33. Behind Blue Eyes

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La giovane dagli occhi cremisi non saprebbe quantificare il tempo passato tra le braccia di Regan, sa soltanto che, ad un certo punto, sfinita, o forse per un incantesimo di lui, si è addormentata. Addosso aveva ancora la sua divisa da combattimento, anche se non completa: a settembre, in Italia, è ancora molto caldo e, per questo, ha deciso di lasciare i pesanti manicotti sul letto, per indossarli solo quando necessario. Si era vestita in quel modo appena arrivata in camera, un po' per ingannare il tempo e, soprattutto, perché sicura che, quel pomeriggio, Sif avrebbe preteso di allenarla. Cosa vera, in effetti, ma la donna, osservando la situazione da uno spiraglio della porta, aveva deciso di lasciar perdere, nonostante non abbia mai smesso di tener d'occhio la terrestre, rimanendo nei paraggi.
È notte fonda quando Angel si sveglia di colpo, in preda a dolori allucinanti e scossa, con poco garbo, da spasmi incontrollabili dei suoi muscoli, che le fanno sfregare il braccio nudo, sul quale poggia gran parte del suo peso, e la guancia, contro qualcosa di duro, granuloso, che non pare affatto un materasso o un cuscino.
Apre gli occhi, con fatica, in quanto la sensazione che prova è quella di avere un milione di pugnali conficcati in ogni punto del corpo.
La vista è sfocata, ma, davanti a lei, le sembra di scorgere delle figure: tante, troppe.
Concentrando tutta la sua forza nelle braccia, tenta di sollevarsi sul fianco destro e, sentendo l'aria frizzante sfiorarle la pelle, inizia a sbattere le palpebre velocemente, per aiutarsi a cacciare via la polvere che le impedisce di vedere e comprendere dove diavolo possa essere finita, dato che, a questo punto, è certa non si tratti più della sua camera alla villa.
Stringendo gli occhi a due fessure, per distinguere meglio le immagini in quell'ambiente buio, le sagome davanti a lei prendono una forma più chiara e, anzi, si dimostrano essere centinaia di persone, una di fianco all'altra, così numerose e disposte in così tante file da rendere impossibile distinguerle l'una dall'altra.
Lei trattiene il fiato e, nel tentativo di indietreggiare, cade seduta all'indietro, mentre, con estrema fatica, solleva il braccio destro da terra, con l'intenzione di raggiungere la spada nel fodero sul fianco opposto, ma, quel movimento, che le costa un dolore indicibile, va a vuoto; le sue dita sferzano l'aria, sbattendo contro il corpetto di metallo e lei, subito, prende a maledirsi per non aver indossato anche la sua arma, insieme alla divisa. Per una volta, si rimangia tutte le battutine fatte a Sif sul suo rapporto morboso con la sua spada, dalla quale non si separa mai ed è pronta ad uccidere, se qualcuno osa toccargliela. Se fosse così anche lei, magari, ora non si troverebbe disarmata.
Non sapendo che fare, indietreggia ancora, fino a sbattere la testa contro qualcosa e, nel gesto involontario di voltarsi per comprendere cosa ci sia ad ostacolarla, si trova costretta a stringere i denti, per evitare un grido di dolore.
Alle sue spalle si trova un parapetto, composto da pezzi di legno incrociati tra loro e, al di là, un lago; lo stesso che si vede dalla villa.
Come diavolo ci sono finita qui?
La terrestre torna con lo sguardo davanti a sé, a quelle persone che, con disarmante calma, camminano verso di lei, coperti soltanto da vestiti stracciati e, ormai, luridi.
Sentendosi completamente in trappola, mentre il panico inizia ad avere la meglio sui suoi sensi, lei tenta in ogni modo di muovere le gambe che, però, non sembrano recepire gli ordini del suo cervello; ciò che riesce ad ottenere è solo un minuscolo scatto, non privo di conseguenze, inoltre. Infatti, una fitta tremenda dagli arti le arriva direttamente alla testa, cogliendola impreparata e costringendola a liberare un grido.
Ora è il dolore a far da padrone, superando persino ansia e terrore.
