{la copertina è stata realizzata dalla fantastica @Ida_A_Johnson}
Adrianne ha ventitré anni e vive a Galway dalla nascita, è una figlia e una sorella amorevole e dedita al lavoro. Non ha mai creduto né all'amore, né al principe azzurro, ma forse un...
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"Quindi, prima di andartene, c'è qualcosa che avrei potuto dire per farti cambiare idea?" Lewis Capaldi
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Odiavo i lunedì con tutto il cuore, ma quel lunedì in particolare sembrava deciso a distruggermi. Se avessi potuto, avrei cancellato quel giorno dal calendario, evitato la sveglia, ignorato il mondo. Ma la realtà era che dovevo alzarmi, dovevo andare alla Styles Press, e l'idea di mettere piede in quell'edificio mi paralizzava.
Ogni gesto quella mattina era stato una battaglia: scostare le coperte, mettere i piedi sul pavimento freddo, vestirmi con qualcosa che mi facesse sembrare persino lontanamente professionale. Ogni passo verso l'ufficio era un tormento. Come avrei fatto a salutare Elizabeth e Harriet con un sorriso, come se niente fosse successo? Come avrei affrontato la sala ristoro sapendo che non avrei trovato la tazza di Harry accanto alla mia? E soprattutto, come avrei lavorato in quell'ufficio che ormai mi sembrava vuoto, senza di lui?
Quando varcai la soglia della hall, tirai un sospiro di sollievo nel non vedere Harriet al suo solito posto. Non avrei sopportato le sue domande entusiaste sul viaggio a New York, domande che fino a una settimana prima mi avrebbero fatto sorridere e arrossire, ma che ora sarebbero state insostenibili. Mentre premevo il tasto dell'ascensore, i ricordi di quei giorni a New York mi travolsero. Ero certa che Harriet avrebbe voluto sapere ogni dettaglio, compresi quelli più intimi, ma ora quei momenti mi pesavano addosso come macigni.
Sentii le lacrime salire, minacciando di sfuggire al mio controllo. Non riuscii a fermarle. Era appena passata un'ora da quando ero uscita di casa, e stavo già piangendo. Ancora. Non avevo mai smesso davvero da quando Harry aveva chiuso la porta dietro di sé per andarsene. C'erano stati brevi momenti in cui mi sembrava di non avere più nemmeno la forza di versare una lacrima, ma bastava un ricordo – un sorriso, uno sguardo, un dettaglio – per ricominciare da capo. Ogni cosa mi riportava a lui, a ciò che eravamo stati, a quello che stavamo iniziando a costruire e che ora sembrava irrimediabilmente perduto.
Quando l'ascensore si fermò al piano del mio ufficio, mi affrettai a uscire, sperando di arrivare alla mia scrivania senza incontrare nessuno. Nascondevo il viso dietro il ciuffo, pregando che Elizabeth non si accorgesse della mia presenza. Ma il destino, evidentemente, non era dalla mia parte.
«Eccoti, Adrianne! Non correre, vieni qui!» esclamò la sua voce familiare, facendomi sobbalzare.
Mi bloccai sul posto, dandole le spalle. Tentai di ricacciare indietro le lacrime, passandomi velocemente una mano sotto gli occhi, poi mi girai verso di lei.
«Ehi, scusa, ero soprappensiero» cercai di giustificarmi con un sorriso incerto.
«Adrianne, hai pianto!»
«No, è solo allergia, davvero...» risposi, ma la mia voce incrinata mi tradì immediatamente.
Elizabeth non si fece ingannare. Senza esitazione, ridusse la distanza tra noi e mi avvolse in un abbraccio caldo e rassicurante. Non disse nulla, ma nel modo in cui mi strinse sentii il coraggio che mi mancava per affrontare quella giornata.