25. Un arrivederci diverso

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Ray

Chiuso nelle quattro mura della mia stanza da letto, penso e ripenso, perdendomi nei miei pensieri. Non so effettivamente a cosa sto pensando, i pensieri variano, ma il focus è solo uno: Elisabeth White. La nostra conoscenza ed il nostro rapporto è paragonabile a delle montagne russe: prima eravamo inseparabili, poi volevamo scannarci l'un l'altra, poi abbiamo avuto un periodo breve di tregua ed infine, siamo diventati come il fuoco e l'acqua, nonché intoccabili. Più cerco di andare a fondo e di recuperare il nostro vecchio rapporto, e più finisco per essere ferito o deluso. Forse è il caso di lasciar perdere, alla fine saremo costretti a separarci di nuovo; perciò, è inutile fondare una conoscenza su una base già rotta.
"Ray..." sobbalzo nel vedere mia madre in piedi davanti alla mia porta. Come diavolo ha fatto ad arrivare fin qui nelle sue condizioni? Avrà fatto uno sforzo enorme, come ho fatto a non sentirla prima?
"Mamma! Siediti! Che succede?" domando preoccupato.
"No-n non mi sento..." le sue parole vengono troncate. Una cascata di sangue fuoriesce dalla sua bocca, costringendola a sprecare tutte le sue forze nel rigurgitare.
"Mamma!" sviene tra le mie braccia come un peso morto, senza energia e senza vita. Sembra debole come un bambino. Il mio pilastro, ed il mio punto di riferimento, in questo momento, è debole come un bambino. E se lei è fragile, allora io sono condannato a frantumarmi. Non sono altro che un insieme di piccoli frammenti di vetro.
Appoggio il corpo sofferente e tremante sul mio petto, e con la mano libera, afferro il mio telefono per chiamare aiuto. Devi essere forte Ray.
"Pronto? Qui è il 911, come possiamo aiutarla?"
"Sono Ray Clark! Mia madre sta morendo!"

Elisabeth

Osservo la mia stanzetta che ha accolto i miei pianti silenziosi ogni giorno. La mia stanza, quella che ha trattenuto le mie urla. La mia stanza, quella che mi ha sempre aperto la porta dopo una giornata no. Il mio piccolo magico rifugio che mi ha sempre offerto tutto ciò di cui avevo bisogno: pace.
"Non guardarla con quegli occhi, El..." mi rimprovera mia zia, che ha appena portato un'altra mia valigia.
"Lo so che può sembrare una stupidaggine, ma mi sembra di star lasciando un pezzettino di me... Nella vecchia casa ci sono solo ricordi vivi e nitidi che mi portano nel terribile passato da cui ho lottato tanto per scappare..." un semplice luogo delimitato da quattro mura azzurre era diventato il mio posto sicuro.
"Lo so El, ma questo non è un addio."
"E cosa sarebbe?"
"Be' diciamo che è un arrivederci diverso. Un arrivederci più lungo del solito."

Ventuno anni fa...

Seduta sulle ginocchia di mio padre, osservo il soffitto pieno di stelline. Papà ha dovuto andare ovunque per trovarle - nessun negozio le aveva - ma per fortuna, alla fine, abbiamo trovato le mie stelline magiche.
"Raccontami Elisabeth, come vuoi passare questo natale?"
"In realtà, papà, non volevo fare nulla di spettacolare... Mi piacerebbe venire con te a salutare la mamma, e poi, voglio ritornare a casa a guardare le nostre vecchie foto, ripensando a tutti i bellissimi mesi che abbiamo passato io e te, insieme. Possiamo farlo, vero papà?" un giorno dovrei contare queste stelline. Quante saranno? Cinquanta? Quaranta? Sicuramente non saranno paragonabili al numero di stelline che ci sono nel cielo. Volevo mettere quelle, ma papà ha detto che non c'è spazio.
"E cosa vorresti come regalo, bambina mia?" mi chiede, mentre mi accarezza la testa ed i capelli.
"Una rosa e un giocattolo." rispondo senza esitare.
"Va bene amore mio... Ma perché mi chiedi sempre una rosa assieme ad un gioco?"
"Perché nessuno capisce le rose. Vengono sempre usate come regali per le feste d'amore ma in realtà le rose sono tutt'altro! Sono amore, sono eleganza, sono bellezza, sono un sacco di cose messe assieme! E visto che nessuno le capisce fino in fondo, io lo faccio. Perciò, voglio avere una rosa. Magari ci capiamo a vicenda." mio padre sorride alla mia risposta. Non credo di aver detto qualcosa di divertente.
"E il giocattolo?"
"Be' con le rose non posso giocarci, papà..." adesso mio padre ride. Ride con una risata buffa.
"Papà, ci sarai vero? Faremo tutte queste cose?" ora ha lentamente smesso di ridere. Non capisco gli adulti. Prima ridono per cose serie, e poi sono indifferenti a cose divertenti. Funzionano al contrario per caso?
"Papi?" lo richiamo preoccupata dal suo silenzio "No... No Elisabeth. Papà non sarà con te questo Natale. Mi spiace." penso che passerò il Natale più brutto di tutti i tempi. Senza mio papà, nulla fa ridere. Le fiabe prendono vita solo se a raccontarmele è lui. Io non riesco a fare lo stesso. Per me quei libri sono solo un mucchio di parole. Ma se quelle parole vengono attraversate dalla sua mente e dal suo cuore, allora, assorbono un briciolo di fantasia e magnificenza, portandomi nel mondo dei sogni. Il mondo che mio padre ha costruito.
"Perché? Papà non andare via da me!" esclamo offesa.
"Perché il papà ha delle questioni di lavoro... Ma stai tranquilla, papà tornerà da te, come una scheggia! Il papà non ti lascerà Elisabeth" mi rassicura.
"Perciò questo non è un addio... Giusto?" metto subito nero su bianco.
"No, tesoro... Questo è un arrivederci. Un arrivederci diverso, un pochino più lungo. Ma è pur sempre un arrivederci."

Oggi...

Al semplice ricordo di mio padre, un leggero sorriso appare sulle mie labbra
Sembra essere sempre con me. Non se né mai andato via.
"Papà era molto bravo con le parole..." affermo, sforzando i muscoli facciali per non piangere.
"Si, Adam era il migliore in queste cose." si, mio papà era oggettivamente il migliore.
"Bene... Perciò, arrivederci zia..."
"Arrivederci El, e ricorda, io non ti dirò mai addio."

Il Riflesso Di Una BugiardaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora