Si erano fatte circa le 5:30 p.m. .
Avevamo finito di giocare con Whisky, che successivamente aveva deciso di coricarsi nella sua cuccia sotto al portico e fare un riposino.
Rientrammo in casa.
Trovammo Ariel in salotto intenta a passare l'aspirapolvere.
Si accorse di noi e la spense.
- Ciao ragazzi - ci salutò. Salutammo anche noi.
- Anna, Thomas ti aspetta di sopra. Devi salire la scale e prendere l'ultima porta a sinistra verso la fine del corridoio - mi spiegò con un lieve sorriso. Annuii e lasciai Austen con lei in salotto.
Salii le scale e mi diressi dove Ariel mi aveva indicato.
La porta si trovava vicino a quella con il fiocco rosa. Prima di bussare, decisi di leggere cosa ci fosse scritto su quella nuvoletta rosa: "Benvenuta alla nostra principessa". Constatai che fosse stata cucita a mano; e mi venne di nuovo il dubbio: come mai in casa non c'era nessun altro oltre a loro?
Distolsi lo sguardo e ritornai alla porta che mi aveva indicato Ariel. Bussai due volte delicatamente.
- Avanti - disse Milligan.
Aprii la porta e per poco non spalancai la bocca dalla sorpresa. La stanza era tappezzata di quadri bellissimi alle pareti, molti si poteva capire che invece fossero quadri autentici di artisti molto famosi. Vi erano due cavalletti posizionati davanti alla finestra, uno di grandezza normale e l'altro molto più piccolo, probabilmente era per un bambino.
Sul cavalletto più grande scorsi una tela coperta da un lenzuolo bianco, e vi era una scrivania al centro della sanza dove trovai il professore che sistemava alcuni quadri. Là vicino vi erano moltissime tavolozze nuove di colori e anche alcune abbastanza utilizzate.
- Oh, Anna, entra prego - mi disse accorgendosi che mi fossi fermata dallo stupore a guardare la stanza. Avanzai timidamente e la mia attenzione venne catturata da una fotografia appesa alla parete: c'era il professore che avrà avuto pressochè la mia età insieme a due signori dei quali uno gli stringeva la mano. Subito sotto di essa vi era appeso un attestato: era arrivato al primo posto di una competizione di pittura per giovani con un quadro da lui chiamato: "Vita. Un sole che sorge e tramonta". Notai dalla foto che avevamo dei tratti simili, specialmente nel modo di sorridere. Magari me lo stavo immaginando..
- Si, quello ero io alla tua età - disse avvicinandosi a me.
- L'arte mi è sempre stata di conforto in molte occasioni ed è stata anche una valvola di sfogo per me - confessò dirigendosi poi nuovamente verso la scrivania. Mi fece cenno di avvicinarmi e così feci.
Vi erano poggiati tre quadri: in uno era raffigurato un tramonto tra le colline; nel secondo c'era il ritratto di una città italiana, Pisa, con la sua Torre; il terzo quadro invece raffigurava una luna piena che si specchiava nel mare illuminando la costa sottostante.
- Sono.. sono bellissimi - dissi affascinata. Ed era vero: sapeva dipingere veramente bene e tutti quei colori e quei disegni erano stati posati sulla tela a regola in modo perfetto.
- Ti ringrazio - sorrise. Si avvicinò a me.
- I primi due li ho dipinti molto tardi, diciamo. Avevo venticinque anni quando li dipinsi. La luna invece.. la dipinsi a diciannove anni dopo che avevo creduto di aver toccato il fondo - disse. Abbassò lo sguardo.
- Scusami - disse.
- Non deve scusarsi - dissi io con tono calmo per rassicurarlo. Mi guardò negli occhi e vidi che stava studiando il mio viso. Non lo aveva mai fatto.
Distolse successivamente lo sguardo.
- Ti mostro un'altra cosa - disse e aprì uno dei cassetti della sua scrivania.
Aveva una foto tra le mani. Me la passò; era lui con un piccolo sorriso insieme ad altre due persone: un ragazzo più alto di lui e una ragazza leggermente più piccola del professore. Si somigliavano tutti e tre. Dietro di loro vi era un altro quadro, che però non riuscii a individuare nella stanza. Credo fosse l'unico a mancare.
- Loro due sono mio fratello George e mia sorella.. Anna - disse leggermente malinconico pronunciando quell'ultimo nome.
Si chiamava come me..