Troppo determinata per darsi già per vinta, tenta di strisciare via, ma, prima ancora di gettarsi a terra, lo sguardo le va verso la sua mano destra e, per un millesimo di secondo, teme che il suo povero cuore possa gettare la spugna, decidendo di dare le dimissioni insieme al cervello, per lasciare il campo ad una profonda crisi di panico. Le sue dita, infatti, si mostrano completamente nere e, un millimetro alla volta, questo colore innaturale continua ad espandersi sulla sua pelle.
Terrorizzata e incapace di improvvisare una via di fuga, torna a guardare quelle figure, per stimare il tempo che le rimane per farsi venire un'idea geniale, ma, sorprendentemente, tutte quelle strane persone ora sono immobili, con la testa bassa, a sibilare mugugni e versi incomprensibili.
Concentrando tutte le energie rimaste, la giovane si morde il labbro e serra con forza le palpebre per soffocare un grido, mentre, girandosi su sé stessa, afferra con entrambe le mani la staccionata. Adesso, quel colore mostruoso si è fatto strada fino ai suoi polsi e, allo stesso modo, anche la sofferenza fisica pare aumentare; ma questo non può bastare per portarla ad arrendersi. Sulle sue spalle grava il destino di tutto l'universo e lei non può morire adesso, non così.
Con tutta sé stessa, fa leva sulle braccia per riuscire ad alzarsi in piedi, ma, di nuovo, la sua fatica si dimostra vana e la ragazza non può nulla per evitare che i suoi arti cedano, riportandola esattamente al punto di partenza.
Stravolta e arrabbiata, col respiro corto e la testa in fiamme, appoggiata al parapetto, trova, da qualche parte dentro di sé, il coraggio di aprire gli occhi.
Sbarra le palpebre, il fiato si spezza e il cuore si ferma, impreparato ad una visione del genere e, soprattutto, consapevole che, ora, non esistono più vie di fuga. Davanti a lei si erge un animale maestoso, fiero, elegante.
Non le era mai capitato di vedere un leone dal vivo e, sicuramente, non avrebbe mai pensato di incontrarne uno in Italia, libero, per di più.
Aggrappata a qualche vana speranza, prova a fare mente locale, cercando di riesumare frammenti dei vari documentari intravisti quando, durante lo zapping compulsivo tra i canali TV, incappava in Discovery Channel. Al momento, vorrebbe tanto tornare indietro per soffermarsi qualche secondo in più su quei programmi, anche se, realisticamente parlando, semplici consigli probabilmente non sarebbero bastati comunque a salvarle la vita.
Forse, però, quando vedi la morte negli occhi, il cervello non lavora più in modo razionale, ma ogni scusa, anche quella più assurda, è contemplata. Infatti, lei, decisa a giocare ogni carta a sua disposizione, unendo tutte le informazioni che ha sentito, visto o anche letto su qualche libro, ricorda che le raccomandazioni ripetute più spesso sono di non dover mai guardare un predatore negli occhi, perché significherebbe sfidarlo, non fare movimenti troppo veloci e mantenere la calma, perché certi animali fiutano la paura.
Non che sia troppo semplice non essere terrorizzati davanti a un felino grosso dieci volte lei, che, con tutta probabilità, sta solo aspettando il momento giusto per sbranarla.
Allo stesso tempo, però, una sorta di istinto, di desiderio viscerale, la porta a guardare quel magnifico esemplare, con la sensazione che lui, in qualche modo, la stia attirando a sé. Effettivamente, non le sembra di aver mai visto un felino con un fascino così magnetico o, esteticamente parlando, con fattezze simili: la parte centrale del suo muso, che circonda naso e bocca, pare di un bianco candido, che via via si fa sempre più scuro, fino a fondersi con le sfumature nero corvino della foltissima criniera. Le sue zampe sono enormi, molto più di quanto lei potesse immaginare e, la ragazza, nel suo piccolo, non può fare altro che sentirsi indifesa, inferiore e semplice, davanti tanta maestosità.
A certi pensieri, il panico prende possesso di lei, facendole battere il cuore all'impazzata e costringendola a riprendere aria, che, senza neanche accorgersene, aveva smesso di inspirare.
L'ossigeno, però, sembra comunque non arrivare a sufficienza nei polmoni, così che la vista inizia a sfocarsi e la testa a pulsarle, ma lei, determinata a non cedere, si concentra di più, per prendere fiato con più frequenza.
