CAPITOLO 44

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La temperatura gradevole di oggi mi ha permesso di sfoggiare gli ultimi tacchi che ho comprato qualche giorno fa. Sono di colore nero, semplici, con intreccio alla caviglia. Ho deciso poi di abbinare dei jeans a vita alta e una camicia legata in vita.
Ho già parlato di quanto viva sia New York? Anche se così fosse, non si potrebbe smettere di parlarne. Tanto abitata quanto caotica, affollata e trafficata. Sto cercando di raggiungere il solito bar dove Nick mi sta aspettando da venti minuti ormai. Ci andiamo spesso e in particolare quando le lezioni iniziano alle dieci. A piedi ci avrei impiegato molto meno tempo ma comunque devo arrivare a scuola subito dopo questo pit stop.

Dopo numerose suonate di clacson e insulti ad alcune autovetture per due incidenti sventati, arrivo a destinazione. Il mio stomaco ha riconosciuto l'odore delle ciambelle di questo posto, impossibile non mangiarne una ogni volta che vengo. Il campanello alla porta suona appena varco l'entrata, una luminosa Charlie mi accoglie con un sorriso, indicandomi il tavolo dove siede il mio amico. I proprietari di questo posto, Charlie e Larry, hanno una storia molto curiosa. Andavano al liceo insieme e non facevano altro che odiarsi a vicenda, dopo qualche anno si sono rivisti all'università inglese di Oxford oltreoceano e, considerato che erano le uniche persone che conoscevano, hanno iniziato a legare. Ogni giorno sempre di più, finché hanno iniziato a provare qualcosa rispetto ad un semplice apprezzamento obbligato. Il destino ha giocato di nuovo con loro, portando Larry lontano dalla Gran Bretagna: non era più il suo posto. Così si rimise in viaggio, tornando a New York ma lasciando il suo cuore ad Oxford. A Charlie mancavano altri tre anni di studi, ripeteva a se stessa che l'avrebbe raggiunto, che avrebbe abbandonato tutto ma in cuor suo sapeva di non poter buttare all'aria i sacrifici di una vita intera per una relazione che non era nemmeno sicura avesse un fine ultimo. Rimasero in contatto, il loro amore non fece altro che crescere e contro ogni previsione, dopo tutti quei mesi, erano pronti a stare insieme come si meritavano. Lei economista realizzata, supportò ogni tipo di progetto che il suo Larry aveva in mente, fino a questo bar, nel quale, dopo la pensione, ha deciso di esercitare.

Ricordo di essere venuta qui la mia prima sera newyorkese e ascoltando la loro storia, non potei fare a meno di realizzare che fino a quel momento avevo vissuto solo nella presunzione dell'amore, che non avevo la minima idea di quello che fosse. Ricordo che il cuore mi si spezzò in due quando mi dissero che non poterono avere figli a causa di un'infertilità reciproca. Allora adottarono Cameron, un dolce ragazzo dai colori e dall'animo sudamericano, troppo simpatico ed emotivo per una città come New York.
Larry e Cameron tengono in piedi la cucina mentre Charlie è il sorriso del locale, colei che attira e mantiene felici e soddisfatti tutti i clienti. Questa è la storia dei Jenner, degna di un romanzo perché troppo affascinante per un mondo come il nostro.

Prima di raggiungere Nick, passo a stamparle un bacio sulla guancia. Dopo la morte di mia madre, il mio cuore non ha fatto altro che congelarsi ancora di più. Sono cresciuta davvero negli ultimi anni e quella che credevo fosse una figura femminile per me, non è risultata altro che essere peggio di quello che la mia vera madre avrebbe mai potuto essere. Credo davvero che da lassù, lei mi abbia mandato Charlie. È riuscita a donarmi un affetto sincero e spensierato non conoscendomi, non pretende ed io non chiedo nemmeno. Sappiamo quando abbiamo bisogno dell'altra e non esitiamo in nessun momento nel dimostrarlo.

Abbraccio Nick da dietro, lasciando anche a lui un bacio sulla guancia. Prendo il mio posto e lo osservo curiosamente.
<<Dici che mi ha notato?>> domanda improvvisamente. Assottiglio gli occhi, cercando di scrutare qualcosa.
<<Dipende da quello che vuoi sentirti dire>.
Mi tira uno schiaffo sull'avambraccio e mi indica qualcosa. Seguo la traiettoria del suo dito e capisco che la sua attenzione è rivolta al bel Cameron che sguazza in una crema pasticcera in cucina. Annuisco, comprensiva.
<<È troppo preso dai suoi dolci per rendersi conto di te>> ammetto, onestamente.
<<E poi non sai nemmeno se è gay>> continuo, divertendomi a stuzzicarlo.
Sgrana gli occhi, in preda ad una crisi imminente.
<<Non lo so? Ah no certo! Perché mi avrebbe baciato due mesi fa, allora?>> urla quasi e scoppio a ridere.
<<Sto scherzando, davvero, abbassa la voce!>> lo rimprovero, ironica, dando uno sguardo al menù che in realtà conosco a memoria.
Mi perdo tra le varie descrizioni e torno indietro con la mente al mio compleanno, quasi ormai un anno fa.
Nick, Robin e Meghan organizzarono una festa a sorpresa, alla quale vennero tutti i miei conoscenti e lo stesso Cameron. Da lì i due cominciarono a parlare e a conoscersi, diciamo che Nick era ancora molto confuso sul suo orientamento ed è solo grazie all'ammaliante pasticcere che l'ha capito. Nel mio amico riesco a leggere un certo obbligo di dover rendere conto a Cameron, come a ringraziarlo di averlo aiutato a chiarire se stesso e le sue idee, legati da un senso di obbligo misto ad'attrazione ma niente di più. Ho cercato spesso di fargli capire che questa è una situazione tossica a tutti gli effetti, una volta entrati sarebbe stato difficile uscirne. Mi ha dato retta, per fortuna, ma ogni volta che lui è qui, Nick non può fare a meno di pensare che qualcosa tra di loro c'è e ci sarà sempre.

~°~

Terminata la nostra consumazione, abbiamo salutato Charlie. Nick e Cameron invece, hanno scambiato qualche chiacchiera che, a parer mio, sembrava più un flirt.
Ci stiamo dirigendo verso la scuola, oggi ci sono diverse audizioni perché abbiamo bisogno di organico per i saggi.
<<Pensi che troveremo qualcuno?>>
<<Lo sai come la vedo. Se siamo obbligati a tenere queste audizioni va bene, ma non avrebbe senso incorporare persone adesso quando abbiamo già svolto del lavoro con le coreografie>> analizza Nick, osservando i profili dei candidati.
<<L'unico che mi incuriosisce è Timothy>>
<<Anche a me. È l'unico a non avere esperienza, ci vuole coraggio per presentarsi ad un'audizione di questo livello>> rispondo, sinceramente.
<<Però poi mi ricordo come sono ripartita io e allora per questo sono fiduciosa. Vedremo>>.
Nick annuisce, riponendo i fogli nella sua cartellina, in seguito abbassa il finestrino. Il vento gli accarezza il volto, smuovendo delle ciocche bionde ribelli che ha sempre calate sulla fronte. Nick ha avuto una vita che si direbbe fortunata: cresciuto con due genitori sempre presenti, costanti e amorevoli. Terzo di quattro figli di una relazione felice, componente di una famiglia grande e accogliente. Eppure Nick è andato avanti negli anni con la paura costante di non essere abbastanza, che la sua vita poi avrebbe potuto prendere una piega diversa in quanto sosteneva stesse vivendo in una calma apparente. Ed aveva ragione ad esserne spaventato. I suoi genitori sono tragicamente morti, insieme alla sorella minore, in un incidente stradale devastante. Il dottore assicurò lui e la sua famiglia che non avevano sofferto, perché l'urto fu talmente forte che le povere vittime non ebbero nemmeno il tempo di realizzare cosa stesse succedendo.

Mi piace pensare che siamo uno la fortezza dell'altro, fragili come un grissino se da soli, ma spessi come una colonna se ci teniamo mano nella mano.

Parcheggio nel posto a me riservato e scendo, recuperando le mie cose e invitando Nick a fare lo stesso.
<<Jen, posso farti una domanda?>> mi chiede, mentre ci destreggiamo tra una macchina e l'altra. Annuisco, guardandolo di tanto in tanto.
<<Come stai con Adam nei paraggi?>>
Mi congelo all'istante, lui è l'unico a sapere che il mio passato è tornato e se fosse stato per me non l'avrebbe saputo. È fortunato a lavorare qui.
<<Ci siamo trovati a parlare molto spesso, Nick ti mentirei se dicessi che non provo più nulla. Si dice che si è guariti solo quando si è indifferenti, io proprio non ci riesco. Forse perché un po' ho paura di raffreddarmi completamente nei suoi confronti>> ammetto, più a me stessa che a lui.
<<Spiegati meglio>>
<<Questi due anni ho vissuto con la necessità di svegliarmi il giorno dopo e superare questa ennesima batosta. Se ci riuscissi davvero prima o poi, avrei altro per cui vivere?>> completo, confessando tutti i miei pensieri più reconditi.

Ormai all'entrata, Nick mi ferma per il braccio.
<<Certo che sì. Amica mia, inizierai a vivere proprio quando riuscirai a lasciarti indietro tutto. Con o senza Adam nella tua vita>> risponde, accarezzandomi un braccio. Gli sorrido lievemente, forte della sua affermazione di cui avevo palesemente bisogno.

Ci giriamo insieme, pronti ad iniziare una nuova giornata lavorativa ma notiamo subito che qualcosa non va. C'è acqua che allaga tutta la reception e scende, a gocce, dalle scale. Ci avventiamo verso l'edificio.
Incontro Sienna - la receptionist - e inizio a chiederle cosa sta succedendo.

<<So solo che il piano di sopra è completamente inagibile. Non possiamo dire molto, sembra un guasto non indifferente, signorina Anderson>> mi risponde, lasciandomi interdetta.
D'improvviso, Adam spunta dal piano di sopra, con la camicia sbottanata fino a metà petto e arrotolata fino ai gomiti. Le mani hanno qualche macchia nera e i pantaloni - come le scarpe - sono zuppi di acqua.
<<Adam? Che succede?>> domando spontaneamente, attirando la sua attenzione.
<<Signorina Jennifer, le tubature sono completamente fuori uso. I fascicoli sono tutti salvi ma dobbiamo assolutamente trovare una soluzione per le audizioni. Non possono essere rinviate>> mi tratta con distanza, con un fare più professionale che personale.

Ciò mi lascia sia interdetta sia soddisfatta. Ha capito ciò che gli ho detto, mi sta rispettando e sta svolgendo il suo lavoro ma perché avrei voluto non mi ascoltasse?


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