33 - Dolce convivenza

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Fu bellissimo svegliarmi al mattino accanto al mio angelo. Eravamo ancora l'uno tra le braccia dell'altra e la sua stretta calda mi faceva sentire così bene che avrei voluto rimanere in quel modo per tutta la mattina.

Purtroppo, però, Abel non fu del mio stesso parere. Si alzò poco dopo il suono della sveglia, con un sorriso stupendo nonostante il sonno.

«Dai, pigrona, scendi dal letto».

«Non mi va» mi lagnai contrariata, riavvolgendomi nelle coperte ancora calde.

Abel intanto raggiunse la mia scrivania per recuperare dalla sedia la sua maglia, che doveva aver tolto per abitudine durante la notte. Sentivo freddo al solo vederlo scoperto a quell'ora della mattina, ma mi sentii anche diventare il viso caldo, imbarazzata nel vederlo per la prima volta a petto nudo, neanche fossi una tredicenne. Aveva sui pettorali una leggera peluria che contrastava con il viso privo di barba, mentre il fisico asciutto faceva risaltare i muscoli dell'addome, che esercitava continuamente nel volo.

Senza nemmeno rendermene conto, mi trovai a pensare che il mio ragazzo era anche più attraente di quanto avessi immaginato... Per fortuna la penombra celò il mio rossore e lui non sospettò nulla, troppo innocente per qualcosa come l'attrazione fisica umana. Indossò la maglia e tornò accanto a me, seduto al bordo del mio letto.

«Così farai tardi a scuola» insisté, facendomi tornare con i piedi a terra.

«Cosa? Non ho intenzione di andarci!». Come avrei potuto concentrarmi sulle lezioni in un momento come quello, a metà tra il bisogno morboso di averlo accanto e l'idea del nostro tempo che volgeva al termine?

«Non ti permetterò di saltare la scuola per me» si oppose, naturalmente.

«Ma non ho nemmeno fatto i compiti, prenderò un brutto voto!».

La mia argomentazione si rivelò vincente, perché riuscii a convincerlo in poco tempo, ottenendo, così, di passare un'intera giornata accanto a lui.

Non appena Abel si arrese, mi tolsi di dosso la coperta e mi appoggiai a lui piena di entusiasmo. Il mio angelo mi abbracciò con delicatezza e io sentii che avrei potuto rimanere così per sempre, tra le sue braccia, mentre il mondo intorno a noi era chiuso fuori. Mi sembrava incredibile che per tutti quei mesi Abel fosse sempre stato accanto a me e io non mi fossi mai accorta di quanto potevo essere felice con lui. Ogni piccola cosa, adesso, sembrava diventare un'esperienza bellissima.

Andammo a fare colazione e poi trascorremmo l'intera mattinata sdraiati sull'erba insieme, a godere del sole primaverile. Per fortuna l'erba era diventata abbastanza alta, per cui, se anche fosse passato qualcuno, non si sarebbe accorto della mia apparente posizione a mezz'aria; potevamo goderci la vicinanza l'uno dell'altro in santa pace.

La sua sintonia con la natura era innegabile, tanto che stare sul prato a riposarci e abbracciarci mi sembrava la cosa più naturale del mondo. Avrei tanto voluto fargli sentire quanto quel semplice contatto mi rendesse felice...

Rientrammo in casa poco prima di pranzo, ma appena varcata la soglia scoprii che sarebbe stato meglio restare fuori: sul pavimento del salone c'era lo zaino di scuola ancora come lo avevo lasciato il giorno prima, e Abel lo notò prima ancora di me.

Sapevo già cosa stava per dirmi.

«Sarah, non puoi permetterti di non studiare nemmeno oggi».

«Adesso non riuscirei a concentrarmi!» mi intestardii.

«Non mi interessa. Non so per quanto rimarrò, ma se per tutto questo tempo continuerai a non studiare finirai col restare indietro, e non voglio che quando rimarrai sola tu debba occuparti anche di questo».

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