Abel era stato il primo ragazzo di Edith. Il primo... e l'unico.
L'aveva conosciuto perché era il fratello di una sua compagna di classe da cui andava spesso a fare i compiti. L'aveva incrociato solo un paio di volte: quando doveva chiedere qualcosa alla sorella, oppure quando lei entrava e lo trovava intento a sgranocchiare qualcosa. Insomma, per lei era poco più di un nome.
Un pomeriggio, però, Edith andò in bagno sovrappensiero, dimenticandosi di chiudere a chiave la porta. Mentre si stava lavando le mani, sentì la porta aprirsi alle sue spalle e le scappò un: «Nemmeno in bagno mi lasci sola, Chloe?» rivolto a quella che pensava essere sua amica. «Non vedo perché dovrei, visto che non sono Chloe» le arrivò in risposta. Quando si accorse di quello che era appena successo andò nel panico più totale. Girò la testa per rivolgere lo sguardo alla porta, dove Abel la stava guardando con un nascente sorriso sull'angolo delle sue labbra. «Io... cioè... io... scusa» mormorò Edith.
«Scusa di cosa?» ribatté lui.
Lei esitò per qualche secondo e lui si avvicinò a lei, sussurrandole: «Vedi, non c'è niente per cui scusarsi» e se ne andò, dandole le spalle.
Quell'incontro apparentemente banale aveva lasciato qualcosa nel cuore di entrambi, che, non soddisfatti dai pochi momenti in cui riuscivano ad incrociarsi in quei pomeriggi, ad un certo punto iniziarono a uscire. Edith si sentiva talmente bene con lui che non esitò ad accettare quando, circa un mese dopo, lui le chiese se volesse essere la sua ragazza.
Era un ragazzo per bene: i genitori, la sorella e perfino il fratello maggiore Lawrence lo adoravano. La loro storia durò un anno ed Edith diede in mano a quel ragazzo tutta sé stessa. Finché un pomeriggio, seduti su una panchina tenendosi per mano, lui la guardò e le disse: «Edith, è stato bellissimo, tu sei bellissima, ma non credo più di riuscire ad andare avanti, quindi è meglio che la finiamo qui». Le diede un bacio sulla fronte e se ne andò, senza dare spiegazioni e, soprattutto, senza tornare più. Non un messaggio, una chiamata, uno sguardo rubato: come se non ci fosse mai stato nulla.
Edith era a pezzi. E chi aveva dovuto rompersi la schiena per raccoglierli e rimetterli insieme? Faith. E chi aveva dovuto impedire che Edith si facesse venire qualche strana idea e tornasse sotto casa sua a cantargli una serenata? Faith. E chi doveva continuare a sostenere la sorella per evitare che il suo cuore esplodesse? Sempre Faith.
Notando che Edith era pensierosa (probabilmente stava rimuginando sulla sua storia passata) Faith decise di spostare l'attenzione della sorella dicendo scherzosamente: «Potevi trovare una scusa più credibile per sgattaiolare via dal tuo ex che non si è fatto sentire per tre mesi, eh?»
Vedendo che la sorella non capiva, ancora persa nelle sue fantasie, Faith incalzò: «Una vecchia amica, vero?»
Al pronunciare di quelle parola Edith sembrò risvegliarsi, esclamando: «No, quello era vero!»
«Sì, certo, come no, come è vero che mi chiamo Kate» ribatté Faith.
«No no, sono seria. Quando siamo arrivati qui mi era sembrato di scorgere Maggie: te la ricordi, vero? È inconfondibile con quella sua chioma ramata, anche di sera, e quindi ho pensato di andare a salutarla, visto che frequenteremo lo stesso campo per le prossime tre settimane».
Faith, che non vantava di grande memoria, ma, anzi, non ne aveva affatto, scavò nei meandri più profondi della sua mente per reperire qualsiasi informazione riferita a "Maggie", vecchia amica di Edith dai capelli rossi: niente, meno di zero.
Nel frattempo, Edith continuava a spiegare i motivi che l'avevano portata a stare assente per mezz'ora e incontrare Abel: «Ci avevo visto giusto, era Maggie». Poi, rivolta alla sorella, aggiunse: «So che non ti ricordi chi è, ma fidati, esiste. Stavo dicendo? Ah, sì, l'ho salutata, abbiamo parlato del più e del meno... ah, quanto mi mancava la cara Margaret! Mentre stavo per andarmene, sono inciampata addosso a un ragazzo che mi ha rovesciato addosso il bicchiere che aveva in mano, che fortunatamente era solo acqua: acqua e ghiaccio. Avrai già capito che quel ragazzo era nientemeno che Abel, in tutto il suo splendore... volevo dire, in tutto il suo orrore. Io sul momento mi sono lasciata sfuggire un minuscolo insulto che pensavo non sentisse, invece lui l'ha sentito eccome e mi ha risposto anche: "Vedo che non sei cambiata di una virgola". Lui sa quanto ami il suo sarcasmo. Allora gli ho detto: "Vedo che neanche tu sei cambiato", evidenziando il mio disappunto. Poi mi dice tutto convinto "Io sono cambiato", ma io non gli credevo. Gli rispondo con una frase molto profonda, tipo: "Chi è capace di prendersi così facilmente gioco dei sentimenti delle persone non cambia mai". "Io sono cambiato" ha ripetuto, per poi aggiungere: "Te lo posso dimostrare". "Io non voglio niente da te, e lo sai" ho concluso e stavo per andarmene, quando lui mi ha abbracciata prendendomi da dietro e sussurrandomi: "Ti aspetterò"».
Faith rimase a bocca aperta, non riusciva a credere che la sorella potesse essere tanto coraggiosa e determinata. Si abbracciarono, sotto la luce delle stelle, mentre Faith mormorava ridendo: «Non ho la più pallida idea di chi sia Maggie».
Dall'altra parte del prato Andrew, ancora scosso dall'incontro avuto con Faith, sedeva accanto a una ragazzina esile dai soffici capelli castani che le circondavano le spalle, e continuava a ripeterle quanto fosse meravigliosa "la misteriosa ragazza dagli occhi di stelle".
«Vedo che qualcuno si è preso una cotta» lo stuzzicò la ragazza.
«Smettila, Grace!» scherzò lui, appoggiando la testa sulla spalla dell'amica, con la testa persa in mille pensieri.
STAI LEGGENDO
Intrecci di stelle
Novela JuvenilSotto il cielo stellato della prima sera al Wilson Camp, Faith e Andrew si incontrano. Da lì tutto cambia, perché questa non è solo la storia di Faith e Andrew. Infatti, da quel semplice e casuale incontro, si creerà una serie di amicizie, molte nat...
