Apro gli occhi di colpo.
Il cuore mi batte ancora come se stessi correndo, e per un istante non capisco dove sono, cosa è successo, perché il mio corpo sia così rigido, freddo, incollato ai vestiti della sera prima.
Poi lo vedo.
Seduto accanto al letto.
Immobilissimo.
Le mani intrecciate, lo sguardo fisso su di me come se mi stesse studiando da ore... o da tutta la notte.
Voldemort.
Riddle.
Il mio carnefice.
Il mio amante.
La persona che cerco e che temo allo stesso tempo.
Non dice nulla.
E io neppure.
Mi sollevo appena, un dolore alla tempia mi pulsa come un ricordo fisico di ciò che ho visto. Il vestito mi tira sulla pelle sudata. Avrei voluto svegliarmi e scoprire che era un incubo, ma lui è lì.
E quindi è tutto vero.
Il suo sguardo scivola su di me, lento, calcolato, come se volesse misurare ogni tremito, ogni respiro, ogni traccia del pianto sulla mia faccia.
«Ti sei addormentata così.»
La sua voce è bassa, quasi un sussurro, ma mi trafigge.
Non rispondo.
Stringo le braccia attorno al corpo, come se potessi proteggermi.
O tenermi insieme.
Lui inclina appena la testa, osservandomi come se la mia scelta di tacere fosse un enigma da decifrare.
Non sembra arrabbiato.
Non sembra neppure soddisfatto.
Sembra... in attesa.
Mi si secca la gola. Sento l'odore del sangue nella sala da ballo come se fosse qui, tra noi.
Lo guardo per un istante.
E subito distolgo lo sguardo.
Non ce la faccio a parlargli.
Non ce la faccio nemmeno a guardarlo troppo a lungo.
Lui si sporge un poco in avanti, le mani che si aprono e si chiudono lentamente sopra le ginocchia, come per frenare un impulso.
«Elisabeth.»
Una sola parola.
Pronunciata con una calma pericolosa, come quando contiene qualcosa che potrebbe esplodere.
Io non rispondo.
Lui inspira, piano.
Non accade spesso. Sembra quasi un gesto umano. Stranamente umano.
«Non hai nulla da dirmi?»
Domanda semplice, ma tagliente.
Abbasso lo sguardo.
Le mie labbra si muovono appena, ma non esce suono.
Lui capisce.
Sentirlo capire mi fa male.
Si alza in piedi con un movimento lento, controllato. Il mantello scivola sul pavimento con un soffio. Fa il giro del letto e si ferma a un passo da me, abbastanza vicino da farmi sentire il calore del suo corpo, ma senza toccarmi.
«Non parlerai con me?»
La sua voce è più bassa, più ruvida.
Qualcosa che non ho mai sentito davvero in lui.
Stringo le dita sul lenzuolo.
È l'unica risposta che gli do.
Un silenzio spesso, pesante come catene, si stende tra noi.
Poi sento il materasso affondare: si è seduto accanto a me. Non mi tocca. Non cerca di afferrarmi il mento o costringermi a guardarlo.
Aspetta.
Lo fa davvero.
Lui.
E questo mi spiazza più dell'uccisione della mia classe.
Chiudo gli occhi, cercando di calmare il tremito che mi attraversa.
Lui non dice niente.
Non si muove.
Resta lì, immobile, come se fosse disposto a restare seduto tutta la mattina, tutto il giorno, tutta la settimana.
Come se il suo potere valesse meno del mio silenzio.
Scivolo piano verso di lui.
Non so perché lo faccio.
Non so se è istinto, disperazione... o semplicemente l'unica cosa che mi resta.
Non parlo.
Non lo guardo.
Mi muovo come se fossi fatta di vetro.
E mi accuccio contro il suo fianco.
All'inizio il suo corpo resta rigido, immobile come una statua.
Sento il tessuto freddo del suo mantello contro la guancia, il ritmo quasi impercettibile del suo respiro.
Io non respiro quasi più.
Poi... mi si spezza qualcosa dentro.
Un singhiozzo mi risale in gola, tremante, incontrollabile.
Mi ci aggrappo a lui come se potessi sparire da un momento all'altro, come se potesse essere la mia unica ancora in un mare nero.
Le lacrime iniziano a scendere.
Poche.
Poi molte.
Poi troppe.
Il mio viso gli si bagna contro la tunica.
La mia mano tremante afferra un lembo del suo mantello, quasi a chiedere scusa per esistere.
E lui rimane fermo.
Per qualche secondo non reagisce.
Forse non sa come farlo.
Forse non se l'aspettava.
Poi sento una cosa che non avrei mai creduto possibile.
La sua mano, fredda all'inizio, si posa sulla mia schiena.
Esita.
Stringe piano.
Mi tira un po' più contro di sé.
È un gesto quasi goffo, quasi umano, come se stesse imparando in quel momento cosa significhi contenere qualcuno che sta crollando.
«Elisabeth...»
Il suo tono è basso, come se la parola gli bruciasse in gola.
Non è una richiesta.
Non è un rimprovero.
È... qualcosa che somiglia troppo a un tentativo.
Io continuo a piangere, il volto nascosto contro il suo petto, e lui mi tiene lì, senza togliermi, senza farmi smettere, senza imporsi.
La sua mano mi accarezza la schiena con un movimento lento, incerto, quasi impercettibile.
Ogni tanto si ferma, quasi a controllare che io non svanisca.
Non dice che smetterà.
Non dice che capisce.
Non dice nulla che potrebbe farmi a pezzi più di quanto non sia già.
Semplicemente mi tiene.
E per la prima volta da quando tutto è iniziato, per la prima volta da quando lui ha deciso che gli appartenevo, per la prima volta dopo tutto il sangue e le menzogne, io piango su di lui.
E lui me lo lascia fare.
Come se non avesse mai saputo che potevo spezzarmi così.
Come se non avesse mai pensato che avrebbe dovuto raccogliermi.
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Riddle's: A Strange Love
FanfictionRiddle's: a strange love (1) Rapita da Tom Riddle, Elisabeth è intrappolata tra paura e desiderio, in un mondo di magia oscura e segreti pericolosi. Amore, passione e inganni si intrecciano mentre lotta per proteggere chi ama e sopravvivere.
