Elisabeth
Parcheggio l'auto nel solito posto a fianco all'entrata, ed entro con la solita maschera della ragazza ricca a cui non frega un emerito cazzo degli altri. D'altronde, con una Lamborghini, il completo di Armani e la mia faccia da stronza, dovrei essere abbastanza convincente.
"Oh, salve signorina Elisabeth! Ha visto per caso il signor Ray?" mi domanda il solito, dolce e tenero spazzino.
"No, mi spiace. Perché?"
"Oh, nulla, si è dimenticato questa sciarpa in ufficio. Volevo chiederle se magari potesse restituirgliela." mi porta lentamente la sciarpa e me la lascia scivolare sui palmi. Sfioro le sue mani, morbide e calorose, facendo un tuffo nel passato: sembrano le mani di mio padre.
"Senz'altro... Ah! Per la cronaca. Mi dia del tu." affermo.
"Oh, non potrei mai. Io sono uno spazzino, lei forse un giorno sarà il mio capo. Non vorrei assolutamente permettermi di mancarle di rispetto, ecco..."
"Senti..." mi fermo per leggere il nome sulla targhetta incastrata nella tasca della camicia.
"Philip, se un giorno dovessi essere il tuo capo, mi arrabbierei tantissimo se tu mi dessi del lei. Perciò, dammi del tu. Te lo ordino!" dico, senza nascondere il sorriso giocoso.
"Va bene signorina Elisabeth, ti darò del tu. Sono ai tuoi ordini." risponde, con un'espressione intenerita.
"Ora ti lascio la sciarpa del tuo collega, se vuoi riportargliela." non credo che riportargliela sia una grande idea. Dovrei andare fino a casa sua e presentarmi davanti alla sua porta come una perfetta idiota. Anche se, potrei cogliere l'occasione per spiegarmi meglio sul nostro rapporto, d'altronde, farsi odiare per allontanarlo è una stupida scelta da quindicenni.
Ray
L'ambulanza fortunatamente è stata abbastanza veloce, infatti sono riusciti a curare mia madre, o almeno, a calmare la situazione per il momento. Devi essere forte Ray.
Questa mattina sono andato a riprenderla dall'ospedale, trasportandola per i corridoi con la sedia a rotelle. Un tempo, quando ero all'inizio della mia vita, lei mi portava sulle ruote di un passeggino, mentre adesso, verso la fine della sua esistenza, sono io a portarla in giro tramite una sedia per le persone malate. Buffo il mondo, no? Alla fine, tutto ritorna: i bambini sono fragili come gli anziani, e gli anziani sono emozionanti come i bambini. Alla fine, ritorneremo come all'inizio, solo in altre vesti. Le due estremità combaceranno, chiudendo l'intero cerchio della vita.
Mi chiedo solo quanto il filo di questo cerchio possa essere lungo.
Elisabeth
La vita è oggettivamente imprevedibile: un giorno vivi in una villa di lusso, il giorno dopo sei costretta a rifugiarti in una vecchia casa sporca e particolarmente distrutta. Un giorno sei felice, un altro giorno sei triste. Un giorno assapori la vita, godendo della felicità che essa ti trasmette. In un altro giorno, preghi solo che quell'amaro in bocca che la vita ti ha lasciato possa avvelenarti, fino ad ucciderti.
Tra un pensiero e un altro, la giornata lavorativa svolge al termine e io posso finalmente uscire da quell'ufficio. Senza Ray c'era fin troppo silenzio, anche il solo semplice rumore delle sue dita sulla tastiera, era diventato il mio sottofondo abitudinario.
Preparo la borsa e all'interno inserisco anche la sciarpa perduta di Ray. Non posso credere che alla fine abbia intrapreso la scelta di andare fino a casa sua. Probabilmente mi tirerà una padella in faccia e, oggettivamente, me la meriterei. Spero solo che non sia fin troppo arrabbiato con me.
"Oh Philip! Perdonami un secondo... Posso chiederti un'informazione?" domando a quel timido spazzino.
"Certo Elisabeth, dimmi tutto."
"Sapresti dirmi la via di casa di Ray? Devo riportargli la sciarpa."
"Signorina Elisabeth, mi spiace, ma non posso darti questa informazione." si scusa, chiaramente in imbarazzo.
"Come 'no'? Ma mi serve." mi lamento. Come crede che raggiungerò la sua casa? Con il teletrasporto?
"Scusa, ma non posso, non è corretto." se ne lava le mani. Devo essere più convincente. Menti Daphne, menti.
"Capisco... È che, Ray avrebbe bisogno anche di un paio medicine per il mal di pancia che ha. Mi aveva mandato la ricetta del medico, ma si è dimenticato la via... Vabbè, come non detto." affermo sconfitta, fingendo un viso triste da cane bastonato.
"Mi spiace Signorina Elisabeth, ma non posso proprio dirti che Ray abita in Via Pasting 12, mi dispiace tanto." risponde, finendo la frase con un occhiolino.
"La ringrazio lo stesso. Arrivederci." giro i tacchi voltandogli le spalle e dirigendomi alla mia auto: è l'ora di andare.
***
Dopo circa un'oretta di macchina, arrivo a una piccola casetta bianca e rossa, con le tegole nere ed un giardino pieno di fiori. È una casa piccolina, senza troppe pretese, ma trattiene un grande fascino.
Clicco il citofono, ma questo non emette alcun rumore all'interno della casa. Riprovo, ma il silenzio è l'unico suono che sento. Busso, quattro volte, finché non sento una fragile voce di una donna rispondermi.
"Entra è aperto." mi informa, con voce rauca. Apro la porta, ed entro nella casa. Il salone è pieno di foto che mi catturano all'istante. Ci sono tante fotografie di Ray da piccolo con la sua famiglia. È affascinante osservare foto per foto la crescita di Ray: la laurea, la foto del diploma, l'ultima fotografia dell'ultimo giorno di elementari, ed infine, il primo giorno di asilo. Inutile spiegare a parole le ondate di ricordi che mi travolgono semplicemente osservando l'ultima foto.
Ritrae un bambino piccolo, di bell'aspetto, con le manine dietro la schiena ed il viso illuminato dai raggi del Sole. Mi mancava vedere quel Ray, il mio migliore amico, il primo essere umano di cui mi sono fidata.
"Chi sei?" mi giro di scatto, seguendo il suono di quella debole voce rauca che avevo sentito prima. È la mamma di Ray, me la ricordo. Una donna abbastanza anziana, con capelli lunghi grigi ed occhi scuri, spenti e stanchi.
"Sono una collega di lavoro di Ray... Chiedo scusa, ho sentito che mi era stato dato il permesso di entrare, perciò sono entrata. Dovevo solo riportare una cosa a Ray, tolgo il disturbo." mi affretto a spiegare, evitando di passare per una ladra o una maleducata.
"Elisabeth..." mi chiama con voce flebile. Mi ha riconosciuta.
"Oh, mio Dio Elisabeth, sei diventata ancora più bella. Quanto tempo che non ti vedo!" esclama, realmente emozionata. Sembra che la mia presenza sia veramente un piacere per i suoi occhi. È bello sentirsi apprezzati per così poco.
"Be' diciamo che sono passati più di vent'anni dall'ultima volta che ci siamo viste, ecco..." cerco di fuggire dai suoi complimenti, evitando di creare una situazione imbarazzante, dove sono al centro dell'attenzione.
"Che ricordi... Ray è felicissimo di lavorare con te. Sono contenta che abbiate riallacciato i rapporti." rimango per qualche secondo di stucco, poiché non credevo che Ray fosse realmente felice di avermi incontrata. Credevo non vedesse l'ora di sbattermi una porta in faccia e darmi i suoi saluti.
"Son contenta di questo..." mi guardo attorno, studiando la stanza "Lascio qui la sciarpa che dovevo dargli, tolgo il disturbo."
"Ma no! Dai, fermati a prendere una tazza di tè!" insiste, invitandomi a seguirla fino alla cucina.
"Ok, va bene." d'altronde, cosa potrà mai fare una tazza di tè o un minuto in più della mia presenza in questa casa?
Entriamo nella sua cucina, che presenta delle piastrelle gialle e marrone scuro sul muro, dandomi la percezione di vivere in un grande girasole.
La madre di Ray, con il tempo, ha assorbito un passo molto lento: sembra che abbia fatica solo a reggersi in piedi. Brutta cosa la vecchiaia - fisicamente parlando.
Mi siedo, mentre lei prepara accuratamente il tè per entrambe. La cucina è molto accogliente, la temperatura è perfetta, e questi colori caldi mi coccolano, trasmettendomi serenità e accoglienza.
"Cosa mi racconti?" mi domanda. Menti Daphne, menti.
"Niente di che, in realtà, dopo essere partita per New York assieme ai miei genitori, ho piantato le mie radici lì e, con il tempo, ho imparato ad apprezzarla. Ammetto che quando ero piccolina è stato difficile fare amicizia, poiché mi mancava Ray. Ma alla fine... Eccomi qui. Viva e vegeta." non so il perché, ma l'ho detto ad alta voce. La piccola e vecchia Elisabeth rinchiusa dentro di me ha voluto dirlo. Pensare che non sono stata nemmeno costretta a mentire.
"Oh, lo so... Pensa che Ray non ha fatto amicizia con nessuno per due anni. Eravate molto legati." Giusta osservazione. "Eravamo".
"Già, lo eravamo. Ricordo che, spesso, per riuscire ad addormentarmi dopo i miei numerosi incubi, ripensavo a ciò che io e Ray avevamo passato durante quella giornata, così riuscivo a rallegrarmi e a riprendere il sonno... Lo so, sembra buffo e stupido, parliamo d'altro se ti va." non è una scelta saggia rimuginare sui vecchi ricordi felici di Ray, assieme a sua madre.
"No, non è stupido Elisabeth. Puoi stare serena e raccontarmi tutto quello che vuoi su Ray, non ti giudicherei mai e soprattutto, non glielo confesserei, so mantenere un segreto tra donne." rivela, girandosi con la schiena verso di me per farmi un occhiolino. Mi ero dimenticata della serenità che sua madre sapeva trasmettere. È sempre stata una cosa che gli ho invidiato.
"Tranquilla, non c'è nulla da dire. Io e Ray adesso siamo cresciuti, maturati e cambiati. Non avremo mai più il rapporto che avevamo da piccolini. È brutto da sentire, lo so, ma ahimè è la verità. Perciò, andiamo avanti ognuno per la propria strada." concludo, tentando di mettere un punto al capitolo della mia vita in cui io e Ray ne siamo protagonisti.
"È brutto da sentire, per gli altri o... per te?
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Il Riflesso Di Una Bugiarda
RomanceUn posto di lavoro e due criminologi pronti ad ottenerlo. Una bugiarda professionista e un uomo intenzionato a scoprire la verità. Daphne White colpisce come un proiettile ma è fragile come una rosa. La Volpe Nera la cerca con fame e bramosia, atte...
