8(Parte II/II)

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Kotori aveva atteso tutta la notte che Kosaki ritornasse, dopo aver congedato Shin nella maniera più dolce possibile. Dopo ciò che era successo con Eiko, bruschi ricordi erano tornati a farle visita e non era riuscita a scacciarli. Non voleva far vedere a quel ragazzino quanto stesse soffrendo, quanto le lacrime le stessero bruciando gli occhi, facendosi così sfoggio del suo dolore.

Nemmeno gli origami che giacevano al suolo le avevano riportato la calma e, adesso, la ragazza stava immersa in un mare di carta dalle forme più disparate, con gli occhi colmi di lacrime e memorie assai dolorose che non accennavano a sbiadire.

Kotori pensò di impazzire, finché una singola voce non la riportò ad aprire gli occhi e a sollevarsi dal pavimento. Una voce maschile, proveniente dal giardino, intenta a recitare un tanka che non aveva mai letto. Il che era strano, visto il suo amore per i componimenti.

"Sebbene così fragile e così breve l'amore, ha sangue troppo giovane questa ragazza, per bruciare poesie di primavera."

Kotori si voltò verso la porta dischiuse e intravide della seta colorata ondeggiare oltre la fessura lasciata dalle shoji. "Chi c'è?" domandò quindi, cercando di mascherare la sua voce rotta dal pianto.

"La fragile ragazza ha finito di piangere la sua solitudine?" Kotori si mise in piedi, stranita, e fece scorrere le ante verso l'interno, riconoscendo così la figura del giovane che aveva accompagnato sua nonna al palazzo.

Lui teneva la schiena appoggiata allo stipite delle ante, i lunghi capelli ricadevano sino alla fascia rossa che gli stringeva i fianchi. Le labbra erano sottili, un ciuffo castano nascondeva parte della sua fronte e gli occhi presentavano due piccole borse al di sotto delle ciglia inferiori, caratteristica singolare che Kotori non aveva mai visto. Era molto più alto di lei, forse anche di Ryo e di Nobu, e il suo corpo era stretto da seta colorata che sembrava risaltare il suo incarnato pallido.

"Voi chi siete?" domandò Kotori, ascoltando fuoriuscire dalle sue labbra una risata allegra.

"Non darmi del voi, non sono un principe men che meno un Nobile, almeno per ora. Tu sei Kotori, giusto?" le chiese, tenendo le labbra incurvate in un sorriso. "Ti ricordi di me?"

La ragazza sorrise, imbarazzata. "Mi pare d'aver sentito Obaa-sama chiamarti... Sora?"

"Hai buona memoria, mi chiamo Sora e sono il nipote adottivo di Moe-sama."

"E cosa ti porta qui? Vuoi entrare? Fa freddo fuori..." provò a invitarlo Kotori, ma le bastò lanciare uno sguardo alla sala da pranzo per capire che non avrebbe potuto accoglierlo in quell'oceano di carta. "Beh... sempre se non ti disturbano i miei origami."

Sora sorrise di nuovo e la guardò, senza tenerezza o compassione, era semplicemente divertito da tutta quella faccenda. "No, sono venuto qui per una breve visita e per portarti un messaggio da parte di Obaa-sama. Vorrebbe parlarti, domani pomeriggio, ti piacerebbe incontrarla?"

Kotori annuì, non avrebbe comunque avuto nulla da fare se non allenarsi o annoiarsi tutta la giornata. Quella casa si era svuotata e aveva paura di venire inghiottita dalle pareti. "Certo, mi piacerebbe molto incontrarla..." asserì, anche se avvertì un brutto presentimento toccarle le spalle com'era solita a fare sua madre quando aveva da redarguirla.

Sora scese le scale della veranda, con le mani dietro la schiena e un piccolo fermaglio dorato posto a tenergli legate due ciocche dietro la nuca. "Allora farò preparare il tutto, Moe-sama sarà contenta di poter passare del tempo con te. Verrò a prenderti io stesso, tu fatti solo trovare pronta."

"Ma certo. Oyasumi, Sora-san!" lo salutò sulla porta, osservandolo andare via a passo felpato.

Le aveva fatto una buona impressione, non era la persona cattiva che aveva temuto che fosse.

𝐋𝐀𝐌𝐄 𝐃𝐈 𝐒𝐀𝐍𝐆𝐔𝐄 - 𝑅𝑖𝑠𝑣𝑒𝑔𝑙𝑖𝑜Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora