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NOAH


Gabriel stava guidando come un pazzo. Aveva il viso pallido come un lenzuolo, le lacrime scivolavano sul suo viso imperterrite e le mani sul volante tremolavano come una foglia.

Nessuno di noi fiatava, si sentiva solo il rumore dei nostri respiri.

Volevo dire qualcosa per alleviare la sua paura, dirgli che sarebbe andato tutto per il meglio, che sua nonna stava bene. Ma non ci riuscivo, avevo un nodo alla gola che mi impediva di parlare, di rassicurarlo.

Una volta arrivati in ospedale, corse verso l'entrata urlando il nome di sua nonna disperatamente.

Fu in quel momento che arrivò quel strano uomo di nome Albert. Si avvicinò a lui, guadandolo con disperazione. Alfred strinse le mani sulla camicia di Gabriel mentre piangeva e lo fissava con disprezzo e rabbia.

"È morta." Sussurrò con una voce inclinata dal dolore. "Lei è morta...ma sai quali sono state le sue ultime parole?"

Gabriel aveva gli occhi fissi verso il vuoto, il corpo immobile e la bocca semiaperta, respirando affannosamente.

"Ha chiesto di te! Non di me, non di Jackson, ma voleva te!" Gridò strattonandolo. "Ma il nostro piccolo Gabriel dov'era?" Si girò verso di me, sorridendo con disprezzo. "Ma certo, giocavi a fare il finocchio con il tuo ragazzo!"

"N-non è vero, non è morta." La voce di Gabriel era un sussurro, volevo avvicinarmi a lui e strapparlo dalle grinfie di quell'uomo, ma non riuscivo a muovermi dal mio posto.

Vedevo il dolore sul suo viso latteo, la sua voce strozzata dai singhiozzi e il suo corpo che sembrava sempre più debole come se da un momento all'altro fosse pronto ad accasciarsi per terra senza forze.

Dall'altra parte, un uomo simile ad Alfred si avvicinò. "Stai esagerando!" Gridò spintonandolo ma lui non lo ascoltò.

"Lasciami Jackson! Questo pezzo di merda deve capire qual è il suo posto!"

"Alfred, smettila!" Esclamò guardandolo con serietà. Ma Alfred non lo ascoltò e ritornò ad avventarsi sul corpo immobile di Gabriel.

"Sai, forse è vero che sei maledetto." Sputò con rabbia. "Ogni persona che ami muore, dovresti lasciare il tuo fidanzatino prima che succeda qualcosa anche a lui." Gli scappò una risata priva di emozioni, spingendo di nuovo il biondo contro il muro. "Ora vivrai felicemente, l'eredità è tua."

Alfred si allontanò avvicinandosi a me e posandomi una mano sulla spalla. "Forse è meglio se ti salvi prima che tu faccia la fine degli altri." Sussurrò ridendo prima di sparire verso i corridoi dell'ospedale.

Rimasi scosso, non per le parole che aveva rivolto a me ma a Gabriel. Avevo paura che ascoltasse e credesse a quel coglione. Speravo che non si abbattesse e che non prendesse decisioni affrettate.

Mi avvicinai a lui, ma quando mi vide indietreggiò, come se non volesse toccarmi o avermi lì in quel momento.

"Come è morta?" Chiese all'improvviso voltandosi verso Jackson senza degnarmi di uno sguardo.

"Arresto cardiaco." Disse con serietà mentre si appoggiava al muro. "Stava parlando al telefono con Alfred, stavano litigando per l'esattezza e poi all'improvviso dall'altro capo si sentì solo un tonfo seguito da un inquietante silenzio. Mio fratello si è spaventato ed è andato subito a casa, ma era troppo tardi. Mentre chiamava l'ambulanza mamma è riuscita solo a dire qualche parola sconnessa, tra cui il tuo nome."

Gabriel si rivolse a lui con uno sguardo pieno di dolore. "Jackson io non vol-"

"Non è colpa tua." Lo interruppe Jackson. "So che sono stato uno stronzo con te in passato. Mi dispiace, sono stato un idiota ma non è colpa tua." Gli appoggiò una mano sulla spalla per dargli conforto. "Quello che ha detto Alfred non è vero, tu non sei maledetto...è una stronzata Gabriel, tu non sei colpevole di nulla."

Con quelle ultime parole se ne andò lasciandoci soli in quel corridoio angusto e silenzioso.

Cercai di avvicinarmi di nuovo a lui ma i suoi occhi me lo impedirono. Mi fissava come se volesse ammonirmi a fare un altro passo verso di lui.

"Stammi lontano." Queste furono le sue uniche parole.

"Perché? Gabriel non allontanarmi, voglio solo starti affianco e consolarti." Mi morsi l'interno guancia, fissandolo con determinazione. "Non puoi isolarti, so come stai e so che non devi affrontare tutto questo da solo!"

Non si mosse dal suo posto, continuava a fissarmi con quei occhi ormai privi di luce. "Noah te lo ripeto, non avvicinarti."

Non lo ascoltai e mi avvicinai a lui con decisione. "Non starai mica credendo alle parole di Alfred? Ti prego, dimmi che non è così."

Non rispose. Mi avventai su di lui abbracciandolo con forza. Sentivo il suo corpo tremante e il suo cuore che batteva freneticamente. Il suo respiro pesante che si scontrava contro la mia pelle e le sue mani che non si muovevano di un millimetro, ancora stese sui suoi fianchi senza abbracciarmi. "Non mi allontanare da te, non farlo. Promettimelo!"

Le mie parole suonavano a vuoto, non ricevevo nessuna risposta.

"Ti prego, dimmi qualcosa. So che sei scosso, ma questo tuo silenzio non riesco a sopportarlo. Dimmi qualcosa, qualsiasi cosa!"

Sentii le sue mani avvisarsi ai miei fianchi, ma non mi abbracciò, non mi attirò a sé contro il suo corpo, bensì mi allontanò da lui mentre i suoi occhi vuoti si intrecciavano nei miei e il suo viso stanco e pallido si indurì fissandomi con serietà.

"Ho bisogno di restare da solo." Sputò con voce bassa e neutra. "Torna a casa Noah."

Nothing is as it seemsDove le storie prendono vita. Scoprilo ora