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"Non si può essere infelice quando si ha questo: l'odore del mare, la sabbia sotto le dita, l'aria, il vento

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"Non si può essere infelice quando si ha questo: l'odore del mare, la sabbia sotto le dita, l'aria, il vento."
Irène Némirovsky


Quando i primi raggi del sole invasero la cabina della barca, sentii il sonno scivolare via nonostante i miei sforzi per trattenerlo. Harry dormiva accanto a me, il suo petto si alzava e abbassava in un ritmo regolare e tranquillo. Il suo braccio tatuato mi cingeva la vita con una forza che sembrava quasi voler trattenere un sogno prezioso. Come se temesse che potessi svanire. Non avevo alcuna intenzione di farlo, ma quel gesto silenzioso mi fece sorridere.

I suoi lineamenti rilassati avevano una calma che raramente gli vedevo. Mi ritrovai a studiarlo: le ciglia lunghe, la mandibola scolpita, il piccolo neo all'angolo delle sue labbra perfettamente disegnate. Mi chiesi se fosse davvero possibile essere così belli da sembrare irreali.

Con un pizzico di audacia, lasciai che le dita seguissero il profilo dei suoi tatuaggi. Le rondini sotto le clavicole, l'ancora sull'avambraccio, la falena che sembrava respirare con il suo petto. Ogni dettaglio raccontava qualcosa di lui, una storia che volevo imparare a conoscere. Il suo corpo era un'opera d'arte vivente, e io non potevo fare a meno di contemplarlo.

Sorrisi quando fece una leggera smorfia, probabilmente per il solletico che gli stavo involontariamente provocando. Non volevo svegliarlo, ma il mio stomaco brontolava, e avevo un bisogno impellente di andare al bagno. Cercai quindi di liberarmi delicatamente dal suo abbraccio, ma il suo braccio non ne voleva sapere di allentare la presa.

«Harry...» sussurrai contro il suo collo, cercando di non svegliarlo del tutto. «Devo andare al bagno, lasciami alzare.»

Lui mugugnò qualcosa di incomprensibile, facendomi ridacchiare. Forse, anche nel sonno, aveva compreso il mio messaggio, perché il peso del suo braccio si alleggerì appena, permettendomi di scivolare via. Prima di alzarmi del tutto, gli lasciai un bacio sulla guancia, un gesto spontaneo che mi scaldò il cuore.

Mi misi in piedi e mi voltai a guardarlo. Sembrava perfetto, ancora addormentato e avvolto dalle lenzuola. Mi chiesi, per l'ennesima volta, come fosse possibile che qualcuno come lui volesse condividere quel momento con me. Ma non mi soffermai troppo su quella domanda e mi diressi verso una piccola porticina bianca, sperando fosse il bagno. Per fortuna, non mi sbagliai.

Quando tornai nella cabina, però, lui non c'era più. Mi guardai intorno, confusa, finché la sua voce non mi fece trasalire.

«Cosa vuoi bere per colazione? Caffè o tè?»

La sua voce roca e il tono deciso riempirono la stanza, e io dovetti posare una mano sul petto per calmare il battito accelerato.

«Caffè?» risposi ancora un po' stordita.

«Allora dovremmo andare sulla terraferma» disse con una leggera nota di delusione. «È finito.» Lo guardai mentre i suoi occhi smeraldo si abbassavano, la linea delle sopracciglia si rilassava e si mordeva il labbro inferiore. Mi si strinse il cuore al pensiero di quanto fosse dolce anche nei piccoli momenti come quello.

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