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Il fine settimana finisce troppo in fretta.
Matheo torna a Villa Lestrange.
La casa precipita in un silenzio che pesa come pietra.

Io e Tom restiamo soli nel salone, ancora ingombro dei giochi che avevo usato per distrarre il bambino.
C'è un'aria strana.
Un'attesa.
Una tensione che pulsa, vibrante.

Io chiudo la porta.
Lui rimane immobile, con le mani intrecciate dietro la schiena.

«Non ti piace» dice piano. «Non ti piace che se ne vada.»

«È un bambino.» rispondo. «Non dovrebbe aver paura di tornare a casa.»

Lui volta appena la testa.
Gli occhi sono due abissi.

«La sua casa è qui.»
La voce è calma, troppo calma.
«È tuo dovere far sì che la accetti.»

«Tom, ha un anno. Uno.»
Sento la voce rompersi.
«Non puoi pretendere che si comporti come un soldato.»

Lui inspira, lentamente, come se contasse fino a dieci.

«È un figlio del mio sangue. Non crescerà debole.»

Io lo guardo, incredula.
«Non è debole. È spaventato!»

La parola spaventato apre qualcosa. Una crepa.
Un irrigidimento.

«E perché non ha paura di te?» chiede con quell'aria pericolosa, bassa, che precede sempre una tempesta.
«Perché con te si calma? Perché ti cerca?»

Mi avvicino di un passo.
Non voglio, ma lo faccio.
Ho bisogno che capisca.

«Perché non mi vede come vede voi.»
Poi aggiungo, con la voce appena più alta:
«Perché io non gli faccio del male.»

È la verità che ferisce.
Che taglia.

Tom si gira completamente verso di me.
Lo sguardo è un lampo.

«Stai dicendo che io lo danneggio?» sussurra.

«Tom—»

«Che io sia un cattivo padre?»

Si avvicina.
Troppo.

«Sono una madre migliore io?» mi scappa, prima che possa fermarmi. «Perché lo abbraccio? Perché lo ascolto?»

Il mondo si ferma.
Letteralmente.
Lo sento.

Poi un lampo di ira attraversa i suoi occhi.

«Non sei sua madre.»

È gelido.
Letale.

Sento la gola stringersi.
«Lo so. Ma qualcuno deve esserlo.»

Silenzio.
Assoluto.

Gli vedo passare mille emozioni negli occhi: rabbia, paura, disgusto... e un accenno di dolore che lui non ammetterà mai di provare.

«Non permetterti mai più,» sussurra, «di insinuare che io non sia sufficiente per mio figlio.»

«Allora dimostralo!»
La mia voce esplode.
«Non urlargli addosso! Non minacciarlo! Non trattarlo come se ogni errore fosse un affronto! È solo un bambino!»

Tom fa un passo verso di me.
Io non indietreggio.
Non stavolta.

«Mi stai sfidando.»
È un'osservazione, non un'accusa.
Ma è peggio.

«No.»
La voce mi trema, ma continuo.
«Sto cercando di farti capire.»

Il silenzio diventa insostenibile.
Sento il cuore battere ovunque.

Poi lui sussurra:

«Matheo ti preferisce.»

E lì capisco.
Capisco tutto.

Non è rabbia.
È gelosia.
È paura.
È quel senso di possesso, instabile e mostruoso, che lui scambia per amore.

Mi avvicino.
Con lentezza.
Come se stessi avvicinandomi a un animale ferito.

«Tom... io non ti porterò via tuo figlio.»
Una pausa.
«Ma non ti permetterò di distruggerlo.»

Gli tremano le narici.
È l'unico segno del temporale che gli esplode dentro.

«Non puoi dirmi cosa fare.»

«Allora fammi stare con lui.»
Un fiato.
«Lascialo crescere con qualcuno che non teme.»

E lì, finalmente, lui scatta.

Mi afferra per il polso.
Mi trascina verso di sé.
Gli occhi incandescenti.

«Non capisci,» sibila contro la mia bocca, «quanto mi fai impazzire quando parli così.»

È un bacio duro.
Troppo duro.
Un bacio che non nasce dal desiderio, ma dalla furia.

Lo fermo con una mano sul petto.
«Tom... smettila.»

È la prima volta che non ricambio.

Mi muovo senza pensare.
Forse è l'istinto.
Forse è la paura che si trasformi di nuovo in qualcosa di ingestibile.
O forse — e questa è la verità che non voglio ammettere neppure a me stessa — è perché lo amo troppo per lasciarlo così.

Gli circondo la vita con le braccia.
Lo stringo piano.
Non come una supplica.
Non come una prigioniera.
Ma come qualcuno che prova a spegnere l'incendio dentro di lui prima che divori tutto.

Lui rimane immobile.
Sento la sua rigidità contro il mio corpo, un muro freddo e teso.

«Tom... basta,» mormoro contro la stoffa della sua camicia. «Io non voglio litigare. Non con te. Mai con te.»

Gli scivolo le mani lungo la schiena, lentamente, come si addolcisce una bestia feroce.
Appoggio la fronte al suo petto.
Il suo cuore è un tamburo irregolare, in lotta.

«Non sono contro di te.» respiro. «Non lo sarò mai.»

Per un istante, non si muove.
Non respira.
Sembra quasi trattenere tutto, piegarsi internamente per non crollare.

Poi succede qualcosa.

Le sue braccia — quelle braccia dure, che sanno solo stringere e dominare — scivolano intorno a me.
Mi avvolgono.
Forte.

Un abbraccio che mi solleva quasi da terra.
Un abbraccio disperato, feroce, quasi doloroso.
Come se volesse fondermi con lui per non rischiare di perdermi.

«Non farmi questo,» sussurra nella mia spalla.
La voce gli trema, impercettibile ma reale.
«Non farmi sentire... debole.»

Io stringo ancora di più.
Lo accarezzo dove la sua nuca incontra i capelli.
«Tu non sei debole. Mai.»
Poi aggiungo, piano:
«Ma quando ti comporti così con tuo figlio... mi ferisci.»

Il suo respiro si inceppa.
Lo sento.

«Io non so essere...»
Si ferma.
Una pausa lunga.
Tagliente.
«Non ho mai avuto un esempio.»

Il dolore in quelle parole è qualcosa che non avevo mai sentito uscire da lui.

Mi stacco appena quel tanto che basta per guardarlo negli occhi.
Sono scuri.
Confusi.
E per la prima volta... spaventati.

«Non devi essere perfetto.» gli dico piano. «Devi solo provarci.»

Lui mi guarda a lungo.
Talmente a lungo che la mia gola si stringe.

Poi posa la mano sulla mia guancia, un gesto raro, fragile.
«Tu... non dovresti avere questo potere su di me.»

«Eppure ce l'ho.»
Gli sorrido debolmente.
«E non lo userò mai per ferirti.»

Lui inspira, lento.
Come se stesse cercando di imprimersi quelle parole nella pelle.

Poi mi tira contro di sé ancora una volta.
Più piano stavolta.
Più umano.

Mi abbraccia.

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