- Eravamo ad uno dei concorsi ai quali partecipai quando avevo più o meno la tua età - spiegò.
- Qui ero arrivato terzo, ma per loro era come se avessi vinto il primo posto.. è stata Anna a farmi incontrare mia moglie - disse sfiorando leggermente l'immagine della sorella nella foto.
- Deve essere molto affezionato ai suoi fratelli - dico. Lui annuì.
- Posso.. posso sapere come vi siete incontrati lei e sua moglie? - chiedo cercando di non sembrare inopportuna. Si accorge di questa mia insicurezza nella voce e mi rivolge un piccolo sorriso. Si sedette sulla sedia della scrivania e mi fece cenno di sedermi vicino alla pila di fogli poggiata su quest'ultima.
- Beh.. Anna e Ariel erano migliori amiche da sempre. Mia sorella era più piccola di me di due anni e Anna era nata esattamente un mese prima di lei, nel mese di febbraio. Confesso che avevo provato simpatia per lei da quando da bambini ci conoscemmo; crescendo quel sentimento mutò e mi resi conto di essermi innamorato di lei. Io però ero il suo opposto: ero molto timido, chiuso, stavo sempre in casa a leggere, studiare, suonare il mio pianoforte e dipingere - iniziò a dire.
- Ariel.. era la vita in persona. Riusciva ad essere bravissima a scuola pur facendo tantissime cose tutte insieme e uscendo quasi ogni sera - disse con un sorriso.
- Anna se ne accorse di quello che provavo per la sua migliore amica, e mi disse che le aveva confidato che stava iniziando a provare qualcosa anche lei nei miei confronti. Allora, decise a nostra insaputa di organizzare una specie di appuntamento quando vennero le giostre a Glasgow, all'epoca vivevamo là -.
Glasgow?
- Ci ritrovammo io e Anna da soli. Quella sera ci divertimmo molto, riuscii anche a vincere un peluche gigante per lei al tiro a segno. Mentre la riaccompagnavo a casa, provai a stringerle una mano e con mia sorpresa lo fece lei per prima. Decisi che fosse quello il momento giusto: le confessai timidamente che cosa provavo per lei da un po' e quanto fosse.. bella. Ricordo che sorrise e.. ci scambiammo il nostro primo bacio. Avevamo quattordici anni - finì, con uno sguardo innamorato e sognante. Si vede che era attaccato a quel ricordo positivo. Sorrisi.
- Come mai.. ha parlato al passato riguardo a sua sorella? - chiesi.
Si irrigidì.
Anna non sai farti gli affari tuoi..
Devi correggerti anche su questo.
- È mancata cinque anni dopo.. un cancro alle ossa ce l'ha portata via - disse sbrigativo e con un tono quasi distaccato. Mi bloccai: era morta.. e avevo suscitato in lui un brutto ricordo.
- Mi dispiace, ho toccato un tasto che non dovevo.. - mi scusai
Si alzò e inaspettatamente mi abbracciò. Era un abbraccio di quelli che non avevo mai provato in vita mia.. un abbraccio paterno, di quelli che nella vita mi sono sempre mancati.
- Stai tranquilla.. non potevi saperlo - dice in un sussurro.
- Mi dispiace per sua sorella.. - dico con voce tremante, non accorgendomi che una lacrima mi stesse percorrendo la guancia. Ero dispiaciuta.. era come se potessi sentire dentro di me quel dolore che lui provava.
Mi strinse leggermente più forte.
- Ti ringrazio.. ricordati però che non hai fatto nulla di sbagliato, Anna - mi disse con tono gentile. Ci staccammo delicatamente da quell'abbraccio e asciugò la mia lacrima dalla guancia.
- Non piangere.. sei troppo giovane per avere gli occhi pieni di lacrime - mi disse accarezzandomi la guancia in modo affettuoso. Se solo avesse saputo quante volte avessi pianto...
- Scusami, non è professionale da parte di un professore fare così con una studentessa - disse leggermente imbarazzato.
- Non si preoccupi.. non sono infastidita - dico timidamente. Ci staccammo da quel tenero abbraccio e, stringendomi un braccio intorno alle spalle con delicatezza, mi accompagnò al piano di sotto.
*
Salutammo Ariel e Whisky, e Milligan ci riportò davanti alla scuola. Da lì io e Austen avremmo proseguito a piedi.
Salutammo il professore e iniziammo a camminare.
- Di cosa avete parlato tu e Milligan? - chiese curioso.
