Dopo pranzo ci concediamo una passeggiata al centro del paese, camminando tra i carruggi di questo pittoresco luogo, fino ad addentrarci in un piccolo corridoio di strada oltre il quale si apre una minuscola baia. Mi sembra di essere stata catapultata in un dipinto a olio: il mare calmo e limpido si fonde con l'intenso blu del cielo rendendo quasi indistinguibile la linea dell'orizzonte, la spiaggia è di sabbia dorata e tutt'intorno si ergono abitazioni dalle tonalità pastello creando uno straordinario caleidoscopio di colori. Ci sediamo sopra la distesa di pagliuzze microscopiche che brillano alla luce del sole, restiamo in silenzio a contemplare il panorama. Sfilo le scarpe e tolgo i calzini, affondando i piedi sotto la sabbia calda, il silenzio intorno a noi sembra un richiamo alla riflessione, tuttavia mi impongo di non pensare e mi lascio cullare da tutti i suoni delicati che il mare genera non appena le onde lambiscono la battigia. Ci siamo solo noi, gettati su questo stretto lembo di spiaggia come fossimo anime che hanno trovato la pace dopo una lunga e faticosa erranza.
Gabriel si stende completamente, io resisto qualche minuto in più seduta, poi mi abbandono come lui sopra il materasso di sabbia calda, piegando una gamba e lasciando che lo spacco della gonna mi scopra il ginocchio.
«Perché continui a cercarmi?» chiedo con voce fiacca.
Sento il corpo di Gabriel girarsi su un fianco, mi accarezza i capelli e posa la testa accanto alla mia.
«Sei una boccata d'aria fresca, Giù.»
Istintivamente mi giro anche io, accolgo la sua fronte accanto alla mia guancia e abbandono la mano sinistra sulla sua testa, iniziando a giocherellare con i capelli di Gabriel che, sotto la luce del sole, creano un'infinità di riflessi ramati. La sua bocca è a pochi centimetri dal mio collo e posso sentirne il flebile respiro esalato.
Anche Gabriel è per me una boccata d'aria fresca, ci stiamo consolando a vicenda come due cuccioli che hanno smarrito la via. Quello che ci distingue, però, è l'obiettivo finale: Flavio rimarrà comunque la mia unica meta, Gabriel non so fino a che punto consideri il suo matrimonio con Nicole un punto di arrivo.
Quando il contatto reciproco della nostra pelle diventa insistente, non riusciamo più a contenerci, Gabriel cerca le mie labbra e non appena le trova inizia una morbida e concupiscente tortura. La sua lingua mi esplora con lentezza e a ogni affondo il mio corpo sussulta, le sue mani cominciano a camminare lungo il profilo del mio corpo, raggiungendo i fianchi per poi insinuarsi nel punto in cui lo spacco della gonna crea un varco che dà accesso alle mie pallide gambe.
«Hai messo questa gonna per tentarmi, vero?»
Ne esce un gemito come risposta, un secondo dopo correggo il tiro cercando di pronunciare una frase di senso compiuto: «Non avrei mai voluto provocarti e ti sarei immensamente grata se tu la smettessi».
Ma non ci credo neppure io a queste parole.
«Perché, Giù?»
Sento il suo respiro corto e veloce e capisco che trattenersi sta diventando per Gabriel un'impresa difficile.
«Perché non è un comportamento corretto.»
Mi morde l'orecchio e temo di svenire consumata dalla smania di lui.
«Per oggi, solo per oggi non pensare. Io e te siamo sulla stessa barca, concediamoci del tempo per leccare le nostre ferite a vicenda.»
Un morso sul lobo e capitolo.
Lo bacio di più, gli permetto di impossessarsi della mia bocca e lui non se lo fa ripetere due volte. Riconosco questo bacio, riconosco l'intensità delle sue labbra avviluppate alle mie, riconosco la pressione delle sue dita sulle mie gambe, sento il peso del suo corpo spostarsi sopra di me per incastrarmi e non permettermi più di cambiare idea.
Insinuo le mani sotto la sua maglia, gli graffio la schiena quasi con rabbia, la rabbia di non riuscire a contenere l'esplosione di questo momento. I nostri corpi scivolano l'uno sull'altro come fossero cosparsi di olio, e per un istante vedo una parte di me che ci guarda dall'esterno: ora sembriamo anche noi parte del dipinto a olio, le nostre membra intrecciate sono pennellate di colori primari che si mescolano generando sfumature uniche e irriproducibili.
Nonostante abbia difficoltà ad ammetterlo, Gabriel non ha mai completamente abbandonato la mia vita, quelle batterie di cui mi aveva parlato lo psicanalista anni prima esistono davvero e ora, che il telecomando della mia vita sta smettendo di funzionare, sono giunte in soccorso e, benché faccia davvero troppo male ammetterlo, funzionano ancora.
Di colpo i movimenti sinuosi e tentatori di Gabriel si arrestano e il peso del suo corpo sul mio scompare. Si mette in ginocchio tra le mie gambe, ha gli occhi che luccicano di desiderio; cerco di ricompormi, abbassando la gonna che si è spostata di lato lasciandomi interamente scoperte le gambe.
«Vieni con me.» Si alza e mi allunga la mano.
«Dove?»
«Tu non preoccuparti.»
Tendo la mano sul suo palmo, ci sta dentro completamente, Gabriel chiude le dita alla base del mio polso e mi tira su. Una volta abbandonata la soffice distesa di sabbia, rimetto i calzini e le scarpe e cerco di sgrullarmi di dosso tutte le pagliuzze dorate appiccicate sulla pelle. Gabriel mi attira a sé ancora una volta e ricomincia a baciarmi, come se stare staccato da me per più di tre minuti fosse una cosa inaccettabile. Quando si accorge che ricominciare in piedi ciò che abbiamo interrotto da sdraiati è un'idea poco intelligente, mi prende per mano obbligandomi a seguirlo. Comprendo dove siamo diretti solo quando raggiungiamo l'entrata di un albergo ubicato proprio dirimpetto al golfo.
Trasalisco e mi blocco. Impiego qualche secondo per realizzare quanto sta accadendo. Gabriel segue con gli occhi ogni mio minimo movimento, cercando di interpretare quali siano i turbamenti che di colpo hanno sopraffatto l'istinto di abbandonarmi a lui. Mi avvolge con le sue braccia e ricomincia a baciarmi con lentezza, per darmi il tempo di comprendere ciò che potrei perdere semmai mi tirassi indietro.
Capitolo ancora una volta.
«Una doppia» dice alla receptionist.
Avvampo e ho la conferma che Gabriel è un folle.
«Quante notti vi fermate?»
Al suono di quelle parole percepisco un giramento di testa e vado nel panico. Affondo con forza le unghie nella mano di Gabriel, lo sento irrigidirsi, si avvicina al mio orecchio e sussurra: «Mi stai facendo male».
Faccio no con la testa. Lui capisce.
«Non lo so.»
«I vostri documenti» continua la donna.
Porgo la mia carta d'identità e prego che nessuno venga mai a sapere ciò che sto combinando. Quando terminiamo il check-in, prendiamo l'ascensore e saliamo all'ultimo piano.
«Lo so che può sembrare squallido, ma voglio che questa giornata tu non possa dimenticarla» mormora.
Alzo gli occhi e sento morire qualsiasi tentativo di opposizione, mi sforzo di resistere e riesco solo a dire: «Fa parte del tuo piano di redenzione per il male fatto in passato?».
Mi spinge contro la parete e un secondo prima che la sua bocca soffochi la mia, raggiungiamo il nostro piano.
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L'attesa
Roman d'amourTerzo romanzo della serie -Il paradigma dell'amore- Sono passati quattro anni, Giuditta è una specializzanda nella facoltà di genetica medica ora. Trascorre le sue giornate divisa tra il laboratorio, i turni ospedalieri e la convivenza con F...
