Ripongo tutto nella valigetta nera tranne il bigliettino da visita che ho, accuratamente, nascosto sotto la tastiera del computer.
In seguito, appoggio tutte le cose di Adam sulla sedia e cerco di togliermi la testa l'assurda teoria che sto creando in mente. Scuoto la testa come a cacciare i miei pensieri, inutilmente, fino a che sento bussare alla porta bianca del mio ufficio. Sospiro e mi avvicino per aprire ma a pochi centimetri da essa, Adam la spalanca. Ha un'espressione arrabbiata, i denti serrati e i capelli scomposti. I primi bottoni della camicia sono sbottonati, lasciando intravedere il petto che si è improvvisamente colorato di rosso. Tutto ciò gli conferisce la sua solita, vecchia e indimenticabile condizione disordinata ma, questa volta, è evidente che è un malessere a renderlo così.
Sgrano gli occhi, rendendomi conto del tempo che mi sto riservando ad analizzarlo. Tossisco. Nota che non inizierò una conversazione se non partirà prima da lui e difatti inizia.
<<Mi hanno detto che le mie cose sono qui>> esordisce, cercando con gli occhi dietro di me. Annuisco, avviandomi verso la sedia dove avevo precedentemente sistemato le sue cose. Ritornando da lui, noto che si è sistemato la camicia e i capelli, per quanto possibile. Faccio un sorriso tirato e gli porgo la valigetta e la giacca.
Mi ringrazia e titubante mi guarda, mentre indossa quest'ultima. Abbasso lo sguardo e sospiro. Vorrei non dire una parola ma è più forte di me.
<<Non dovresti vede->> mi blocco, mi sento ridicola nel parlargli ma allo stesso tempo, se ho ragione, c'è da preoccuparsi.
Mi scruta, interrogatorio. Capisce che non ho intenzione di continuare e si gira, pronto ad andarsene.
<<Vedere un dottore. Insomma non è normale ciò che->> mi interrompe.
<<Non voglio vedere nessun dottore, non c'è bisogno>> risponde freddo, sembra essersi calmato rispetto a quando è entrato.
<<Ne sei proprio sicuro?>>
<<Non ti è importato di me negli ultimi due anni, continua a non farlo>> termina brusco e insolente.
Questa risposta, anche se prevedibile, mi innervosisce più di quel che credevo possibile. Rido isterica.
<<Vai pure>> lo invito ad andarsene - invito che accoglie - lasciandomi sola ai miei pensieri e alla mia rabbia.
Non posso credere che nonostante la scenetta misera avvenuta poco fa, la mia preoccupazione stia salendo ancora di più. Per me è impossibile stare ferma a non fare nulla quando so che potrei evitare una tragedia. Adam potrà avermi rovinato la vita e io potrò non dimenticarlo, ma non perdonerò mai me stessa se succedesse qualcosa che avrei potuto evitare. Torno in me stessa e recupero il bigliettino che ho furtivamente preso dalla valigetta di Adam. Compongo il numero e attendo che una voce si sostituisca agli squilli che sento.
<<Pronto?>>
Molti sono i brividi che mi assalgono la schiena appena sento quella voce. Non è lei il problema, ma l'ultima conversazione che abbiamo avuto. La mia psicologa è la madre del motivo che mi aveva portato dopo tre anni di nuovo da lei. Per me fu inaccettabile e di conseguenza, sentii la necessità di cambiare aria e in modo definitivo. Stavo per scoppiare e per mollare.
Sospiro profondamente e mi faccio forza.
<<Pronto? Sì, sono...>>
<<Jennifer. Come stai?>> domanda, subito, sembra sia davvero interessata a saperlo e d'altronde non lo metto in dubbio.
<<Va come deve andare, Caroline, certi giorni meglio e altri peggio, ma non ti ho chiamato per questo>> arrivo al dunque, pronta a risolvere questo enigma che mi sta assalendo.
<<Sono consapevole che probabilmente non potrai rispondermi ma devo farlo, ci devo provare altrimenti non riuscirei a vivere con la coscienza sporca>> inizio, preparandomi il discorso.