- Oh.. di quadri - risposi vaga. Era vero effettivamente, ma non potevo raccontargli di un argomento così delicato come quello di sua sorella.. che tra l'altro si chiamava come me. E poi venivano anche loro da Glasgow, città dove naqui prima di trasferirmi a Londra. Non nascondo di aver pensato a quanto strana fosse questa coincidenza, ma decisi di non campare castelli in aria. Era solo una casualità.
- Capisco.. - dice, per poi prendere a giocherellare con la bretella del suo zaino.
- Tutto bene con Ariel? Spero di non averti messo in difficoltà lasciandoti da solo.. - chiesi mortificata.
- Tranquilla, è andato tutto bene. Stranamente abbiamo parlato di fumetti DC - disse con un piccolo sorriso.
- Mi.. mi fa piacere - dissi quasi sorridendo a mia volta. Restammo in silenzio qualche minuto.
Poi Austen si fermò.
- Oh.. tutto bene? - chiesi.
Si avvicinò a me lentamente e mi strinse le mie mani nelle sue.
- Anna.. sei sicura che sia tutto okay? - chiese.
Oh, no..
- Sai, è da stamattina che.. insomma, vedendoti piangere così mi sono molto preoccupato - disse quasi imbarazzato.
- È tutto a posto, Austen.. te lo giuro - dissi dolcemente per tranquillizzarlo.
- Se.. se dovesse accaderti qualcosa o se volessi anche solo parlare, ricordati che hai il mio numero - disse con il tono leggermente più serio.
Si stava preoccupando per me..
Annuii.
Staccò dolcemente le sue mani dalle mie, e mi abbracciò in modo delicato, come stamattina. Non mi sottrai al suo tocco.. stranamente mi trasmetteva tranquillità.
Rimanemmo così per un po'. Volevo sentire quel profumo e imprimerlo nella mia memoria. Ci staccammo piano e mi accarezzò il punto del viso dove ricordo avesse notato il grosso livido che avevo.
- Scusa.. - mi disse.
- Cosa avresti fatto di male..? - chiesi.
Sospira e si avvicina cautamente al mio orecchio.
- Non voglio farti sentire a disagio.. e so che ci conosciamo da poco ma sento davvero qualcosa per te, e sento il bisogno di sentirti al sicuro - confessò sussurrandomelo all'orecchio.
- Non.. non lo stai facendo, davvero.. apprezzo quello che fai per me, come questi piccoli gesti - gli risposi. Finimmo in un altro piccolo abbraccio e arrivammo nel punto dove ci salutammo il giorno prima.
- Allora.. ti saluto qui - mi disse.
Annuii.
- Per il motorino come farai? - chiesi con un piccolo sorriso divertito.
- Me lo ha riportato a casa mio padre, fortunatamente lo hanno aggiustato. Avevo avuto dei problemi con il motore - spiegò con una piccola risata. Risi leggermente a mia volta.
- Grazie di esserci stato oggi.. - gli dissi con un piccolo sorriso.
- Di nulla. Sono stato bene. Spero che anche alle giostre e per i prossimi pomeriggi possa essere sempre così - disse sorridendo.
- Così come..? - chiesi.
- Così.. bello - rispose semplicemente. Arrossimmo entrambi.
Si avvicinò a me.
- Ci vediamo domani - disse, dandomi un piccolo bacio sulla fronte. Dei brividi mi percorsero il corpo e arrossii il doppio. Notò la mia reazione e fece un sorriso divertito.
- A domani - gli risposi, stupendomi poi di me: gli direi un bacio delicato sulla guancia. Si portò una mano su quel punto e fece un timido sorriso.
Subito dopo, ci salutammo con un gesto della mano e mi avvisi verso la porta di casa mia. Con la coda dell'occhio vidi Austen allontanarsi e tornare indietro.
Quando aprii la porta però, non so esattamente cosa accadde dalla velocità nella quale successe il tutto.
Entrai, mi chiusi la porta alle spalle, e iniziai a camminare verso le scale.
Sentii una forte botta sulla mia nuca e un suono metallico.
Subito dopo, attorno a me ci fu solo il buio.
STAI LEGGENDO
Ciò che gli occhi non vedono
Fiksi RemajaLondra, 2017. Anna ha 17 anni e nella sua vita ne ha passate veramente tante. Proveniente da una famiglia dove suo padre e sua madre infliggono violenze su di lei ogni volta che ne hanno la minima possibilità, inizia a sviluppare una corazza che la...
