GIOVEDÌ, GIORNO 13
Il cielo è ancora cupo, l'oscurità della sera è calata prima del solito.
Giulio, come sempre, ha fatto tardi sul lavoro. Ha appena terminato di allestire uno stand per una fiera, a chilometri di distanza. Desideroso di riposo, sta guidando il furgone in direzione casa, quando il cellulare inizia a squillare e non la smette più.
Il ragazzo getta un'occhiata al sedile passeggero. Era convinto di aver posato lì il telefono, eppure non ce n'è traccia. Deve essere caduto da qualche parte tra il tappetino e la portiera.
Però è buio, c'è traffico, e dopo aver tastato a casaccio sporgendosi verso destra, Giulio si convince che sia più prudente aspettare di poter accostare, prima di proseguire la ricerca, invece che rischiare di schiantarsi. Chiunque sia quel pazzo che insiste a chiamarlo a ripetizione, dovrà aspettare.
Ma far aspettare Cecilia non è mai una buona idea.
Così, quando Giulio finalmente arriva a casa, recupera il telefono e risponde alla sua ventesima chiamata, prima di riuscire a capirci qualcosa deve aspettare che lei finisca di urlargli contro la lista di insulti che ha accumulato durante l'attesa.
Cecilia esplode parole a raffica. La storia che gli racconta sembra così surreale che, dopo averla sentita, Giulio se la fa ripetere da capo, e poi la ripete lui stesso, per essere sicuro di aver capito bene.
Ne seguono una crisi isterica in lei e uno shock di rabbia in lui.
Sembra impossibile, per quei due, riuscire a restare sulla stessa lunghezza d'onda. Eppure, incredibile a dirsi, per una volta il ragazzo pensa che Cecilia, chiamandolo, abbia fatto l'unica cosa giusta possibile.
Giulio chiude la chiamata e senza concedersi il tempo di un respiro, di un boccone o di levarsi di dosso la tuta da lavoro impolverata, rimonta sul furgone e si precipita all'indirizzo che gli ha dato Cecilia.
Raggiunge le coordinate che gli ha fornito la futura sposa, smonta dal furgone, si guarda intorno e solo a quel punto realizza che la sua meta è un wine bar.
Giulio si blocca di fronte all'ingresso e per un istante il tempo si ferma.
'Non è vero. Non può essere vero', pensa. La sorte non può avergli giocato un tiro così mancino. Dev'essere per forza una burla di Cecilia che vuole vendicarsi dei suoi fallimenti.
Giulio è turbato. Respira a fatica, non si decide a muoversi. Si aggrappa all'ultimo briciolo di incredulità che gli resta, se lo tiene stretto addosso augurandosi che le parole di Cecilia gli siano suonate così paradossali perché, in effetti, una cosa del genere non potrebbe mai accadere.
Non che abbia molta scelta, tuttavia: se vuole levarsi di dosso il peso del dubbio c'è solo una cosa da fare, ed è entrare in quel locale.
Il tempo che impiega a spingere la porta e farsi avanti si dilata; a Giulio, quelli, sembrano i secondi più lenti che abbia mai vissuto.
Eppure eccolo, è dentro al bar, adesso. E gli è sufficiente un'occhiata, una soltanto, per vedere andare in frantumi anche la propria ultima, flebile speranza, perché la scena che gli si para davanti agli occhi non lascia più spazio all'incertezza.
Lontano dalla maggior parte degli avventori, in un angolo modestamente illuminato da una lampada da tavolo, davanti a due calici e una bottiglia di champagne, siedono vicini – troppo vicini – Ginni e Nuccio.
Ginni ammicca a Nuccio, ride. Ride e civetta come la più insipida delle sciacquette. Accavalla le gambe e sotto il sottile velo dei collant la gonna corta – troppo corta – mostra al palestrato, senza ritegno, il profilo della sua coscia.
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Tutta colpa dello sposo
RomanceCommedia romantica. Ingredienti: due promessi sposi molto naïf, un matrimonio in pericolo, protagonisti imbranati (ma con un cuore grande così), qualche cattivo grosso e stupido, sogni nel cassetto e romanticismo a volontà. Amalgamate il tutto, ag...
