Capitolo 43

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Continuo ad osservare il mio riflesso allo specchio, incapace di distogliere lo sguardo da esso.
Avvicino di più il mio viso e mi mordo il labbro quando non noto un minimo cambiamento.
Nel mondo reale ho 18 anni eppure sembro ancora una ragazzina di 16, nemmeno un tratto del mio viso è cambiato e in 2 anni non sono cresciuta di un centimetro.
All'inizio non ci avevo nemmeno fatto caso, ma poi le persone avevano preso il vizio di dirmi che sembro molto più piccola e sono iniziati a crescere i miei complessi, finendo con l'ossessione di passare ore a guardarmi allo specchio e segnare la mia altezza vicino al muro per più di un anno.

«Ehi Mad» mi saluta Ethan entrando nella stanza. Involontariamente faccio una smorfia nel sentire il soprannome, che sembra uscire dalle sue labbra come un insulto.

«ehi» ricambio il saluto con meno entusiasmo e continuando ad osservarmi allo specchio, in cerca di qualche cambiamento.

«passi ore davanti a quello specchio» sbuffa seccato, accasciandosi sul letto.

«già me l'hai detto» ribadisco un po' infastidita. Mi dispiace rispondere con questo tono ad Ethan, è il mio ragazzo e ha sempre cercato di farmi sorridere ma in questo periodo non riesco a tollerare proprio nessuno. Sarà perché la sera non dormo, troppo presa a capire il perché io non cresca, se fosse una malattia o qualcosa collegata all'isola.

Peter.

Sento subito una morsa all'altezza dello stomaco e accade ogni volta che penso a lui. Cerco sempre di non pensare né a lui né all'isola, ma fallisco miseramente.
Ci sono state delle notti, molte notti, in cui mi affacciavo alla finestra e in mente mia speravo che sbucasse da un momento all'altro per riprendermi e riportarmi sull'isola. Ma poi penso a tutto il male che ci siamo fatti a vicenda e mi ripeto mentalmente che il mio posto è qui, a Londra, con Ethan.

Il ragazzo sospira rumorosamente per poi stendersi sul nostro letto.

«come mai sei venuto qui?» domando, cercando di utilizzare un tono più dolce ma inutile dire che non riesco a fingere.

«Josie e Thomas vogliono che tu gli legga la favola della buona notte» spiega giocherellando con le dita della mano, «quella che hai scritto tu» specifica.

Istintivamente mi mordo l'interno guancia per il nervosismo e stasera più che mai sento di non voler raccontare quella che loro credono che sia solo una favola.
Una favola che ho voluto scrivere per non dimenticarmi dell'isola, la mia parte infantile ha voluto trascrivere i miei ricordi sulla carta, eliminando ogni traccia di crudeltà, inventando qualcosa di divertente e che Peter e la ragazza, ovvero io, avevano avuto un lieto fine.

Già, un lieto fine che ero convinta che ci meritavamo. Ho voluto riscrivere la storia che meritavamo e non quello che è successo.

Alla fine annuisco debolmente.
Josie e Thomas sono i cuginetti di Ethan e vengono a casa nostra solo per sentirmi raccontare le favole, non posso essere tanto egoista da rifiutare.

Ethan mi sorride flebilmente e si alza dal letto per avvicinarsi a me. Mi posa un casto e semplice bacio sulle labbra per poi dirigersi verso il piano di sotto per chiamare i bambini.

In questo momento dovrei sentire le farfalle nello stomaco eppure mi sento sporca, come se avessi appena tradito qualcuno.

Rilascio un sospiro e mi faccio forza, vado a prendere il libro che tengo gelosamente nascosto, nel cassetto del comodino vicino al mio letto e mi siedo sulla panca vicino alla finestra.

Leggeri spifferi d'aria entrano da essa e istintivamente chiudo gli occhi, lasciandomi cullare dal rumore del fruscio dei rami e immaginarmi che quei spifferi d'aria non siano altro che carezze, le sue.

•𝑃𝑒𝑡𝑒𝑟 𝑃𝑎𝑛 𝑛𝑒𝑣𝑒𝑟 𝑓𝑎𝑖𝑙𝑠•Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora