CAPITOLO 11

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È stato un sospiro, un leggerissimo sospiro, però abbastanza forte da far risuonare le lettere pronunciate in tutta la stanza e nel mio fottuto cervello. Andrew. Ho detto il tuo nome. Non posso crederci. <<Tesoro hai detto il suo nome>> mi informa mio padre, lo osservo... il suo visto è un misto tra rabbia, delusione, felicità e confusione per ciò che è appena successo.
Mi faccio forza, mi alzo e guardo, sebbene con gli occhi molto appannati, la scena quasi apocalittica del salone. Scuoto la testa e mi avvio verso le scale:<<Devo stare da sola>> avverto gli interlocutori, non voglio parlare con nessuno di niente, devo ricompormi e alla svelta.

Entro in camera, sbatto la porta e mi chiudo a chiave. Mi lascio andare e scivolo con la schiena, fino ad arrivare al pavimento. Chiudo gli occhi e la mente viaggia, fortissimo, come un treno che ha come unico obbiettivo di arrivare a destinazione. Non avrei mai voluto che andasse così, non l'avrei mai nemmeno immaginato. La realtà dei fatti è che la vita  ti abitua a molte cose, esse diventano dei veri e propri muri sui quali appendiamo di tutto: emozioni, situazioni, ricordi. Ma quando quei muri cadono, si distruggono in mille pezzi ed è allora che una parte di te finisce di esistere. Non importa quanto tempo e quanta dedizione utilizzi per ricomporre quel muro, è impossibile tornare come prima.

Ed è quello che mi è successo: un sospiro, un attimo, un istante e tutta la mia vita è cambiata. Mi sono ritrovata da sola, indifesa, in un oceano senza fondo... ho provato a nuotare, cazzo se ci ho provato. Ma i sensi di colpa mi trascinavano e mi trascinano ancora a fondo, impedendomi di respirare come voglio. Mi è stato detto spesso che sono io l'unica responsabile del mio cambiamento, che traumi del genere sono comuni e che dipende tutto da come decidi di reagire. Ma come puoi reagire e accettare i tuoi errori? Come puoi andare avanti quando sai perfettamente che è solo a causa tua se da quattro anni la tua vita ha perso tutto il senso che aveva?

L'unico spiraglio negli ultimi tempi difficili è stato Robin, mi ha capita subito, non ha mai oltrepassato il limite ed è stato sempre giusto con me. Sono tornata a ballare grazie a lui, che mi ha preso la mano e mi ha fatto luce durante questo piccolo viaggio. Sono tornata in me, anche se in parte. 

Ora mi trovo qui, a terra, seduta di nuovo tra i mille cocci della mia anima. Ogni giorno mi dico che ho fatto male nel passato e che forse posso fare bene nel futuro, ma come? Come posso riuscirci se non faccio altro che andare in apnea quando cerco di risolvermi?

Tu non sei qui e non mi aiuti ad andare avanti. Sono senza di te, Andrew. Non esiste punizione peggiore.

<<Jen, sei lì?>> scatto verso la porta appena sento la voce di Rob, decido di non rispondere:<<Sì so che sei lì e che hai appena deciso di evitarmi>> dice e lo sento sedersi, capisco che questa cosa andrà per le lunghe:<<Non aprirmi se può farti stare meglio, ma ascoltami>> continua con un forte sospiro:<<Mi dispiace io non->> la sua voce si interrompe e capisco che sta piangendo:<<Non avrei davvero mai voluto farti stare male e farti ritornare in mente episodi che cerchi con tutta te stessa di dimenticare...>> tossisce e si sistema lungo la porta:<<Non lo conoscevo, non posso saperlo. Ma conosco te e so dirti per certo che non vorrebbe tu ti distruggessi così. Non vorrebbe che la tua luce si spegnesse e che tu non facessi nulla per impedirlo. Non lo permetterebbe se fosse qui e questo lo sai bene>> dice e sembra come se si fosse tolto un macigno dal petto. Ha ragione, Andrew non ne sarebbe felice. <<Se non vuoi farlo per te, almeno fallo per lui. Rendilo orgoglioso di te, Jen... ancora una volta>> sospiro e  capisco che la chiacchiarata è finita perchè Robin si alza e prima di andarsene dice in un sussurro:<<Ti aiuterò io>>.

~○~

Apro gli occhi con molta difficoltà e mi trovo sdraiata per terra, vestita, con il trucco sciolto e i capelli che hanno preso vita. Cerco il cellulare, invano. Mi alzo e decido di uscire dalla mia camera e, in silenzio tombale, scendo le scale per andare in cucina. Appena arrivata, osservo l'orologio e noto con piacere che sono le cinque del mattino. Salgo di nuovo sopra e mi avvio in bagno per una doccia che prevedo sarà riflessiva e spero rilassante.

Oggi è domenica e domani dovremo presentare la coreografia alla Teen. Sono molto ansiosa e non so se ho lavorato come un alunno provetto dell'accademia. Però so con certezza che ho dato tutta me stessa nonostante le brevi avversità con Adam, mi sono impegnata, mi sono divertita e credo che abbiamo possibilità di vincere quel misterioso premio di cui tutti parlano. Non so quanta validità abbia, dato che Adam l'ha reputato inutile, ma riconosco che vincerlo potrebbe davvero essere una soddisfazione che ripagherebbe gli sforzi fatti ultimamente.

Afferro la spazzola e inizio a districare i capelli sotto il getto dell'acqua perchè sono davvero un groviglio di nodi. Dopo circa 20 minuti, termino di pettinare i capelli e posso finalmente uscire dalla doccia.
Li asciugo e per una volta decido di piastrarli. Questo va contro tutti i miei principi, ma sento che oggi è giusto cambiare un po'. Esco dal bagno, non prima di aver messo un po' di trucco e arrivo in camera dove inizio a scegliere i vestiti da indossare. Non sono una tipa stilosa ma nemmeno una trasandata, non faccio caso a ciò che indosso a patto che sia decente. Scelgo un pantalone nero a vita alta, dentro al quale infilo una t-shirt bianca. Indosso una cintura, le sneakers e un giubotto di pelle giusto perchè la mattina fa un po' freddo da queste parti. Prima di andare afferro la borsa e il cellulare che prima avevo messo sotto carica ed esco, lasciandomi indietro la mia casa passo dopo passo.

~○~

Controllo l'ora e sono quasi le 9, ho passato le scorse due ore a vagare per le strade di San Francisco, alla ricerca di non so cosa. Mi fermo e prendo un grosso respiro:<<Posso farcela>> dico ad alta voce a me stessa. Fermo un taxi e indico la strada da percorrere.

~○~

Sono più di due anni che non vengo in questo posto, forse per i brutti ricordi che mi evoca o semplicemente perchè sono determinata a scappare dal mio passato. Sospiro ed entro, cercando il posto che è il motivo della mia "visita". 
<<Eccoti, sei qui>> dico e sono sul punto di scoppiare a piangere. Mi fermo e ripeto a me stessa che posso farcela, che lui è qui e che devo essere forte perchè lo sono, non importa quanto mi sforzi di nasconderlo.
<<Perdona la mia assenza, non ti ho dimenticato>> inizio il mio discorso improvvisato:<<Solo che sento spesso la necessità di stare sola e spesso penso che in realtà nessuno mi capisca completamente. Io sono forte, me l'hai sempre detto, ma se si tratta di te io non so cosa mi succede. Sto male, che senso ha nasconderlo? E tu ne sei il motivo, precisamente lo sei per colpa mia. Papà mi ha aiutato con molti psicologi, ma credimi se ti dico che non possono farci niente. Mi hai anche sempre detto che sono una testarda, cocciuta peggio di un mulo>> sorrido, lasciando cadere una lacrima:<<Mi manchi, più di quanto potrebbe qualsiasi cosa al mondo>> affermo rattristandomi:<<Ma Robin ha ragione, devo mettere una fine al mio dolore e per poterlo fare devo iniziare dalla fonte di esso>> annuncio, come se da ciò ne dipendesse la mia vita e forse è proprio così:<<Aiutami, non importa come. Ma fallo. Ho bisogno di te per sopravvivere>> termino, alzandomi e uscendo da quel posto che per molto tempo è stato il mio rifugio.

Ho deciso di cambiare, ho 20 anni e posso farcela. Devo solo riuscire ad accettare il fatto che quattro anni fa sono stata una sciocca, stupida, testarda bimba immatura, che ha pagato a caro prezzo il suo carattere e le sue decisioni. Non sono più quella bambina. Oggi mi scelgo con tutti i miei problemi, con tutti i miei dubbi, con tutte le mie perplessità, con tutti i miei sensi di colpa e con tutto il mio dolore perchè, oggi, scelgo di vivere.

Until your last breath.Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora