Una diligente studentessa si trova dopo anni a combattere un dolore devastante che mina a distruggere tutto quello che ha costruito fin a quel momento.
Ma la vita a volte ti porta delle persone che non avremmo mai cercato o notato ma che in un attim...
Ritorno in clinica, ancora frastornata da quei due tipi assurdi, ma qualcosa cattura la mia attenzione. Mentre mi accingo ad aprire la stanza di mamma, la sento ridere. Sono settimane che non ride così spensierata, ma non riconosco la voce dell’uomo con cui sta parlando. Sento solo che gli dice che sicuramente troverà più interessante corteggiare me, che una vecchia signora come lei. Entro incuriosita e trovo davanti a me un uomo affascinante con il camice d’infermiere. È davvero molto prestante e, se non fosse in questa situazione, ne sarei molto lusingata. Il ragazzo è molto alto ed è la tipica bellezza mediterranea: ha un colorito pazzesco e degli occhi allegri e bellissimi che mettono di buon umore solo guardandoli
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Mi saluta con un sorriso sincero e, voltandosi verso mia mamma con sguardo complice e voce sensuale, dice: “Se è lei sua figlia, allora le chiedo immediatamente la mano.” Entrambi scoppiano a ridere, ma io sono troppo tesa per farlo. Notando il mio imbarazzo, l’infermiere si presenta: "Scusami, sto chiedendo la mano a tua madre e non mi sono ancora presentato. Mi chiamo Gianni e sono il nuovo infermiere. Con tua mamma stavamo parlando di quanto sei intelligente, e a vederti aggiungerei che sei anche molto bella." “Ti ringrazio, ma non ascoltare mia madre che a volte dice cose senza senso.” Mentre stiamo parlando, suona un allarme nel corridoio, il classico colpo di fortuna che gira al contrario, e così Gianni va via per vedere quale paziente lo ha chiamato. Guardo mamma con occhi di disapprovazione e le ricordo che non deve accasarmi o trovarmi il principe azzurro, perché io resterò per sempre con lei. Ma lei mi spiazza con una risposta che faccio fatica ad ascoltare. “Tesoro mio, sappiamo entrambe, anche se tu non me ne parli, che non ho molto tempo. Vorrei solo avere la certezza che quando io non ci sarò più, qualcuno possa abbracciarti e amarti, almeno la metà di quanto ti amo io.” Mi vengono le lacrime agli occhi, perché fondamentalmente ha ragione. Quando lei andrà via, io rimarrò da sola. Ma non posso permettere al mio dolore di distruggere le sue speranze, quindi mi faccio coraggio e con sarcasmo le dico che sta esagerando. Le testuali parole le ricordo benissimo perché quel giorno le impressi nel mio cuore. Per evitare di farle del male, ne feci tanto a me. “Come sei plateale, è vero non stai bene ma non stai morendo, sei melodrammatica. Fra qualche mese usciremo da qui e tu avrai una vita lunga e spensierata.” Quante bugie in una frase e quanto dolore devo ingoiare per non mostrarmi distrutta, ma non permetterò che muoia disperata sapendo di dovermi lasciare sola. Ho già vissuto questa disperazione con mio padre e non voglio questo flashback di nuovo nella mia vita. L’addetto alle pulizie arriva in perfetto orario e mi fa accomodare nel corridoio. Per la prima volta sono felice di essere stata mandata via, non sarei riuscita a trattenere le lacrime ancora per molto. Rimango per un tempo imprecisato nel corridoio, ma non potendo accedere al reparto decido di andare fuori nella sala d’attesa. Tra l’altro, in questo momento rimanere da sola per distrarmi da tutto ciò che è appena successo non mi dispiace per niente. Ho il tempo di analizzare con assoluta calma tutto ciò di cui è corredata la stanza. Ci sono affilate otto sedie a rotelle tutte colorate, messe una a fianco all’altra come se fossero delle comode poltroncine in stile moderno. Di lato c’è una bellissima e luminosa finestra che affaccia sulla strada. La apro meccanicamente per respirare aria fresca. Questo gesto mi aiuta a ristabilire immediatamente il mio umore. Non mi rende felice, ma almeno quella ventata di aria fredda mi distoglie per un istante dai miei problemi. Vorrei poter essere lontana da qui, ritornare alla mia realtà, avere un ragazzo, degli amici e la spensieratezza della mia età. Ma la routine quotidiana della mia vita è fatta di chemioterapie, PET, esami istologici, marcatori tumorali e quanto altro può allontanare un essere umano dalla felicità. Sono immersa in questi pensieri quando a un tratto sento una voce a pochi centimetri da me: “Non farlo, non ne vale la pena. C’è sempre una soluzione.” Mi giro molto infastidita. Uno sconosciuto che si permette di fare considerazioni stupide e inappropriate, senza neppure sapere chi sono e cosa sto provando. Alzo lo sguardo e non rimango troppo sorpresa da ciò che vedo. La voce veniva dal ragazzo incontrato stamattina nei giardini. La sua arroganza va di pari passo alla sua invadenza e, messe in un’unica persona, queste qualità lo rendono ai miei occhi ancora più inopportuno. Gli rispondo in modo brusco e molto infastidita, sottolineando la sua superficialità nel giudicare persone che non conosce. Inoltre, lo prego di non rivolgermi più la parola se dovessimo incontrarci e di occuparsi del motivo per cui era in ospedale e non di altri pazienti. Mentre sto ancora parlando, vedo che mi fa un occhiolino compiaciuto e va via nel corridoio antistante. Non ci posso credere. Si permette d’impicciarsi della mia vita e si prende la confidenza di farmi l’occhiolino come se fossimo vecchi amici. È andato via senza potermi dare la possibilità di dirgli tutto ciò che pensavo. Se solo fosse stato qualche minuto in più, gli avrei potuto dire di scendere dall’enorme scalino che la sua arroganza aveva costruito. Anzi, probabilmente le mie accuse sarebbero state anche peggiori, ma il vigliacco che era in lui ha preso il sopravvento e l’ha fatto scappare per paura del confronto. Mentre sono assorta tra i miei pensieri, sento squillare il campanello d’allarme che è nel corridoio della camera di mamma. Mi fiondo velocemente per paura che le fosse successo qualcosa e, senza rendermene conto, vado a finire tra le braccia dell’infermiere che ho conosciuto stamattina. “Sono davvero molto imbarazzata, scusami.” Con la gentilezza che avevo già notato prima, mi risponde in tono affettuoso, dicendomi che dovevo stare tranquilla e che il campanello che stava suonando era della stanza precedente. In effetti, mi basta alzare un po’ la testa e mi accorgo che non c’è nessuna lucina rossa sulla camera di mamma accesa. Per togliermi dall’imbarazzo, mi fa sorridere dicendomi che la lucina rossa proveniva dalla stanza numero trecentosette, dove c’era una bellissima principessa di novantatré anni che lo stava aspettando. Mi ricompongo e lo saluto per andare da mamma, anche se lo trovo davvero simpatico e gentile. Prima di andare via, anche lui mi fa un sorriso e un occhiolino. Che strano, nell’arco di pochi minuti due uomini tanto diversi hanno fatto lo stesso gesto. Naturalmente non sono paragonabili, ma è comunque una situazione non comune. Oggi la giornata è stata ricca di avvenimenti e, per essere l’ennesimo giorno in ospedale, non posso lamentarmi. Ma ora devo fare tutti quei piccoli rituali che servono per la cura e la pulizia di mia mamma. Non mi pesa farlo, ma mi dispiace per lei perché so che è molto umiliante per una madre essere curata da colei di cui dovrebbe prendersi cura. Non essere autonoma nei gesti quotidiani la rende molto vulnerabile. Prima di questa malattia era la donna più orgogliosa, naturalmente in senso positivo, che abbia mai conosciuto. Era sempre artefice della sua vita e non permetteva a nessuno di aiutarla, ma ora le circostanze erano così diverse. All’inizio c’era l’imbarazzo, la vergogna, il senso di pudore, ma man mano queste sensazioni prendevano il posto del bisogno e della necessità. Da quando eravamo in ospedale non avevo permesso a nessuno di avvicinarsi a lei. Avevo posto il peso delle sue cure tutto su di me. Se non potevo guarirla, almeno le sarei stata vicina in questo modo, e non avrei permesso che un estraneo la toccasse anche solo per lavarla o accudirla. Naturalmente, spesso queste decisioni sono prese dal dolore o dall’impotenza di non poter fare null’altro. Ma mentre i giorni si accumulavano, non era facile prendersi cura di lei in ogni momento. Avevo imparato a fare lavaggi, usare le siringhe, ero diventata brava a lavarla, a darle da mangiare e a preparare ogni cosa affinché la sua permanenza in ospedale fosse il meno invasiva possibile. Spesso gli infermieri dicevano che io ero un angelo, ma io mi sentivo semplicemente sua figlia. Ecco, il mio ruolo era quello di essere figlia, e quella bambina che per anni aveva cercato di essere invisibile agli altri ora doveva trovare la forza di reagire a tutto ciò che le stava capitando, riuscendo ancora una volta a portare un sorriso.