Capitolo 43

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⚠️TW: autolesionismo⚠️

Alice's pov

Quando avevo dodici anni i miei compagni pensavano a scambiarsi le figurine, ad ascoltare la musica e a parlare di gossip.
Io a dodici anni avevo paura perfino di dire quale fosse il mio colore preferito, perché non volevo che mi prendessero in giro.

Me ne stavo sempre in disparte, ad osservarli mentre non mi consideravano affatto. Restavo ad aspettare un'amicizia che non sarebbe mai arrivata, perché nessuno pensava a me e io non facevo mai il primo passo.

Per loro ero una ragazzina esagerata che a volte esprimeva il suo malessere solo per attirare la loro attenzione.
E forse, in fondo, avevano ragione.

Volevo che mi guardassero, che mi ascoltassero. Perché ero stanca di essere sola e invisibile.

Un giorno avevo confidato a una mia compagna un segreto che non mi faceva dormire la notte, un peso che mi si era infilato nel petto e non mi faceva respirare.

Dopo l'ennesima giornata storta a scuola, avevo preso la lametta con cui mio padre si tagliava la barba e avevo provato a incidere un piccolo e innocuo taglio sul braccio, ben consapevole di quelle che sarebbero state le conseguenze.

Avevo strizzato gli occhi quando la lama era venuta a contatto con la mia pelle, poi avevo osservato il sangue colare dalla ferita senza battere ciglio.

Non sapevo neppure come mi fosse venuto in mente, ma nel frangente in cui avevo percepito la pelle bruciare, mi ero sentita stranamente più leggera. Mi ero sentita libera di quel peso, come se non mi appartenesse più.

Ricordo le mie guance rosse mentre lo raccontavo, la vergogna che cresceva a dismisura: mi ero esposta per la prima volta in tutta la mia vita, senza che ci fosse un apparente motivo.

La mia compagna mi aveva osservata in silenzio, con la bocca dischiusa e lo sguardo perso.
Poi era scoppiata a ridere.

Non ci credetti subito, mi diedi un pizzicotto per accertarmi che fosse tutto vero e che non mi stessi inventando niente.
Ma la realtà era proprio quella: avevo appena trovato il coraggio di confidare una mia debolezza e lei mi stava deridendo senza ritegno.
Era corsa a dirlo a qualche sua amica e il mio segreto si era diffuso in fretta.

Per questo, quando intravedevano sulle mie braccia qualche segno, non perdevano l'occasione di farmelo notare.
Mi sentivo stupida, umiliata.

Sì, era vero, volevo attenzioni.
Una ragazzina di dodici anni che si imbatte per la prima volta in un mostro così potente come l'autolesionismo, ha per forza bisogno di attenzioni.
Cerca aiuto, grida disperatamente, ma non la ascolta nessuno.

Così ho imparato una lezione molto importante.
Mai mostrarsi deboli: le persone possono usare queste debolezze contro di noi.

Da quel momento ho smesso di ferirmi le braccia, troppo esposte al giudizio delle altre persone. In questo modo gli altri pensavano che tutto fosse finito, che io avessi avuto un momento di egocentrismo che aveva avuto vita breve.

E così, come se niente fosse successo, ero tornata ad essere invisibile agli occhi di tutti.
Nessuno parlava più di me, si erano già dimenticati tutto.

Ma in realtà quello era solo l'inizio dell'incubo in cui sono rimasta intrappolata per anni.

E nessuno se ne accorgeva.

Le persone vedono solo quello che è sotto ai loro occhi, nessuno va oltre le apparenze.

Sono cresciuta nell'ombra, nascondendomi dalla vista di tutti, ma dentro di me sentivo costantemente di avere qualcosa di rotto e non sono mai riuscita a spiegarmi il motivo.

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