In un assurdo tentativo di fuga, fa pressione a terra con i palmi delle mani per spingersi all'indietro, mentre, per scaricare il dolore, si morde il labbro inferiore. La sua corsa, però, non parte neppure, data la staccionata alle sue spalle di cui, forse per la situazione, si era dimenticata.
Chiude gli occhi con forza, maledicendosi per la sua stupidità che, con tutta probabilità, ha infastidito ancora di più l'animale.
Ormai sicura della sua fine, il suo unico pensiero va a Loki. Non all'universo, alle sue responsabilità e doveri verso i regni. No, all'uomo che ama.
Francamente, non le importa nemmeno che le abbia mentito, che l'abbia delusa. Non trovano spazio, nella sua mente, le conversazioni con Sif, con Regan o la possibilità che sia stato tutto falso.
Dentro di lei c'è soltanto il bellissimo viso del moro e...l'amore, che finalmente sa riconoscere come reale.
Alla fine dei conti, consapevole di questo, tutto il resto non importa; lei è pronta ad accettare ciò che accadrà.
Solleva le palpebre, puntando le sue iridi in quelle del felino davanti a lei e, di colpo, qualcosa non torna; quegli occhi non sono come li immaginava, ma blu, come il mare, e incredibilmente profondi.
Li studia, sicura di essere vittima di un'allucinazione, causata dalle emozioni forti e il dolore troppo acuto da sopportare.
Senza preavviso, una fitta, più forte di tutte le altre, le parte dal tronco per arrivare alla testa, che, non sapendo che fare, tende ogni muscolo e serra gli occhi, senza pensare che questo sia assolutamente controproducente e fonte di sofferenza che, infatti, costringe la giovane ad un urlo strozzato.
La midgardiana non fa nemmeno in tempo a pensare di essere spacciata, che sente un peso sul suo petto e, insieme ad esso, un graduale e liberatorio sollievo dal dolore.
Ritorna con lo sguardo sulla creatura, ma più in basso, questa volta, per vedere l'enorme zampa dell'animale poggiata sul suo cuore.
Che cosa sta accadendo? Perché questo leone non sembra affatto volerle fare del male e, soprattutto, per quale motivo pare molto più che un semplice felino?
La sofferenza fisica, che aveva piegato Angel, rendendole impossibile persino i movimenti, ora, è molto più sopportabile.
Che sia...quello della leggenda?, si domanda, passando al setaccio tutte le possibili soluzioni a quell'assurda faccenda.
Sicuramente, ciò spiegherebbe il suo sollievo, frutto, probabilmente, di un incantesimo.
Eppure, ancora non ne è del tutto convinta; c'è qualcos'altro che le sfugge e ha la fastidiosa sensazione di averlo proprio sotto il suo naso.
Il suo cuore, adesso, sembra avere un battito più regolare e lei riesce ad accorgersene perché, lentamente, un calore rassicurante inizia a propagarsi proprio da lì, il punto preciso su cui la zampa della creatura è poggiata.
Titubante, solleva una mano da terra, ancora tremante e indolenzita, arrivando a sfiorare con l'indice quella morbida del leone. Si blocca per un momento, timorosa che quel gesto possa non essere gradito, ma, notando che lui non accenna a muoversi, finisce per rilassare i muscoli, sprofondando le dita nel suo pelo morbido e appoggiandosi a lui.
Ormai certa della sua interpretazione, si gode la bella sensazione che le sta crescendo dentro; così familiare, conosciuta, cara.
Istintivamente, torna agli occhi del felino e, ora che è così vicino, si rende conto di aver sbagliato a descrivere i suoi occhi. In quel blu profondo è sicura di scorgere delle sfumature verdi e, quell'accostamento, mescolato in modo tanto singolare, non li fa somigliare al mare, bensì, a veri e propri oceani in tempesta.
-Sei tu?- chiede di getto, irrigidendosi e dimenticandosi di respirare, mentre delle lacrime rimangono intrappolate tra le sue ciglia e il cuore, di nuovo, prende a battere all'impazzata.
A quella domanda, il peso sul suo petto si fa più leggero e la ragazza, disorientata, abbassa lo sguardo, notando, così, quella zampa diventare rarefatta e lei, con la mano, sferza l'aria, nel tentativo di afferrarla. Riprende a cercare i suoi occhi, ma, intorno ad essi, quel corpo maestoso sta piano piano sparendo, quasi come frutto di un'illusione, che, però, lei sa bene non essere.
-Aspetta.- pronuncia, poi, quasi in una supplica, lanciandosi in avanti, ma, suo malgrado, ritrovandosi in ginocchio, i palmi su quel terreno arido e un paio di lacrime a bagnare un fiore secco e già privo di vita.
Con le unghie scava nel suolo, ritrovandosi a stringere con rabbia un pugno di terra.
È furiosa, ma con sé stessa, perché, adesso, tutto è chiaro. Come ha potuto lasciarsi ingannare in quel modo? Come ha potuto non fidarsi delle sue sensazioni? Ora, tutto sembra così logico, sensato, terribile.
E lei non ha più tempo.
Le persone che ama, la Terra, l'universo sono in pericolo e, forse, è già troppo tardi.
Si alza, facendo leva su un ginocchio, ma, appena ci riesce, si ritrova faccia a faccia con alcune di quelle persone, che, in tutto quel tempo, erano rimaste immobili.
Adesso che ne è così vicina, riesce a vedere i loro visi pallidi, scarni, ricoperti da venature scure e innaturali, i capelli sporchi, attaccati alla fronte e la pelle tirata, screpolata. La fissano, tutti, anche quelli più lontani, con occhi iniettati di sangue, inespressivi, vuoti e cerchiati da occhiaie viola, mentre ripetono, all'unisono, una cantilena incomprensibile, in latino, pare, ma che lei non riesce a comprendere soprattutto a causa delle loro voci disumane, metalliche, che fuoriescono da quelle labbra martoriate e piegate in sorrisi inquietanti.
L'hanno accerchiata e, comprendendo che si tratti solo di poveri esseri umani posseduti da chissà quali esseri orribili, sa di non poter esagerare. Provando ad usare un incantesimo per allontanarli, lei concentra la sua energia nelle mani, ma, prima di riuscire a rilasciarla, una scarica di dolore, che parte proprio dalle sue dita, le raggiunge la spina dorsale e poi il cervello, strappandole un grido e facendola crollare di nuovo a terra.
A quanto pare, il potere della creatura ha potuto solo arginare momentaneamente quello che le sta accadendo, perché, adesso, nota che sui suoi polsi quella mostruosità nera sta progredendo, anche se più lentamente.
Conscia di avere i minuti contati, stringe i denti, alzandosi dal suolo e costringendosi a sopportare. Dirige lo sguardo alla villa, misurando le distanze e ripetendosi di potercela fare. Deve, a qualunque costo.
Prende a camminare, più veloce che può, combattendo ogni secondo contro i suoi muscoli che, contraendosi, la supplicano di fermarsi e concedergli un po' di tregua. La gente non le intralcia il passaggio, si limita a fissarla, assecondando i suoi movimenti, senza opporre resistenza.
Non che ciò la sorprenda, a questo punto, lo immaginava e, comunque, non è esattamente la sua prima preoccupazione, al momento.
Si fa strada tra quei corpi, non distogliendo mai l'attenzione dal suo obiettivo e cercando di non far caso alle sue gambe tremanti per il dolore o al respiro spezzato dall'ansia di aver compreso tutto troppo tardi. L'unica cosa chiara nella sua mente, che le da la forza per lottare e sbattere al suolo un piede dopo l'altro, è il pensiero che, in quella casa malandata, c'è qualcuno che deve essere salvato, che ha bisogno di lei e che, per nessuna ragione, Angel è disposta a perdere.
Questo perché lì, adesso, si trova, quasi certamente, la persona che ha ingannato, mentito e soggiogato tutti, celando una verità che, la giovane, ha capito solo in parte.
La paura che scaturisce da certi pensieri, così, prende il sopravvento, portandola a tentare una corsa disperata e, ad ogni passo zoppicante, sforzando il suo povero fisico oltre i limiti.
Non le importa cosa accadrà dopo e non ha nemmeno pensato ad un modo per fronteggiare il nemico senza farsi ammazzare all'istante, date le sue condizioni. La sola immagine nella sua mente è il viso della persona, a lei troppo cara, che sta rischiando la vita o che, nello scenario peggiore, che lei scaccia all'istante, è già morta, a causa del suo essere una stupida ragazzina ingenua.