<<Chiedi pure, ti fermo io se necessario>>
<<Adam lavora qui, alla Juilliard e sarà così per due settimane. Certo, è stata una sorpresa, mentirei se ti dicessi che non è stata spiacevole ma non è questo il punto. Oggi ha avuto una specie di crisi, ho temuto si trattasse di convulsioni, a tratti di un problema respiratorio ma a mente fredda ho realizzato che non è nulla di questo ma ben altro. Sulla base di ciò, posso chiederti se c'è la possibilità che Adam abbia..>>
<<Sì>> risponde, immediata. Il respiro mi si mozza improvvisamente. Era davanti a me, era abbastanza chiaro, perché non ho agito subito?
<<Adam è in astinenza da qualche mese ormai, spesso il richiamo si ripresenta in formicolii o peggio, delle vere e proprie crisi. Queste ultime sono provocate dal nervosismo o dalla pressione in aumento. Nulla che non sappia già gestire. Devi stare tranquilla>>
<<Tranquilla? Come posso stare semplicemente tranquilla? Mi stai dicendo che si drogava ed ora si sta disintossicando ed io dovrei comportarmi come se nulla fosse?>> mi agito, non riuscendo a concepire un discorso del genere.
<<Non si è mai trattato di sostanze stupefacenti, ha abusato di tranquillanti e non ha più smesso. Me lo teneva nascosto e solo Dio sa quanto mi sia colpevolizzata per questo ma sono riuscita a riprenderlo. Si è già disintossicato, perciò devi calmarti. Le crisi d'astinenza sono comuni, prima erano molto frequenti mentre adesso sono episodi isolati gestibili. Non trattenere il respiro, riesco ad avvertire che ti stai innervosendo>>
Sbuffo, realizzando che è davvero così.
<<Lo capisco, davvero, ma perché? Perché abusare di qualcosa che avrebbe compromesso la sua salute? È un ballerino, certe cose le dovrebbe sapere>> dico, ingenuamente e anche egoisticamente.
<<Immagino che ciò che l'ha portato a farlo è proprio la consapevolezza di sapere di star distruggendosi. Una notte, in preda ad una crisi, mi confessò che non avrebbe più potuto guardarsi allo specchio per quanto si sentiva ripugnante. Il motivo è tutto lì>> risponde ovvia.
A volte ci sentiamo così presi da noi stessi, dal nostro dolore e dalla nostra rabbia che non ci rendiamo conto di quello che ci gira attorno. Tempo fa Adam era il mio mondo. Lui è stato il solo a fermarlo senza pietà, con altre circostanze avrebbe potuto semplicemente rallentarlo. Mio fratello per me era l'olio che faceva sì che gli ingranaggi funzionassero tra di loro e alla sua mancanza, tutto è andato a farsi fottere. È stato impossibile per me fermarmi a capire cosa fare. Ero troppo accecata - e lo sono ancora - dalla delusione, dal rimorso, dal dolore e dall'amore. Spesso ho pensato cosa sarebbe potuto succedere se io non fossi scesa nel sotterraneo. Se ad oggi lui me l'avrebbe detto, se invece avrei vissuto ancora nell'incognita. Proprio questo mi ferma dal provare qualcosa di diverso dalla semplice preoccupazione. Mi spingerei a chiedere informazioni per tutti, non lo sto facendo in nome del nostro passato o altro. Dopotutto ho ancora un'umanità e so bene che sia Andrew che mia madre vorrebbero che io mi accertassi che Adam non faccia più uso di tranquillanti.
<<Grazie Caroline per l'informazione. Cercherò di tenerlo lontano da quelle compresse, a patto che io riesca a riconoscerle>> annuncio, rendendomi paladina della mia giustizia, sicura del fatto che nessuno mai mi avrebbe chiesto di proteggerlo oltre me stessa.
La chiamata finisce con lei che si scusa ulteriormente e che mi ringrazia, complimentandosi per la mia maturità nell'accantonare la mia rabbia davanti ad una situazione del genere. Solo un pazzo senza un minimo di integrità non lo farebbe. Mi sbaglio?
~°~
Al termine della giornata lavorativa, mi rinchiudo di nuovo nel mio studio per recuperare le mie cose. Ho in mente un bel bagno caldo, riuscirà a sciogliere i nodi di tensione che sto accumulando.
<<Direttrice, è permesso?>> domanda una flebile voce che riconosco subito.
<<Uhm, certo Sienna, che succede?>>
<<Il signor Adam ha lasciato questo documenti importanti sulla sua scrivania, c'è bisogno della sua firma ma non riusciamo a contattarlo. De Amicis vorrebbe sapere se può provarci lei>> dice tutta d'un fiato.
Annuisco, afferrando i documenti.
<<Fammi avere l'indirizzo del suo hotel, avrete i documenti entro stasera>> annuncio, rendendo Sienna subito sorridente.
Una volta conosciuta la destinazione, mi avvio verso di essa. È molto strano, più cerco di scappare da lui più inevitabilmente la vita - o il destino - ci fa riavvicinare. Per me, qualsiasi cosa io faccia o possa fare, è tutto dovere al mio lavoro e alla mia coscienza. Niente di più.
Parcheggio all'entrata e mi avvio alla reception, chiedendo di lui. Mi permettono di entrare in ascensore e arrivo al terzo piano. La sua stanza dovrebbe essere la quattro. Una volta arrivata, busso, non troppo energicamente.
Nell'attesa, rivolgo uno sguardo al mio vestiario che oggi è particolarmente trasandato. Non è della me di questi ultimi due anni.
La porta si apre, mostrandomi una figura alta, snella, slanciata, bionda, mozzafiato e prepotente.
<<Non vogliamo i tuoi biscotti>> pronuncia, intenta a chiudere la porta. Riesco a bloccarla e guardo la ragazza.
<<Ed io non ho nessuna intenzione di venderti biscotti. C'è Adam oppure ho sbagliato stanza?>>
<<Non hai sbagliato stanza, solo momento... sai, una camera, due bei ragazzi da soli, ti lascio immaginare. Vuoi andartene?>> continua, insistente.
<<Che sta succedendo?>> domanda Adam, uscendo dal bagno a torso nudo. A questa vista non posso fare a meno che notare che è cambiato molto, ci ha lavorato abbastanza e gli dona il suo nuovo, ma non troppo diverso, fisico. Non appena i nostri sguardi si scontrano, avverto un'elettricità che non mi è nuova ma è sicuramente sufficiente per riportarmi con i piedi per terra. Entro in stanza, porgendo ad Adam una penna che avevo con me.
<<Firma>> gli dico solamente e dopo una rapida occhiata alle carte, obbedisce, senza fare troppe storie. Me le porge, le afferro ed esco subito dalla stanza, infastidita da quella situazione imbarazzante e sbagliata. Non so dire perché mi sento così, so solo che mi ha parecchio innervosito. D'altronde, in questo periodo, anche la minima cosa per me è fonte di stress.
Ormai all'ascensore, lo attendo e, appena arriva al piano, entro. Non riesco a partire perché Adam si introduce improvvisamente.
<<Ma che diavolo?>> domando confusa.
<<Dobbiamo parlare>> dice, fissandomi serio. Preme sul bottone rosso, bloccando questo macchinario infernale del quale ho anche un po' paura. Alzo gli occhi al cielo.
<<Non dobbiamo dirci nulla>> dico, cercando di riattivare l'ascensore. Di tutta risposta, Adam afferra la mia mano e porta la sua dietro la mia nuca, obbligandomi a guardarlo negli occhi.
<<Sai bene che non è così>>.
STAI LEGGENDO
Until your last breath.
Chick-LitJen, ironia fatta persona, all'apparenza forte ma fragile a causa di una perdita che ha drasticamente cambiato la sua vita. Adam, inguaribile romantico e ragazzo di principi, diffidente nei confronti delle persone e del mondo. La vita è quella cosa...
