Capitolo 35

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L’aria di settembre è cambiata. 
Non è più estate. 
Non è ancora autunno. 
È quel limbo che sa di inizio. 
Di ultimi passi.

Sono all’ultimo anno. 
E ogni giorno che entro in classe, sento che qualcosa si chiude. 
Ma anche che qualcosa si apre.

I professori parlano di maturità, di esami, di scelte. 
Di università. 
Di futuro.

Io ascolto. 
Ma dentro di me, il futuro ha già preso forma. 
Non è un sogno vago. 
È una direzione chiara: voglio insegnare.

Durante l’intervallo, sono seduta con Sammy e due compagne. 
Si parla di test d’ingresso, di facoltà, di città.

«Io voglio andare a Milano» dice una. 
«Design. Moda. Creatività.»

«Io a Roma» dice l’altra. 
«Psicologia. Mi affascina la mente.»

Sammy mi guarda. 
«E tu, Miry? 
Hai deciso?»

Annuisco.

«Voglio diventare insegnante. 
Lettere, indirizzo didattico. 
O scienze della formazione.»

Le ragazze si zittiscono. 
Poi una sorride.

«Ti ci vedo. 
Hai sempre avuto quella calma… da prof.»

«Non so se è calma. 
Ma so che voglio stare in aula. 
Voglio ascoltare. 
Voglio aiutare. 
Voglio esserci.»

Sammy mi dà una pacca sulla spalla.

«Allora preparati. 
Quest’anno sarà tosto.»

Nel pomeriggio, sono a casa di Giuseppe. 
Lui corregge compiti. 
Io studio. 
Abbiamo trovato un equilibrio. 
Professionale. 
Personale. 
Silenzioso.

«Hai pensato alla tesina?» chiede.

«Sì. 
Voglio farla sul concetto di educazione. 
Da Rousseau a oggi. 
Con un pezzo finale personale.»

«Mi sembra perfetta. 
E molto tua.»

«Voglio parlare di come l’educazione non è solo trasmissione di sapere. 
Ma relazione. 
Presenza. 
Ascolto.»

Lui sorride. 
«Sei già a metà strada. 
Ti manca solo la cattedra.»

A scuola, la professoressa di lettere mi propone di aiutare in un progetto di tutoraggio. 
«Alcuni ragazzi di terza hanno difficoltà. 
Cerchiamo studenti dell’ultimo anno che possano affiancarli. 
Ti va?»

«Sì. 
Molto.»

Il primo incontro è strano. 
Mi trovo davanti a un ragazzo timido, insicuro, che non riesce a scrivere una frase senza bloccarsi.

«Non ti preoccupare» gli dico. 
«Non siamo qui per giudicare. 
Siamo qui per capire.»

E piano piano… lui si apre. 
Scrive. 
Parla. 
Sorride.

Quando finiamo, mi guarda.

«Grazie. 
Mi hai fatto sentire… capace.»

Esco dall’aula con il cuore pieno. 
Non ho fatto molto. 
Ma ho fatto abbastanza.

Un passo dal cieloLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora