Una diligente studentessa si trova dopo anni a combattere un dolore devastante che mina a distruggere tutto quello che ha costruito fin a quel momento.
Ma la vita a volte ti porta delle persone che non avremmo mai cercato o notato ma che in un attim...
Questa è la parte della giornata che più amo, da quando sono in ospedale. L’orologio segna le 20:00 e ormai i pazienti sono tutti nelle loro camere. Nonostante sia ancora così presto, sembra notte fonda. In lontananza si sente solo qualche TV accesa e bisbigli di telefonate effettuate per allontanare la solitudine del posto. Anche mamma guarda rilassata la televisione. Ha già cenato ormai da un po’, visto che qui in ospedale il nostro chef prepara per le 17:00 il consueto brodino. Se non fosse per il fatto che ormai lo mangio da mesi, potrei anche decantarlo. Il mio palato si è abituato al suo sapore; probabilmente, se tornassi a casa, me lo preparerei allo stesso modo. Ma arrivata quest’ora, io ho un’altra abitudine. Di solito mi reco nella sala d’attesa, ormai vuota, e dopo aver scelto con cura quale sedia provare, come se fosse un rituale, mi accingo a scrivere le mie emozioni e le mie fantasie nel mio fidato amico diario. Naturalmente, non può mancare la mia dose di zuccheri non raffinati che ogni mattina compro allo spaccio dell’ospedale per farmi tenere compagnia in queste lunghe serate bizzarre, passate tra poltroncine colorate, stanze vuote e silenzi meditativi che questa clinica mi regala. Questa sera ho scelto di leggere un po’ prima di dedicarmi alla mia amata scrittura. Ho sentito in TV che è morto il famoso scrittore Luis Sepúlveda. Anche se mi dispiace ammetterlo, la mia ignoranza ne fa da sovrana visto che non lo conoscevo, e ne approfitto per dare una sbirciata su Google. Devo ammettere che ha scritto davvero delle cose interessanti, ma una frase in particolare coglie la mia attenzione: “Nessun uccello vola appena nato, ma arriva il momento in cui il richiamo dell’aria è più forte della paura di cadere e allora la vita gli insegna a spiegare le ali.” Penso a quale sarà il mio richiamo. Forse è arrivato con la malattia di mio padre o forse per quella di mia madre. Ma se ci penso davvero, non mi sento di aver spiegato le ali. Forse gli ultimi vent’anni della mia vita sono stati semplicemente un aspettare questo richiamo che per me non è mai arrivato. Sono così riflessiva che probabilmente potrei fare la filosofa se non amassi fare la scrittrice. Sono così immersa nei miei pensieri che la voce di Gianni alle mie spalle mi fa sussultare come se avesse gridato con quanta voce avesse. Sono meravigliata nel vederlo, credevo che questa sera non facesse il turno. Il suo tono tranquillo mi mette subito di buon umore. Ormai sono settimane che tra noi è nata un’alchimia. Ho percepito da subito che era un bravo ragazzo, ma quello che più mi ha colpito è che Gianni riesce a capire il dolore delle persone ed è su quel dolore che costruisce il ponte per sentire l’anima di chi gli sta accanto. Sapendo delle mie abitudini serali, mi aveva portato uno scatolo enorme di Kinder Cereali. Non so come abbia fatto a capire che erano i miei preferiti, anche se non ci voleva un investigatore per vederlo, visto che ogni mattina mi faccio una scorta da camionista allo spaccio. Ma mi piace pensare che forse il fato gli ha fatto scegliere casualmente quei dolcetti per portarmi un po’ di felicità. Comunque, sono meravigliata da questo gesto e mi accingo, come al solito, a costruire dei muri per la paura di dovermi lasciare andare anche ad una semplice attenzione. Ma Gianni ormai ha capito il mio carattere e mi ignora totalmente, continuando a ripetermi che lo fa semplicemente perché non vuole rinunciare ad una collega come me. Da settimane mi ripete che sarei un’ottima infermiera e addirittura a volte si è fatto aiutare quando fa il turno di sera e rimaniamo per quei pochi minuti tranquilli, lui dal suo lavoro e io dai miei impegni. Mi fa piacere aiutarlo, inoltre lui è sempre così disponibile sia con me che con mia mamma. Ogni volta che entra nella nostra stanza riesce a regalarle un sorriso e per me questa è la cosa più preziosa. Comunque, ritornando ai cioccolatini, non posso fare finta di niente anche perché ne sono davvero golosa, quindi li accetto, con una premessa: che li avremmo mangiati insieme. La sua risposta mi fa sorridere per un attimo: “Credevi che avevo preso il pacco intero di Kinder solo per farli mangiare a te? Vieni nell’infermeria, dobbiamo distribuirli a tutte le mie principesse.” Non riesco a capire immediatamente cosa voglia dire, ma lo seguo. E quando entro in infermeria, trovo oltre 200 Kinder esposti in bella vista in un cartone aperto. “Vieni signorina, dobbiamo distribuirli a tutte le camere. Sicuramente avranno anche loro voglia di uno spuntino serale.” Non ci posso credere. Ha comprato cioccolato per tutti i suoi pazienti. È veramente incredibile questo ragazzo: non solo fa con accuratezza il suo lavoro, ma ci mette tutta la passione e l’anima possibile per aiutare i pazienti, anche semplicemente per donargli un sorriso. Dopo avermi fatto fare l’intero corridoio e bussato a tutte le stanze, finalmente mi dice che posso godermi i miei Kinder. Naturalmente li dovevo condividere con lui. Accetto volentieri e senza neanche pensarci gli sorrido. Un gesto involontario dettato dall’istinto, ma che ha preso il sopravvento sulla mia rigidità e sulle mie paure. Dopo aver ingurgitato diverse barrette, si sono fatte le 22:30. Gianni ha il suo giro di controllo per fare le ultime insuline serali ad alcuni pazienti, ed io ne approfitto per dare un occhio a mamma e iniziare a prepararmi il mio giaciglio. Non posso lamentarmi: dormo su una sedia molto comoda, è azzurra come la maggior parte della stanza. Ma essendo ormai mesi che quello è il mio letto, la schiena ormai è autorizzata a farmi sentire dolore
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Cerco di mitigare la situazione provando a rigirarmi sul fianco destro, poi su quello sinistro, ma questi tentativi risultano essere disastrosi. Come se avesse un’anima e si fosse offesa, la sedia inizia a scricchiolare ad ogni mio tentativo di trovare un piccolo angolo comodo. Mi rendo conto che sto facendo troppo rumore e, se continuo, rischierei di svegliare mia madre e la signora che stamattina si è ricoverata per una gastroscopia. Quindi, a malincuore, mi alzo in punta di piedi cercando una soluzione alla mia stanchezza e al mio dolore di schiena. Come se io e Gianni ci fossimo dati appuntamento, ci incontriamo nel corridoio. Gli basta uno sguardo per capire il mio problema e, con un sorriso dolce, mi fa cenno di seguirlo. Entriamo nella stanza 302, completamente al buio, ma dalla luce del lampione posizionato nel cortile riesco a vedere che non è stata assegnata a nessuno. “Alessandra, puoi riposarti qui stasera e anche per le sere seguenti. Questa è una camera a pagamento, ma ormai nessuno più le prenota. Inoltre, è affianco a tua madre, quindi se chiama con il campanello la sentirai subito.” “Gianni, non posso venire qui a dormire. Rischierei di prendere sonno e non svegliarmi se mia madre ne avesse bisogno. Però grazie di cuore per il pensiero.” “Quello che ti ho detto non è una richiesta ma un ordine. Ormai sei in questo reparto da tanti mesi e non lasci tua madre né giorno né notte. Se vuoi continuare ad occuparti di lei nel migliore dei modi, devi riposare, altrimenti rischi di avere un crollo e poi davvero devi lasciare tua mamma per chissà quanto tempo e trasferirti al terzo piano, reparto psichiatrico.” Scoppio in una risata, ma so che ha ragione. Non vedo un letto da tanto tempo e ne ho davvero bisogno. Sono ancora restia ad accettare, anche perché mi dispiacerebbe che per colpa mia avesse qualche rimprovero. Ma mi assicura che quella stanza non viene utilizzata da molto tempo e che sarà sua premura avvisare il suo amico Filippo della situazione. Chiedo incuriosita chi fosse Filippo, visto che ero da tanto tempo in ospedale, ma non ne avevo mai sentito parlare. Mi spiega in breve che è il professore della clinica e anche il manager che si occupa dell’intera struttura, ma che spesso è fuori per lavoro, per questo non lo avevo conosciuto. “Wauuuuuu, hai amici importanti,” gli dico per prenderlo in giro. “Io e Filippo ci conosciamo dalle elementari, ma quando lo conoscerai capirai che non si sente affatto un uomo importante. Anzi, è la persona più umile e avvicinabile che io conosca. Sono sicuro che ti piacerà.” “Diciamo che per ora una cosa che fa già mi piace. Mi sono laureata in medicina proprio per fare un giorno il lavoro del tuo amico.” Rimane meravigliato da questa informazione, ma forse guardandomi dall’esterno, anche io lo sarei. Mi ha sempre visto nel ruolo di infermiera, di badante, di figlia premurosa, quindi può essere difficile immaginarsi una donna capace di dirigere un intero ospedale. Ma per stasera questo discorso è già andato molto oltre. Sono davvero distrutta dalla stanchezza e fra qualche ora il mio giorno ricomincia. Quindi gli dico che accetto la sua premurosa offerta, a patto che appena smonta dalla notte, quindi per le 7, mi deve venire a svegliare nel caso io prenda sonno. Ancora una volta non ha bisogno di parlare perché con un solo sguardo mi fa capire che lo farà. Non appena la porta viene chiusa e la mia testa si appoggia sul cuscino, entro nel regno di Morfeo senza nemmeno averne la percezione.