La giovane ibrida, barcollando, riesce ad arrivare al cancello di ferro della villa e, aggrappandosi letteralmente ad esso, crolla a terra, non riuscendo a mantenere la presa anche quando questo, fortunatamente solo accostato, si spalanca, producendo un cigolio fastidioso e sinistro.
Il rumore che sta producendo sveglierebbe anche un bambino, lo sa bene, ma non ha né il tempo né la forza di pensare anche a questo. Inoltre, attirare a lei quell'essere, al quale non saprebbe nemmeno affibbiare un insulto adatto, potrebbe significare regalare tempo prezioso o, magari, una possibilità di salvezza, a chi, ora, si trova in gabbia.
Si rimette in piedi, soffocando un grido tra i denti, mentre attraversa quel giardino spettrale dove, anche le piante, sembrano non voler più neanche provare a combattere quella morte innaturale, arrese al loro destino e ad un male troppo forte da fronteggiare.
Come per controllare il tempo a sua disposizione, l'attenzione di Angel va, un solo secondo, alle sue stesse braccia, dove quell'oscurità è progredita fino quasi ai gomiti. La giovane impreca, furiosa, e, grazie a rabbia e disperazione, riesce ad aumentare il passo, raggiungendo in fretta i pochi gradini che la separano dalla porta d'ingresso.
L'uscio, però, non è chiuso, ma semplicemente accostato e, ciò, le fa perdere un battito.
Mi sta aspettando, pensa, mentre il senso di colpa le attanaglia lo stomaco.
Non prova paura, non per sé stessa, almeno, crede solo di essere arrivata tardi e, una mancanza del genere, potrebbe avere un prezzo che lei non è disposta a pagare.
Spinge la porta, avanzando appena e, a metà tra dentro e fuori, vede un'ombra, mimetizzata nel buio di quella stanza, avvicinarsi velocemente.
Senza attendere oltre, Angel affonda la mano destra nella tasca dei suoi pantaloni bianchi, estraendone l'ampollina con l'acqua santa, che, fortunatamente, aveva tenuto con sé e che ora, se ciò che sospetta è vero, potrebbe farle guadagnare del tempo prezioso.
Con il pollice, solleva il piccolo tappo di vetro e, prima ancora che questo cada a terra, lei punta i suoi occhi in quelli della figura di fronte a sé, lanciandogli il contenuto sul viso.
Se solo avesse aspettato un attimo in più, probabilmente, non avrebbe avuto la freddezza di compiere quel gesto, perché, ora, la ragazza è immobile, sconvolta per aver incrociato quello sguardo alleato, che, questa volta, non ha saputo riconoscere. Il dolore per essersi fidata, per aver provato affetto per quella persona orribile, adesso la blocca.
L'infrangersi a terra del vetro, infatti, le sembra, in realtà, qualcosa di suo, tanto da credere che si tratti proprio del suo cuore, distrutto in mille pezzi. Si sente disorientata, stupida, perché ha sbagliato ogni cosa.
Un grido bestiale e furioso, di una tonalità estranea e distorta, la desta dal suo stato, ricordandole la verità: nulla di ciò che ha vissuto e al quale si è aggrappata era vero. È il momento, ormai, di mettere da parte tutto e agire, giocare l'ultima carta e rimediare agli errori commessi.
-Io mi fidavo di te.- dice soltanto, con un filo di voce, senza nemmeno guardare in direzione della persona che ha appena colpito, timorosa di rischiare di cedere, ancora una volta.
Con i pugni stretti e le lacrime trattenute tra le ciglia, si avvia su per le scale, correndo, per quanto le sia possibile, mentre il cuore sembra volerle uscire dal petto.
Non può finire così.



Ciao a tutti :D
Come promesso è stato svelato cosa è successo a Loki nello scorso capitolo, ma alcune domande sono ancora senza risposta. Ad esempio: cosa lega il nostro semi-dio preferito a tutto questo? Cosa sta succedendo ad Angel? E, soprattutto, chi è questo antagonista misterioso? Lei ha fatto intendere che fosse qualcuno di fidato...che sia proprio il dio dell'inganno? Oppure Sif, Regan o addirittura qualcun'altro? Ma poi...quali sono le motivazioni che muovono questa fantomatica persona?
E niente, con questo quarto grado, ringrazio, come sempre, tutti coloro che mi sostengono e vi saluto. Alla prossima♡

Salvation || LokiDove le storie prendono vita. Scoprilo ora