Questa mattina il Dipartimento di Genetica sembra che stia aspettando il mio rientro al lavoro. Tutto trasuda una calma piatta che spinge al raccoglimento; probabilmente, però, il raccoglimento è una manifestazione distorta del mio stato d'animo.
«Buongiorno», pronuncio quasi timidamente all'unica persona che, alle otto di mattina, incrocio nel corridoio.
«Ehi, dottoressa buongiorno! Ho saputo che è stata male...»
«Ehm, già. Una brutta enterite virale.»
Poi scappo a gambe levate per chiudermi in laboratorio dove resto in una confortante solitudine per poco più di mezz'ora. Quando inizia il via vai dei colleghi, mi rendo conto che il cuore comincia a martellarmi nel petto a una velocità innaturale. Provo una strana condizione di disagio, sembra che tutti sappiano, che tutti, solo guardandomi in faccia, abbiano capito quanto la mia vita in pochi giorni sia stata infilata in una centrifuga che l'ha ridotta a brandelli.
«Giuditta, come va?» il saluto squillante del mio collega, Michele Lodovici, rischia di provocarmi un infarto.
Prelevo il caffè dal distributore automatico e rispondo: «Buongiorno, Michele. Caffè?».
«Sì, grazie. Allora, mi hanno detto che la festa è stata un successone, eh? Mi dispiace non aver potuto partecipare, ma mio figlio ha preso l'influenza e mia moglie lavorava, ho dovuto fare il mammo... Raccontami un po', come sta Flavio?»
La gola si riduce a una fessura microscopica e il senso di nausea, che mi accompagna ogni mattina al risveglio, si ripresenta ora, a tradimento.
Getto il bicchiere di plastica nel secchio e corro al bagno mentre Michele resta a fissarmi incredulo.
Vomito la colazione e, ovviamente, il caffè. Fantastico inizio di giornata. Qualsiasi atto, parola, frase o circostanza riconducibile a Flavio innesca qualcosa nel mio stomaco.
«Giù, tutto bene?» Michele mi ha appena raggiunta in bagno e il suo sguardo preoccupato esige una qualche motivazione a supporto della mia improvvisa reazione.
Mi sciacquo il viso e cerco di darmi un tono.
«Ho preso un virus la scorsa settimana, mi porto dietro ancora gli strascichi.»
Lui sorride e sputa un'ipotesi che ha dell'assurdo: «Non è che sei incinta?».
Credo che la stanza abbia cominciato a girarmi vorticosamente intorno.
Io, incinta?
«Assolutamente no.»
Eppure, una volta rientrata in laboratorio, la prima cosa che faccio è controllare il calendario sul cellulare. Il mio ultimo ciclo risale al mese scorso, appena dopo la partenza di Flavio. Un sospiro di sollievo. Da quel giorno non ho avuto più rapporti, quindi non sono incinta.
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L'attesa
Storie d'amoreTerzo romanzo della serie -Il paradigma dell'amore- Sono passati quattro anni, Giuditta è una specializzanda nella facoltà di genetica medica ora. Trascorre le sue giornate divisa tra il laboratorio, i turni ospedalieri e la convivenza con F...
