che troverò il modo di farmi perdonare - mi disse con un tono gentile e accennando un sorriso. Mi viene spontaneo rivolgergli un piccolo sorriso, sempre senza alzare troppo il volto. Annuisco, ci salutiamo e sparisce nel corridoio tra gli studenti.

Ciò che gli occhi non vedonoLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora